Il cielo sopra Norimberga

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Il cielo sopra Norimberga

— Lettura rapida

Genere: Racconti

Chissà se quest’anno si raccoglieranno le castagne? È un po’ troppo tardi, forse, ma le requisizioni finiranno prima o poi. L’aria è strana, è soffocante, quasi come fosse estate. Il palazzo di giustizia si staglia davanti a me con troppa severità; la sua faccia scura mi incute timore, ho paura che fra le fessure tra i mattoni siano nascoste centinaia di occhi, gli stessi occhi che ci sono dentro a quella sala maledetta, gli stessi occhi che fissano gli imputati. E’ quasi una fortuna che non fisseranno me.
E’ un cancello troppo stretto, troppo piccolo per tutto quello che sta succedendo. Una camionetta americana passa per la strada; vorrei essere uno di quei soldati: almeno il loro lavoro è finito, si spera.
Stringo i pugni e fisso ancora il cancello di ferro; che scuse ho per non entrare? Che scuse ho per non fare il mio lavoro? La sigaretta che tengo stretta nella sinistra biascica le ultime parole di supplica nello spegnersi della sua breve vita. Ecco, ora non ho più scuse. Lascio andare il mozzicone e varco la soglia; non sento freddo, non sento i miei passi, non sento i vestiti sulla mia pelle. Non ho più una pelle.
La sala seicento è più piccola di quanto m’aspettassi, l’ho pensato anche una settimana fa quando sono arrivato qui, quando il mio inferno è cominciato.
Prendo posto; dei vetri mi separano da altri come me, altre macchine a servizio della giustizia, in un certo modo. Ma questi vetri ci proteggono dagli orrori che stiamo per ascoltare; è come se non fosse vero, se fosse tutto un brutto spettacolo, dietro i vetri, forse, può sembrare finto. So bene che non è così, ma l’idea mi rassicura, mi calma, mi fa concentrare.
Una mano amica si poggia sulla mia spalla, un collega mi chiede se ho bisogno d’altro. Non ho bisogno di nulla, solo di starmene in pace, solo di far finta che sia un giorno come un altro.

«Dorset ci ha dato una bella grana con questa cosa qui della simultanea.» sento dire ad un altro collega.
«Per forza! Vuoi stare qui per caso per anni e anni, ad ascoltare questi… questi…»
«Criminali?»
«Non dirlo. Questi… casi, ecco. Non ci staremmo con i tempi se facessimo le cose nel modo solito.»
«Già è poi immagina di doverli ascoltare prima di tradurre: molti di noi non avrebbero il coraggio.»
«Non me ne parlare guarda, voglio solo andarmene da qui.»

E poi dovremmo essere imparziali! Vedi un po’: Criminali? No, io dico pazzi, bestie, subumani, come ci avete definito con quest’orrenda lingua: Untermenschen.
Sentire le loro parole nella mia bocca mi fa sentire sporco, perverso, arrabbiato. Mi hanno chiesto se per la mia origine avrei avuto comunque il coraggio di sedermi qui ed ascoltarli. All’inizio non vedevo l’ora, ho detto subito di sì: perché se la forte mano della giustizia si sarebbe potuta abbattere su queste bestie, sarebbe stato anche grazie a me. Se Dio per una volta avesse fatto piovere solo sugli ingiusti… sarebbe stato anche merito mio, del mio lavoro, del mio sacrificio.
Ad un tratto sento il mio cognome, quello vero, quello che ho tenuto nascosto per così tanto tempo: quasi dieci anni. Mi chiedono se sono  pronto, faccio un cenno con il capo. Fra poco comincerà l’udienza del 29 Novembre. L’aria in sala è strana, c’è un proiettore, c’era altre volte ma non l’abbiamo mai usato. Cosa faranno vedere?
L’udienza comincia, cala il silenzio, i giudici sono appollaiati sui loro scranni, entrano i primi imputati, tutti pezzi grossi. Sono tutti ben vestiti, uomini in giacca e cravatta, quasi indistinguibili dai loro avvocati: anche loro, gli avvocati, sono coraggiosi, che coraggio nel difendere l’indifendibile. Devo esserlo anche io, anche io devo avere questo spirito, lo spirito di tradurre la violenza intraducibile di questi uomini, di interpretare “l’in-interpretabile” crudeltà di questi… uomini.
Guardo in basso, sul piccolo tavolo davanti a me: c’è una console e dei pulsanti. Se vanno troppo veloci premi quello a sinistra, si accenderà una lampadina gialla, così mi hanno detto, o se è troppo. In caso di tilt premi quello a destra, lampadina rossa. E se non devo accenderne nessuna? Così avevo chiesto una settimana fa. Beh allora sarai fortunato! Orribile.
I giudici cominciano a fare i nomi, e noi cominciamo a ripeterli come una macchina. I capi d’accusa scorrono sulla mia lingua come fossero parole normali: carne secca, omicidio, fagioli, strage, castagne, lager. Mi fa orrore, eppure mi fa quasi ridere. Come siete piccoli senza le vostre uniformi, senza il vostro capo, le vostre parate, le braccia tese. Minuscoli.
L’accusa comincia a porre domande, e così facciamo tutti, noi dietro i vetri, e chissà come il mio cervello per un attimo riposa: riposa perché deve solo fare il suo lavoro, non deve pensare, non deve giudicare. Ascolta e traduci, ascolta e traduci. Ora parla l’accusa.

«Dunque, riguardo a questo tema, abbiamo raccolto varie testimonianze: sembra che dapprima per le procedure di… esecuzione si utilizzassero i camion, come prova l’accusa mostra il reperto A.»

Camion? Davvero? Il proiettore non mi smentisce; prove documentate di persone caricate in camion. Ecco a cosa serve: torturarmi ancora di più. Deglutisco e vado avanti; Ascolta e traduci. Ascolta e traduci.

«Secondo anche altri testimoni non è stato molto efficace, anche se all’accusa non è chiaro il perché.»
«Beh… vede…» la voce del nazista gorgoglia e mi brucia le corde vocali. Per poco non mi ammutolisce «Sì. Poco efficaci. Vede i gas di scarico uccidevano velocemente, ma per gli autisti risultava troppo, mi capisce. Rumori, strilla, scossoni. Ed era anche poco pratico: sa quanto poco spazio c’è nel vano per così tante persone? Non poteva durare molto.»

Il gelo cala nella sala. Sento i brividi dei miei compagni di sventura. Delle altre macchine che si sono inceppate. Non siamo macchine, sapete? Avvocati, giudici… come fate a non capirlo?

«Molto bene.» riprende l’avvocato, le sue parole di comprensione mi tagliano mentre escono dalla mia bocca. Nemmeno in un’altra lingua potrebbero suonare bene, soprattutto nella loro.
«Ed è così che poi avete provato altri sistemi, dico bene?»

Altri reperti, altre foto, altri squarci nel mio petto. La mia lingua è ridotta ad un brandello di carne che si muove contro la mia volontà. Il processo va avanti indisturbato, le parole continuano a fluire sul sangue.
Qualche lampadina si è accesa, ma solo perché questi animali vanno troppo veloci quando parlano delle loro porcate; per i colleghi, per noi tutti è una doppia sfida. Da una parte è un bene che si sbrighino a parlare, a far scomparire quelle atrocità nell’istante di una parola, e dall’altra… dall’altra c’è il lavoro, la precisione, la professionalità.

«E poi siete giunti alla soluzione dei lager, come mostriamo nel reperto G.»

Foto, centinaia di corpi, neve, soldati russi. Sento qualcuno trasalire, avverto il giramento di testa dei colleghi, il dito vicino al pulsante del tilt, della fine, del sollievo. Percepisco il salto di un battito, il torcersi delle budella degli altri; e poi con orrore comprendo che si tratta di me.

«Proprio così, avvocato. Era la soluzione migliore, sa… es war die praktischste Lösung

Un brivido di orrore mi ha bloccato la lingua. Chi può dire quanto tempo sia passato, da quanto tempo non parlo, da quando il nazista ha smesso di parlare con la mia voce: minuti, ore, giorni. Ma il mio dito, in un solo secondo, mentre la mia lingua a brandelli cadeva ha premuto il pulsante. Luce rossa, libertà.
Ancora una volta sono fuori dal palazzo di giustizia, ma gli do le spalle. Non voglio vederlo. Una collega mi rassicura: è successo anche a me sai, è normale, ci farai l’abitudine, ora scappo tocca a me!
Lo dice quasi contenta.
Io sto qui, in panchina, a fissare la strada, le foglie che volano, gli uccelli che le schivano con un battito d’ali, le cime dei castagni, chissà se le castagne… i tetti dei palazzi, un’antenna ed infine il cielo. Com’è luminoso, com’è terso, com’è sbagliato.
E’ sbagliato. Come può essere così azzurro, così bello, così indifferente e sereno. E’ falso, è tutto falso e sbagliato. Perché, cielo, sei così sopra Norimberga?



Riconoscimenti


Il cielo sopra Norimberga è un racconto premiato del concorso letterario PuntoLibro don Pietro Gauzolino 2024.

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