Un responsabile è atteso alle casse

Antonio Greco Prose Libere acquisti complottismo consumismo Natale supermercati
Immagine in evidenza per Un responsabile è atteso alle casse

Un responsabile è atteso alle casse

— Lettura rapida

Genere: Prose Libere

“‘Pesto di basilico senza aglio’. No, decisamente no, l’aglio ce lo voglio. ‘Pesto alla genovese ricetta tradizionale’ tradizionale un corno, 1,89 €. Quello non ha l’aglio e questo sì e il prezzo è lo stesso… vediamo i grammi. Uguali. Bah. Ci avranno messo più olio. Non importa, non me ne frega niente, non ho tempo.”

Leggere sempre l’etichetta, un pensiero fastidioso.

Il neon sopra la mia testa illumina tetramente gli scaffali inondati di colori talmente esagerati, vividi, finti, simili fra loro da risultare, paradossalmente, morti. Scaffali e scaffali di etichette appiccicate su bare di cartone, lapidari enunciati sulle tombe, mangiucchiati dal tempo rugginoso:

“Sei stata il pane per la nostra fame, il vino per la nostra sete.”

“CRUNCHY FLAKES. SODDISFA LA TUA VOGLIA DI CRUNCH.”

“Ed io non avrò paura perché tu sarai con me.”

“Mozzarella 100% di bufala campana”

“Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla.”

“Panettone senza canditi, con farcitura di pistacchio e scaglie di cioccolato bianco.”

“Voi credete di acquistare, ma in realtà siete acquistati.”

Il canto delle sirene di Ulisse proviene da quella scatola di cereali Crunchy Flakes ma desisto, ho la cera nel portafoglio e un cervello che funziona.

“Uova, uova, uova. Ah! Ecco le grandissime. Allevate a terra? Ma che vuol dire? Bah. Queste sono in sconto … queste sono bio? Quattro uova 1,89€. Siamo pazzi! E queste nel cartone blu? ‘Da allevamento biologico’, ma cosa stracazzo vuol dire? Vabbè le prendo, mi sentirò meno in colpa.”.

La dura legge del mercato, della domanda e dell’offerta, del denaro, del profitto, del consumo, ci spinge a rinchiudere bestie senzienti in delle gabbie sempre più piccole per mangiarne i figli sempre più numerosi, e al contempo ci spinge a far strapagare il frutto di questo massacro ai nostri simili. Anche loro sono bestie senzienti, rinchiuse in blocchi di cemento dalle 8 alle 13 ore, anche loro sono chiusi lì per dare da mangiare ai figli degli altri. Quelli come me nel cemento ci stanno chiusi solo 8 ore. Poi escono, tornano a casa, e si rinchiudono in altro cemento. Fuori dalle strade! Fuori dalle piazze della Repubblica; la realtà non è cosa vostra! Chiudetevi nei telefoni, che un tempo chiudevate con lo scatto della mano, chiudetevi! Trinceratevi e combattete per noi! Sì, sì bravo! Sii alternativo, alternativamente coglione! Torna a casa e stacci, e compra, compra, compra!

Non riesco a sopportare questi pensieri. Proprio non ci riesco. Scrollo un po’ sui social, mi distraggo con l’ennesimo video di gente che cucina una pasta pistacchiosa. Cristoddio, quanto odio il pistacchio. La radio del supermercato fa discendere su di me il suo gingle, annunciandomi la prossima profezia da acquistare:

«Tonno al naturale da 80 grammi, tre confezioni a soli 2000€ e ottantanove, Olive taggiasche DOP, IGP, CCCP, KGB, a soli troppo e ottantanove … »

Ottimo, acquistanti, ora acquistate. Mi lamento troppo, è infantile e volgare, è stupido, ma d’altronde delle olive taggiasche non mi frega nulla, io odio le olive. La lista di profezie e consigli per gli acquisti (noi) viene brutalmente interrotta da una voce registrata preannunciata dal dolce e vibrante squillo di un campanello:

«Comunicazione interna: un responsabile è atteso alle casse.».

“Immediatamente, ora! Voglio subito il responsabile alle casse! Il responsabile di tutto! Dov’è l’irresponsabile? Questo farabutto, che mette quattro uova a 1,89 € e che mi ha fottuto l’aglio dal pesto? Dov’è questa carogna? Dov’è il responsabile?”.

Il responsabile. Questo mondo sta andando allo sfacelo, e io cerco un responsabile. Ogni volta che si avvicina il mio compleanno, mi incupisco sempre un po’. Com’era quella frase? “Ogni giorno che passa, il passato mi sembra sempre un po’ più chiaro, e il futuro un po’ più scuro.”

Mi viene da piangere, mentre accarezzo un bricco di latte di soia da 1,89€. Sconto di dieci centesimi! Affarone, ne prendo tre. Il mio compleanno non mi è mai piaciuto, ho sempre pensato che nessuna festa avrebbe mai potuto celebrare a pieno la mia grandezza, la mia unicità, il mio dolore. Figurati, tanto vale rinunciare. La mia delusione è di scoprirmi più vecchio e di non essere portato in trionfo, come si deve a un vincitore come me: sono arrivato primo fra milioni prima di nascere! Poi ricordo: siamo tutti vincenti al concepimento, ma è alla nascita che l’arbitro alza il braccio, tira il cane, preme il grilletto e spara in cielo: allora i cavalli scattano e i vincenti staccano i brocchi; è così fin dalla partenza.

Solo una volta non mi sono sentito solo con la mia delusione: era il 21 dicembre del 2012; ricordo, come in un sogno, che una giornalista in TV, nel suo tono asettico, canzonava a più riprese dei poveri sciocchi, che per sfuggire all’imminente fine del mondo, avevano acquistato dei trulli in Puglia: d’altronde, se agli americani, in quanto egemoni, spettano i bunker, ai sottoposti europei, e peggio italiani nonché meridionali, spettano i trulli, che sono tanto simpatici e pittoreschi. Cristo, odio la parola pittoresco come odio il pistacchio. Ma non insozziamo le memorie, un tempo il presente di quel bambino, con questi piagnistei dell’adulto. I trulli contro la fine del mondo, è pazzesco ma me lo ricordo: camera a mano, luce smarmellata, inquadratura che si fissa su delle persone sconvolte nel vedere il sole sorgere, mentre un paesaggio tempestato del verde degli ulivi e del rosso della terra schernisce loro con la sua semplice bellezza. “Rincoglioniti,” pensai “se il mondo finisse davvero oggi, lo farebbe perché sono nato io”.

Sono sempre stato fiero di essere nato in una data così infausta per tanti sventurati che si illudono di avere la chiave nel mondo fabbricando teorie del complotto. Ora il 21.12 è passato di moda, perché il mondo finisce spessissimo, data la quantità esorbitante di catastrofi annunciate che ci annientano quotidianamente. Ma il mondo è ancora fatto di contadini, che subiscono corvè e angherie, con la differenza che, almeno un tempo, si credeva che fosse il volere di Dio. Ora, invece, ci siamo convinti che soffrendo possiamo ottenere tanto. Forse è stato vero, ma non è più così. Soffrire oggi, senza un Dio, se non il denaro, una puttana che va da chi sa che può pagarla il doppio, non è più utile. Soffrire come il Cristo sulla croce, senza poter resuscitare, senza che nessuno possa udire il tuo pianto e lasciarsi così ispirare… ci siamo denudati di Dio e del dolore, non ci è rimasto più niente. Possiamo solo aggrapparci ai sentimenti più negativi che abbiamo: non per scelta, quando mai, ma perché è l’unica cosa che ci fa andare avanti.

Io non ho più niente, ho solo una scatola di verdure bollite, ottime per la dieta, costa appena 1,89€. L’annuncio ripetuto mi fa riemergere dall’abisso, e mi ricorda che un responsabile è effettivamente atteso alle casse. Un responsabile di questo casino deve esserci. Secondo me, durante la pandemia, a bocce ferme, questi qua hanno deciso di spartirsi il mondo. In primo luogo, chiudiamo tutti i sudditi a casa: smart working, home banking, e-learning, tutto da remoto, tutti gli atomi atomizzati più remoti che si può, lontani dalle strade, laissez-faire; magari fra un annetto vi regaliamo un visore per la realtà virtuale, un sensore per pene o per la fica e scopate online, che siamo troppi, cazzo scopi che non hai soldi per fare figli? A proposito, in secondo luogo: facciamo schizzare i prezzi di tutto, sì, ma come? Dovrebbe esserci un evento catastrofico… ma non come questo, la gente deve spendere. Una bella guerra, magari, ma non di quelle in Africa: troppe mani, troppo lontani ‘sti conflitti, troppi passaggi, l’effetto si diluisce. Una bella guerra in Europa, il cuore della pace. Ovviamente, i prezzi resteranno alti anche dopo l’emergenza eh, tanto si abitueranno, si abituano sempre a tutto. In terzo luogo, dividiamoli, facciamoli discutere sempre di più, tanto stanno a casa, non sanno cosa fare, diventerà un’abitudine. Tanto ci penseranno loro a influenzarsi e a influenzare, a informarsi e a informare. Grana, grana a palate. Quarto luogo: catastrofe ambientale, noi chiusi nei bunker, i poveracci si fottono e noi riemergiamo dopo duecento anni con un pianeta nuovo di zecca, risorse rinnovate e niente sanguisughe, e poi si ricomincia. La lotta di classe è finita, l’abbiamo vinta noi.

Parlo proprio come uno di quei complottisti dei trulli, non è così difficile essere come loro, in fondo alle cose basta crederci: trovi lo schema, si confà a ciò che già pensi, lo rinforzi, e sei fatto e finito. Per questo devo sempre stare all’erta! Io sono il mio nemico più grande, mai abituarsi a sé stessi, perché a quel punto sei prigioniero: ti sei chiuso in gabbia e hai ingoiato la chiave. Sei fatto e finito, amico mio! Crescere sempre a dismisura come un cancro che divora tutto, solo così si può sopravvivere. Alla fine, lo dice la scienza: le cellule tumorali sono cellule che non vogliono morire, non si uccidono, smettono di funzionare ma insistono, convinte di dover vivere; e perché? Perché si aggrappano alla vita, come tutto ciò che vive. Non facciamo forse la stessa cosa?

“Confezione famiglia costoletta di maiale. Fa ingrassare. Però è buona. Chissà cosa si prova a macellare un animale. Puzzerà? Ho mangiato la carne ieri, domani sicuramente la mangerò. Oggi non posso mangiarla di nuovo, eh. Quanta carne che si mangia a Natale. Inquina. Vabbè la congelo, tanto è già morto. Ma perché devo mangiare sempre carne scongelata, ma vaffanculo, me la compro fresca e me la mangio. Tutta. Stasera. Mi faccio un bel purè. E un bicchiere di vino. Mi sparo anche un bel film, cazzo, me lo merito.».

Intanto penso a Filippo il Macedone che porta suo figlio Alessandro alle miniere d’argento, la fonte della ricchezza del suo regno. Lì ci lavorano centinaia di ombre senza volto, picconi mossi dalla fame e dagli stenti, esseri senzienti rinchiusi per ventiquattro ore al giorno nella pietra; loro non torneranno mai a casa. E tu, figlio mio, puoi salvarne solo uno: solo uno potrà essere il tuo servo; solo uno sarà salvato da questa fine. Scegli, poiché questa è la misericordia: scegliere nell’impossibilità di scelta. Filippo ha un regno da portare avanti, la guerra contro i tebani è imminente, e deve addestrare quanti più soldati può, e costa parecchio: gli serve il ferro, l’argento e l’oro, deve educare suo figlio a essere un re, a essere un vincente. I brocchi sono brocchi, e sono nelle miniere, ma persino il re del loro mondo ha le mani legate da corde d’argento e sangue; anche lo stomaco dei re gorgoglia di una fame tutta propria, e le loro viscere tremano al pensiero che la testa sotto un’altra corona pensa le stesse cose.

Se solo credessimo in Dio, lui potrebbe esserci. Ma il nostro silenzio gli ha spezzato il cuore, e ora guarda la sua creazione dilaniarsi, straziarsi, come guarderemmo un cane travolto da un’auto e, incapaci di chiamare aiuto, guardiamo la sua vita svanire nel riflesso dei nostri occhi fortunati.

Un responsabile è ancora atteso alle casse.

Ormai non so più dove sono, né perché. In un tempo remoto ero qualcuno, ora sono solo una macchina pensante. Mio padre mi chiede spesso perché non si scrive mai di cose allegre: come si può, quando il mondo va sempre, e da sempre, a rotoli?

Un radio telegiornale passa per l’impianto audio del supermercato, per ricordare ai sudditi cosa è importante sapere oggi: uno è morto, l’altro l’ha ucciso, le donne muoiono, i bambini muoiono, hanno fatto la legge per vietare lo scaccolamento in pubblico, un tizio potente ha pisciato in bocca a sette puttane, ma tanto è ricco, non verrà arrestato; indignatevi, così sappiamo di aver fatto un buon servizio! Notizia generica sugli esteri numero 1, notizia generica sul tema del momento numero 4… notizia sul clima numero 7. Clima. Ecco forse il mio nuovo Dio, il cambiamento climatico; l’unica cosa che può ancora salvarci. Il diluvio universale che ci farà costruire l’arca della nostra salvezza; forse solo ciò che abbiamo creato può colpirci abbastanza forte da risvegliarci. Ma chi è il responsabile di tutto questo? Le compagnie petrolifere, gli stati canaglia del petrolio, le multinazionali, i governi, le compagnie che producono packaging in plastica, i supermercati che vendono gli alimenti negli imballaggi di plastica, e io che mi ritrovo a soppesare fra un’insalata già lavata e imbustata nella plastica o un classico iceberg, nella sua classica bustina di plastica. Prendo quella già lavata, costa 1,89€, risparmio dieci centesimi. Che ci posso fare, compro quella fresca? Poi mi scade dopo due giorni e la butto e spreco cibo e i bambini in Africa muoiono di fame.

Mi rendo conto di essere pieno di luoghi comuni, pieno di informazioni e nozioni dozzinali, sommarie, opache: cosa vuol dire uova bio? Perché l’insalata iceberg si chiama così? Che diavolo deve andare a fare un responsabile alle casse? Perché i supermercati ogni tanto cambiano ordine dei reparti? Capriccio, strategia o ordini dall’alto? Perché mi sento in colpa quando risparmio soldi comprando le uova grandissime e non le bio? Perché non riesco a spegnere il cervello? Perché vedo sempre un cattivo ovunque, cerco sempre qualcuno a cui dare la colpa? Non basto forse io? O è il prezzo che fa la mia colpa? Il mio stipendio, il mio sistema, il mio mondo?

Finalmente arriva alle casse trafelato un giovanotto con una barbetta rossiccia a punta, i capelli ricci e scarmigliati, lentiggini e nei che tappezzano il suo viso come vesciche orticarie, e l’immancabile divisa blu, un po’ infeltrita. Gran bella merda di responsabile; alla casa 4 c’è qualche problema, e tocca al giovane risolverlo. Lui non sa proprio cosa fare, tentenna, temporeggia dicendo che chiederà a Mauro. Poi scompare dalla mia vista, mentre finalmente cominciano a passare tutti gli articoli dai quali ho scelto di farmi acquistare. Penso a un bambino che muore annegato nelle miniere di Coltan in Africa, un’Africa generica, penso allo sconto del 25% sulle tigelle; penso a una famiglia del Sudan che scappa dalla guerra e annega nel Mediterraneo, al polpo che sette estati fa mio padre ha pescato in mare; penso a Filippo il Macedone, a tutte quelle volte che ho detto di no a chi porgeva una mano fuori dai supermercati; alla misericordia e a tutti i Don Abbondio che ci sono nel mondo, a tutti i miei “non posso”.

Mi rendo conto, tragicamente, che in questa pantomima che è la vita, l’unico responsabile sono io; devo accettare di essere il cattivo di questa storia. D’altronde, senza cattivo non si ha storia. Ho sempre potuto scegliere qualcos’altro, ma non l’ho fatto. Domandarsi il perché non basta e non serve. Non è successo, non ho scelto questo. Un discorso sterile come la sabbia del Sahara.

Ma perché mi preoccupo? L’uomo ha tutto il diritto di farsi del male, è una nostra libertà; il corpo è mio e decido io! Nel codice genetico dell’universo non è scritto che dobbiamo esserci per forza. Non siamo necessari, perché mai dovremmo esserlo? Perché questo dovere di esistere? Solo perché siamo nati, non abbiamo il diritto di vivere! Se siamo un cancro, è giusto che veniamo eliminati.

Abbiamo il diritto di essere dimenticati, di lasciare in eredità al prossimo il mistero dei nostri fossili in cemento, plastica, gomma, catrame, metallo e forse ossa. Sono responsabile di tutto questo, ma me ne infischio. Il mondo morirà e sarà solo colpa mia. Pazienza, tanto, non avrò una seconda possibilità. Non c’è nessun appello, si fa tutto in primo grado; non c’è Cassazione che possa censurare la mia sentenza di vita, nessun giudice che può revocarmi la custodia della mia ignoranza. Sono bloccato in questa corsa e non posso fare altro che correre verso il traguardo, anche se sono un brocco.

Se la scelta sarà sempre fra 1,89€ e 1,99€, fra uova bio e non bio, credo che non potrò che esercitare il mio sacrosanto diritto di scelta, e affidarmi alla misericordia, mettendomi l’anima in pace, come tutti quanti quelli che aspettano un responsabile alle casse.

Ti potrebbe interessare anche: permalink

Amore di Cenere

Amore di Cenere