Kaho

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Kaho

— Lettura agile

Genere: Racconti, Traduzioni
Traduzione di: Matteo Maci, Antonio Greco
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«Io, di donne, ne ho conosciute parecchie nella mia vita,» disse l’uomo «ma devo ammettere che non ne ho mai vista una brutta come te.»
Disse così mentre aspettavano il caffè, dopo aver finito il dessert.
Ci volle un po’ perché lei digerisse quelle parole. Tre, forse quattro secondi. La frase la colpì come un fulmine a ciel sereno, e Kaho non riuscì immediatamente a comprenderne il motivo. L’uomo le aveva rivolto sorridendo quelle parole brusche e spiazzanti. Sorrideva in modo gentile e amichevole. Non era una battuta. Lui non aveva affatto l’aria di scherzare, era assolutamente serio.
Kaho pensò che l’unica reazione logica fosse quella di prendere il tovagliolo poggiato sulle ginocchia, lanciarlo sul tavolo, afferrare la borsa dalla sedia al suo fianco, alzarsi e andarsene dal ristorante senza dire una parola. Sarebbe stato, ragionevolmente, il modo migliore di comportarsi in quella situazione.
Tuttavia, per qualche motivo, Kaho non riuscì ad andarsene. Il perché, a cui ci arrivò soltanto dopo, era il fatto di essersi genuinamente sorpresa; un altro perché era la curiosità. Questo nonostante fosse su tutte le furie, ovviamente. Come poteva non esserlo? Oltretutto, voleva sapere cosa diamine intendesse dire quell’uomo. Era davvero così brutta? E cos’altro c’era dietro questo commento?
«Dire che tu sia la più brutta forse è un po’ esagerato,» aggiunse l’uomo dopo una breve pausa «ma non ho dubbi sul fatto che tu sia la donna più insipida che abbia mai visto.»
Kaho serrò le labbra e studiò silenziosamente la faccia dell’uomo, tenendo gli occhi fissi su di lui.
Perché aveva sentito il bisogno di dire una cosa del genere? In un appuntamento al buio (come il suo, più o meno), se non ti piace così tanto l’altra persona puoi semplicemente non farti più sentire dopo averla incontrata. Semplice. Perché insultarla così?
L’uomo doveva essere più grande di Kaho di dieci anni o giù di lì, era di bell’aspetto e vestiva in maniera impeccabile. Non era proprio il tipo di Kaho, per quanto sembrasse venire da una buona famiglia. Aveva un viso fotogenico, mettiamola così. Fosse stato più alto di qualche centimetro avrebbe potuto fare l’attore. Anche il ristorante che aveva scelto aveva un’aria intima e alla moda, con piatti gustosi e raffinati. Non parlava granché, ma era certamente capace di mandare avanti una conversazione senza silenzi imbarazzanti (anche se, stranamente, lei ripensandoci non ricordava di cosa avessero parlato). Durante la cena aveva cominciato anche a trovarlo interessante, doveva ammetterlo. E poi, all’improvviso, questo: cos’era successo?
«Lo troverai strano.» disse l’uomo con voce calma quando vennero serviti i loro due caffè. Sembrava che potesse leggere Kaho nel pensiero. Fece cadere una zolletta di zucchero nel suo espresso, mescolando in silenzio. «Perché passare tutto questo tempo a cena con una persona che trovo brutta, o forse, per meglio dire, con una faccia che non mi piace? Avrei potuto farla finita già dopo il primo calice di vino. Metterci un’ora e mezzo per concludere una cena di tre portate non è forse una perdita di tempo? E perché, proprio alla fine della serata, avrei dovuto dire una cosa del genere?»
Kaho restò in silenzio a fissare il volto dell’uomo dall’altra parte del tavolo. Le sue mani tenevano stretto il tovagliolo sulle sue ginocchia.
«Penso di non essere riuscito a trattenere la mia curiosità.» disse l’uomo. «Forse volevo sapere cosa pensa una donna sempliciotta come te, che cosa significhi per te essere una persona così.»
La tua curiosità è stata soddisfatta? si chiedeva Kaho. Ovviamente, non lo ripeté ad alta voce.
«La mia curiosità è stata soddisfatta?» chiese l’uomo dopo aver bevuto un sorso di caffè. Non aveva più alcun dubbio: poteva leggerle nel pensiero, come un formichiere che ripulisce un formicaio con la sua lingua lingua ed esile.
L’uomo scosse un po’ la testa e ripose la tazza sul piattino. Si rispose da solo: «No, affatto.»
Alzò una mano, chiamò il cameriere e pagò il conto. Si girò verso Kaho, fece un leggero inchino e andò dritto verso l’uscita del ristorante. Non si guardò indietro neppure una volta.

A dire il vero, sin da piccola Kaho non si preoccupava granché del suo aspetto. Il viso che vedeva nello specchio non le sembrava né bello né particolarmente brutto. Non le faceva né caldo né freddo. Nutriva poco interesse per il suo volto, per via della sensazione che il suo aspetto non potesse influenzare la sua vita, per quanto, a dire il vero, non avesse mai avuto modo di saperlo. Era figlia unica e i suoi genitori l’avevano sempre riempita di attenzioni indipendentemente da quanto fosse o non fosse bella.
Da adolescente, Kaho continuò a non curarsi di come appariva. Molte delle sue amiche si lamentavano del loro aspetto e ne provavano di tutte pur di migliorarlo, ma questo desiderio non le apparteneva. Passava poco tempo davanti allo specchio. Le importava solo che il suo corpo e il suo viso fossero adeguatamente puliti e curati, e questo non era mai stato particolarmente difficile.
Aveva frequentato una scuola superiore mista e aveva avuto qualche ragazzo. Se i suoi compagni avessero dovuto decidere chi fosse la più bella della classe, non sarebbe stata lei, non era quel tipo di ragazza. Questo, comunque, nonostante almeno uno o due ragazzi le mostrassero interesse durante ogni lezione che frequentava. Kaho non aveva idea di cosa trovassero interessante in lei.
Anche dopo il diploma, quando aveva iniziato a frequentare un’accademia d’arte a Tokyo i ragazzi non le mancavano. Quindi non si preoccupava di risultare attraente o meno. In questo senso si può dire che fosse fortunata. Trovava sempre piuttosto strano che le sue amiche più belle di lei fossero tormentate dal loro aspetto, sottoponendosi delle volte a costosi interventi di chirurgia plastica.
Per questo motivo, quando quest’uomo che non aveva mai visto prima le aveva detto che era brutta a 26 anni compiuti da poco, Kaho era molto confusa. Quelle parole, più che offenderla, l’avevano turbata e lasciata di sasso.

Era stata la sua editrice, Machida, a presentarla a quell’uomo. Machida lavorava per una piccola casa editrice di Kanda che pubblicava principalmente libri per bambini. Era quattro anni più grande di lei, aveva due figli, e curava le pubblicazioni dei libri con i disegni di Kaho. Quei libri illustrati non vendevano granché, ma tra quello e un lavoro freelance come illustratrice per riviste riusciva a tirare avanti. Al momento dell’appuntamento, Kaho si era da poco lasciata con un uomo della sua età con cui era stata per poco più di due anni e si sentiva insolitamente triste. Quella rottura le aveva lasciato l’amaro in bocca. Le cose a lavoro non andavano bene anche per questo motivo. Machida, sapendo di questa situazione, aveva combinato per lei quell’appuntamento al buio. Potrebbe essere la svolta di cui hai bisogno, le aveva detto.
Tre giorni dopo l’incontro di Kaho con quell’uomo, Machida la chiamò.
«Quindi, com’è andato l’appuntamento?» le chiese senza troppi giri di parole.
Kaho evitò una risposta diretta e si limitò a un vago «Hmm,» per poi chiederle a sua volta «Che tipo è lui, comunque?»
Machida disse: «Onestamente, non lo conosco troppo bene. È tipo l’amico di un amico. Penso che sia single, sulla quarantina e faccia investimenti di qualche tipo. Viene da una buona famiglia e ha un buon lavoro. Non ha precedenti penali, da quanto ne so io. L’ho incontrato una volta e abbiamo parlato per un po’, l’ho trovato bello e mi è sembrato abbastanza piacevole. Certo, è piuttosto bassino. Ma nemmeno Tom Cruise è tanto alto, dopotutto. Non che io abbia mai visto Tom Cruise di persona.»
«Ma perché un uomo così affascinante, piacevole e con un lavoro come il suo dovrebbe prendersi la briga di andare a un appuntamento al buio?» chiese Kaho «Non sarà già pieno di donne con cui uscire?»
Machida rispose: «Penso di sì. È una persona sveglia e precisa, ma ho sentito dire che è un tipo un po’ particolare. Non ho voluto dirtelo per non condizionarti prima che lo incontrassi.»
«Un po’ particolare» ripetè Kaho. Scosse la testa. Come si fa a definirlo un po’ particolare?
«Vi siete scambiati il numero?» chiese Machida.
Kaho esitò per un istante prima di risponderle. Scambiarsi i numeri? «No, non lo abbiamo fatto.» disse.

Machida la chiamò ancora tre giorni dopo.
«Riguarda il nostro bel signor Sahara. Puoi parlare?» le chiese. L’uomo con cui aveva fatto l’appuntamento al buio si chiamava Sahara. Il suo nome si pronunciava proprio come quello del deserto. Kaho lasciò la matita con cui stava disegnando e cambiò la mano con cui teneva la cornetta del telefono dalla sinistra alla destra. «Certo. Dimmi pure.»
«Mi ha chiamato ieri sera» le spiegò Machida «Dice che vorrebbe incontrarti un’altra volta per parlare. Sembrava molto serio.»
Kaho non riuscì a trattenere un sussulto e restò in silenzio per un po’. Vuole incontrarmi un’altra volta per parlare? Non ci poteva credere.
«Kaho, cara,» le disse Machida preoccupata «mi stai ascoltando?»
«Sì, ti ascolto.»
«Sembra proprio che tu gli piaccia. Che gli dico?»
Il buonsenso le suggeriva di rifiutare. Dopotutto, lui le aveva detto in faccia cose tremende. Perché incontrare di nuovo una persona simile? Sul momento, però, non poteva decidersi. Aveva tutta una serie di dubbi per la testa.
«Ci posso pensare?» domandò «Ti richiamerò.»

Alla fine, Kaho incontrò Sahara un’altra volta il sabato pomeriggio seguente. Avevano fissato un appuntamento di giorno, veloce, senza pasti né alcool, in un posto dove avrebbero potuto parlare tranquillamente, anche se potevano esserci altre persone vicino – queste erano le condizioni di Kaho che Machida gli riferì.
«Condizioni strane per un secondo appuntamento,» commentò Machida. «Sei molto cauta.»
«Penso di sì.» rispose Kaho.
«Non ti porterai mica un cric nascosto nella borsa o qualcosa del genere, vero?» le chiese Machida ridendo.
Non sarebbe stata una cattiva idea, pensò Kaho.

L’ultima volta che si erano visti, Sahara sembrava stesse tornando dal lavoro, in un elegante completo nero e cravatta, ma questa volta aveva scelto un outfit per il weekend piuttosto casual – una giacca di pelle marrone pesante, jeans aderenti, e stivali da lavoro usurati. Teneva gli occhiali da sole nel taschino sul petto. Gran bello stile.
Kaho arrivò un po’ in ritardo rispetto all’orario concordato e quando arrivò nella hall dell’hotel, Sahara era già lì, scriveva a qualcuno al cellulare. Quando si accorse di Kaho, un sorriso lieve gli comparve sul viso e richiuse il suo smartphone nella cover di pelle. Sulla sedia al suo fianco era poggiato un casco.
«Guido una BMW da 1800 di cilindrata» disse Sahara. «Di tutte le BMW, questa è la più potente, e il motore fa un bel rombo forte.»
Kaho non disse nulla. Non me ne frega niente di cosa guidi tu, che sia una moto BMW, un triciclo, o un carro da buoi, borbottò tra sé e sé.
«Scommetto che non ti interessano proprio le moto, ma pensavo di dirtelo lo stesso, solo per informazione.» aggiunse Sahara.
Sa proprio come leggermi nel pensiero, pensò ancora Kaho.
Una cameriera li raggiunse e Kaho ordinò un caffè. Sahara ordinò una camomilla.
«Comunque, sei mai stata in Australia?» chiese Sahara.
Kaho scosse la testa. Non ci era mai stata.
«Ti piacciono i ragni?» domandò Sahara formando un ventaglio nell’aria con entrambe le mani. «Aracnidi? Quelli con otto zampe?»
Kaho non rispose. Odiava i ragni più di ogni altra cosa, ma non voleva dirglielo.
Sahara le disse «Quando sono andato in Australia ho visto un ragno grande come un guantone da baseball. Solo a guardarlo mi venivano i brividi, mi faceva tremare. Ma la gente del posto li tiene in casa. Vuoi sapere perché?»
Kaho non rispose.
«Perché sono animali notturni e mangiano gli scarafaggi. Diciamo che sono insetti utili, benefici. Ma pensa avere ragni che mangiano scarafaggi. La magnificenza e l’efficienza della catena alimentare continua a stupirmi.»
Il caffè e la camomilla arrivarono, e per un po’ i due restarono seduti davanti alle loro tazze senza parlarsi.
«Immagino che tu trovi strano» disse Sahara dopo qualche minuto con tono serio «che abbia voluto vederti di nuovo.»
Kaho continuava a non rispondere. Non si azzardava a farlo.
«E devo dire che sono davvero sorpreso che tu abbia acconsentito a incontrarmi di nuovo» disse Sahara «ti sono grato, ma ero stupito che volessi rivedermi dopo le cose maleducate che ti ho detto. No… quello che ho detto è stato più che maleducato. Era un insulto in piena regola, che calpesta la dignità di una donna. Quando lo dico alle altre donne, la maggior parte non vuole vedermi più. Bisogna aspettarselo, in fondo.».
La maggior parte – ripetè Kaho dentro di sé. Quelle parole la colpirono.
«La maggior parte?» disse lei, rompendo il suo silenzio «Intendi dire che hai detto la stessa cosa a tutte le donne che hai incontrato? Intendi…»
«Esatto» ammise prontamente Sahara «A tutte le donne che incontro dico esattamente quello che ho detto a te: ‘Non ho mai visto una donna brutta come te.’ Tendenzialmente lo faccio a cena non appena viene servito il dessert. Per cose del genere il tempismo è tutto.»
«Ma perché?» chiese Kaho bruscamente. «Perché fare una cosa simile? Non capisco. Ferisci le persone senza motivo? Sprechi tempo e soldi solo per insultarle?»
Sahara scosse appena il capo e disse «Ecco, questa è la vera domanda. È troppo complicato da spiegare. Piuttosto, perché non parlare dell’effetto che fa una frase del genere? Ciò che mi incuriosisce sempre è la reazione che hanno le donne. Si può pensare che molte persone, sentendosi dire quelle cose orribili in faccia, si infurino, altre che la prendano sul ridere, e ce ne sono di persone così, anche se non tante a dire il vero. Molte donne ne escono semplicemente… ferite. Ferite nel profondo, per molto tempo. Alcune volte invece balbettano cose incomprensibili.»
Il silenzio prevalse per un po’. Fu Kaho a romperlo poco dopo. «Quindi mi stai dicendo che ti piace vedere queste reazioni?»
«No, non mi piace. Trovo strano vedere quanto si sentano tremendamente frustrate e ferite certe donne, palesemente bellissime, o comunque ben al di sopra la media, quando qualcuno dice loro in faccia che sono brutte.»
Il caffè ancora fumante che Kaho non aveva toccato cominciava a raffreddarsi.
«Tu sei malato.» disse Kaho con fermezza.
Sahara annuì. «Beh immagino di sì, hai ragione; forse lo sono. Non è una scusa, certo; ma se uno è malato, ai suoi occhi il resto del mondo lo è ancora di più, vero? Vedi, oggi le persone attaccano sempre di più il lookismo. Molti denunciano apertamente i concorsi di bellezza. Prova a dire in pubblico la frase ‘donna brutta’ e rischi di venire picchiato. Ma guarda la TV, le riviste! Sono piene di pubblicità di cosmetici, trattamenti di chirurgia estetica o spa. Non importa come la vedi, si tratta semplicemente di un ridicolo doppio standard. Una vera farsa.
«Ma questo non giustifica ferire gli altri senza motivo, vero?» ribatté Kaho.
«Vero, hai ragione» disse Sahara «Sono malato, questo è un fatto innegabile. Ma essere malati può essere divertente, dipende da come la vedi. Le persone malate vivono in un mondo tutto loro, che solo altre persone malate possono godersi. Una sorta di Disneyland per spostati. E fortunatamente per me, ho il tempo e i soldi per godermi questo mondo.»
Kaho si alzò senza dire una parola. Basta con questa storia, non ne poteva più di parlare con lui.
«Aspetta un attimo» le disse Sahara «Posso avere un altro po’ del tuo tempo? Non ci metterò molto, cinque minuti mi bastano. Vorrei solo che restassi qui e che mi ascoltassi»
Kaho esitò un istante, poi si sedette di nuovo. Non voleva, ma c’era qualcosa nella voce di quell’uomo a cui era difficile resistere.
«Quello che volevo dirti è che la tua reazione è stata diversa da quella di chiunque altra.» fece Sahara «Quando quelle parole ti hanno aggredita non sei andata nel panico, né ti sei scomposta, e non ci hai riso su. Non sembravi nemmeno ferita. Non hai lasciato che queste emozioni banali prendessero il sopravvento e mi hai semplicemente guardato. Mi hai osservato come se stessi studiando un batterio al microscopio. Sei l’unica che ha reagito così. Sono rimasto impressionato e ho pensato: perché questa donna non sembra ferita? Se c’è qualcosa che può ferirla nel profondo, allora cos’è?
«Quindi tu…» ribatté Kaho «Tu organizzi tutti questi incontri così complicati, ancora e ancora, solo per vedere come reagiscono le donne? Tutto qui?»
L’uomo inclinò la testa. «Non ce ne sono stati così tanti. Solo quando mi si è presentata l’occasione, non uso mai le app di incontri o cose simili. Le cose troppo semplici sono noiose. Mi faccio presentare da miei conoscenti, e incontro solo donne di cui conosco la storia. Gli incontri migliori sono quelli organizzati come una volta, incontri combinati stile oimiai, approcci alla vecchia maniera. Lo trovo eccitante.
«E poi insulti la donna di turno?» fece Kaho.
Sahara non rispose. Accennò appena un sorriso che scomparve subito. Teneva le mani davanti al suo petto e le guardava; le studiò per un po’ come per cercare di capire se vi fossero stati cambiamenti nelle linee dei suoi palmi.
«Sai, mi stavo chiedendo se volessi fare un giro in moto con me.» disse lui, guardandola «Ho portato un casco in più per te. Il tempo è bello oggi, e possiamo farci un bel giro. Ho appena superato i cinquemila chilometri e il motore boxer di cui la BMW va tanto fiera è stato messo a punto alla perfezione»
La rabbia ribolliva dentro Kaho. Da tempo non si sentiva così arrabbiata, forse era la prima volta in assoluto. Possiamo farci un bel giro? Ma cosa diavolo si era messo in testa?
«No, grazie» disse Kaho, nascondendo le sue emozioni e mantenendo la sua voce più calma possibile. «Sai qual è la cosa che vorrei fare di più in questo momento?»
Sahara scosse la testa «No, cosa?»
«Vorrei mettere un po’ di distanza tra me e te, anche solo un po’. E vorrei scrollare via tutta questa sporcizia che mi sento addosso»
«Capisco,» fece Sahara «Capisco. Beh, immagino che rinuncerò al bel giretto questa volta. Ma credi davvero che tenermi a distanza funzionerà?»
«Che vuoi dire?»
Da qualche parte un neonato cominciò a piangere. Sahara guardò nella direzione dalla quale proveniva il pianto, poi riportò il suo sguardo su Kaho.
«Tra non molto capirai, credo» disse lui «Quando una persona cattura il mio interesse non la lascio andare via così facilmente. Forse ti sorprenderà, ma parlando di distanza io e te non siamo così lontani. Vedi, non si può sfuggire dalla struttura della catena, non ha importanza quanto le persone non vogliano vederla, quanto non vogliano averci niente a che fare. Ingoiare qualcosa e farsi ingoiare sono due facce della stessa moneta. Testa e croce, credito e debito. È così che va il mondo, e penso che presto ci incontreremo ancora, da qualche parte.»

Non avrei mai dovuto vedere ancora quell’uomo, così pensava Kaho. Camminava a grandi passi verso l’uscita, ed era certa di quanto pensava. Quando Machida mi aveva chiamato quella volta, avrei dovuto mettere le cose in chiaro. Avrei dovuto dire «No grazie. Non voglio rivederlo mai più».
Era stata la curiosità a portarmi lì. Volevo capire a cosa diamine stesse puntando quell’uomo, che cosa volesse. Era questo quello che volevo sapere io. Ma è stato un errore. Lui ha usato la curiosità come esca per attirarmi come un ragno. Un brivido le corse lungo la schiena. Voglio andare in un posto caldo, così pensava Kaho, il desiderio era fortissimo. Un’isola del sud, con una spiaggia bianca. Sdraiarmi lì, chiudere gli occhi, spegnere il cervello e lasciare che il sole mi accarezzi la pelle.

Passarono diverse settimane, e Kaho voleva togliersi dalla testa qualsiasi pensiero riguardo a Sahara il prima possibile. Mettere da parte quell’episodio insignificante, che nulla aveva a che fare con la sua vita. Voleva nascondere quell’episodio dove non l’avrebbe mai più visto. Eppure, mentre lavorava di notte alla sua scrivania, le balenò in mente il viso di quell’uomo, con il suo lieve sorriso, e il suo sguardo che si posava senza motivo sulle sue dita affusolate.
Cominciò a passare sempre più tempo a specchiarsi, come mai aveva fatto in vita sua. Stava in piedi davanti allo specchio del bagno, osservando minuziosamente ogni dettaglio del suo viso, come se volesse riconfermare chi fosse. Ma si rese conto che questo non le interessava molto. Quella era certamente la sua faccia, eppure non si spiegava perché quella dovesse essere per forza la sua. Cominciò persino a invidiare quelle sue amiche che si erano sottoposte alla chirurgia plastica. Loro sapevano (o credevano di sapere) quale parte del loro viso, sottoposta a chirurgia, le avrebbe rese più belle, più soddisfatte del loro aspetto.
Che vendetta astuta che potrebbe prendersi la mia stessa vita, Kaho riusciva a pensare solo questo. Quando verrà il momento giusto, la vita si prenderà quello che le devo. Credito e debito. Kaho comprese allora che se non avesse mai incontrato quel tipo, Sahara, non l’avrebbe mai pensata in questo modo. Forse aspettava paziente, da tantissimo tempo, che io andassi da lui, pensò Kaho. Come un enorme ragno che aspetta la sua preda nel buio.

Di tanto in tanto, una grande moto sfrecciava di notte per la strada sotto il suo appartamento. Ogni volta che sentiva il cupo e secco scoppio del motore il suo corpo tremava, il suo respiro si faceva affannoso, il sudore le colava freddo dalle ascelle.
«Ho portato un casco in più per te.» le aveva detto.
Immaginò di star seduta dietro a quella BMW, chissà dove poteva portarla quella moto così potente; dove mai poteva portarla?
«Parlando di distanza, io e te non siamo così lontani.» le aveva detto.

Sei mesi dopo lo strano appuntamento al buio, Kaho scrisse un nuovo libro per bambini. Una notte aveva sognato di essere sul fondo di un mare profondo, e quando si era svegliata aveva avvertito la sensazione di essere riemersa in superficie, tornando a galla dal fondo del mare. Poi era andata direttamente alla scrivania a scrivere la storia. Non ci impiegò molto tempo.
La storia parlava di una ragazza in cerca della sua faccia. Un giorno, infatti, la ragazzina l’aveva persa, qualcuno gliel’aveva rubata mentre dormiva. Doveva riprendersela, ma non riusciva proprio a ricordarsi come fosse fatta. Non sapeva nemmeno se fosse bella o brutta, rotonda o sottile. Chiese ai suoi genitori, ai suoi fratelli e alle sue sorelle, ma per qualche ragione nessuno se lo ricordava, o comunque nessuno voleva dirglielo.
E così la ragazza decise di imbarcarsi in un viaggio alla ricerca della sua faccia. Ne trovò una che potesse andarle bene, almeno provvisoriamente, e la incollò al posto di quella vecchia. Senza di essa, d’altra parte, le persone che avrebbe incontrato nel suo viaggio l’avrebbero trovata strana.
La ragazza viaggiò per il mondo intero scalando montagne, guadando fiumi profondi, attraversando vasti deserti e giungle selvagge. Nel suo viaggio aveva incontrato tante persone e fatto esperienze di ogni tipo. Era scampata a una mandria di elefanti che rischiavano di calpestarla; era stata attaccata da un enorme ragno nero e per poco non era stata presa a calci da cavalli selvaggi.
Passò tanto tempo e nel suo viaggio esaminò innumerevoli facce, ma non trovò mai la sua. Vedeva sempre e solo quella degli altri. Non sapeva cosa fare. E prima che se ne rendesse conto, non era più una ragazzina ma una donna adulta. Sarebbe mai riuscita a ritrovare la sua faccia? Al sol pensiero cadde preda della disperazione.
Sedeva su un promontorio in una terra del Nord e piangeva disperata, quando comparve un giovane alto con addosso un cappotto di pelliccia che si sedette affianco a lei. La sua chioma ondeggiava lieve nel vento portato dal mare. Il giovane fissò la donna in volto e sorridendo disse: «Non ho mai visto una donna con un viso così bello come il tuo.»
Ormai la faccia che si era incollata addosso era diventata il suo vero volto. Le esperienze, le riflessioni fatte e le emozioni vissute, tutte insieme, avevano creato la sua faccia. Quella era la sua, e di nessun altro. Lei e il giovane si sposarono e vissero per sempre felici e contenti nelle terre del nord.
Per qualche ragione, che Kaho non comprendeva affatto, il suo libro suscitava qualcosa nei cuori dei bambini, soprattutto nei cuori delle ragazzine appena adolescenti. I giovani lettori seguivano le avventure e le prove del viaggio della ragazza, partita all’avventura alla ricerca della sua faccia e quando infine la protagonista la trovava e raggiungeva la pace interiore, i lettori tiravano finalmente un sospiro di sollievo. Una scrittura semplice, con illustrazioni simboliche, disegni semplici e monocromatici.
E quella storia, il processo di scriverla e disegnarla, aveva suscitato anche in Kaho una sensazione di sollievo, di guarigione: posso vivere in questo mondo semplicemente essendo me stessa. Non c’è niente da temere. Il sogno che aveva fatto, quando si era trovata in fondo al mare glielo aveva insegnato. L’ansia che provava nel cuore della notte stava svanendo piano piano, anche se non poteva dire che fosse andata via del tutto.
Il libro registrò vendite stabili nel tempo, grazie al passaparola e a una recensione positiva su un giornale. Machida era entusiasta.
«Penso che questo libro possa diventare un best-seller sul lungo periodo, me lo sento.» disse Machida «È uno stile completamente diverso dagli altri tuoi libri, sono rimasta sorpresa all’inizio. Mi chiedo dove tu abbia trovato quest’idea.»
Dopo averci pensato su per un momento, Kaho rispose.
«In un posto molto buio e profondo.»

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