Solo una bimba non ha "casa"

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Solo una bimba non ha "casa"

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Genere: Prose Libere
Immagine in evidenza: Foto di Giuseppe Palumbo, Lecce. Torre campanaria del Duomo, 1918 | Catalogo Generale dei Beni Culturali


Su questo testo


Vi proponiamo in lettura il primo dei Reportages in città firmati da Vittorio Pagano per la rivista Libera Voce, organo di stampa del Partito d’Azione di Lecce. Ciò che più colpisce, in questi testi, è l’attenzione per le fasce sociali meno agiate, la riflessione su istituzioni ed esperienze di vita solitamente associate a contesti di disagio, come il campo profughi di questo reportage, ma anche l’ospedale psichiatrico o il cimitero, affrontati dall’autore nei numeri successivi. Pagano analizza queste realtà, inserite in uno scenario cittadino che si sta risollevando dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, non con gli strumenti scientifici della sociologia, ma con il suo tratto inconfondibile di letterato e poeta, che gli permette di spaziare tra la descrizione oggettiva dei fatti e le suggestioni artistiche, l’attenzione per i dettagli più umani e le profonde considerazioni personali. Il testo è tratto dal volume Reportages in città e altre prose, a cura di Paola Greco, Conte Editore, 1995.

Dei tre accantonamenti ne ho visitati due, il “De Amicis” e il “Palmieri” (i nomi cui si intitolano sono soltanto casuali, ché infatti l’uno si riferì, quando l’edificio sorse, a un istituto scolastico, l’altro a un collegio; tuttavia questo caso torna proprio a puntino e chi vuole ci lavori un po’ su col sentimento).

Prima che li vedessi, i profughi erano per me ciò che sono per tanti, un mito tragico e commovente, una esasperata personificazione dei più fantastici anche reali orrori della guerra. Sicché andando fra loro io mi ero disposto a farla un po’ da buon Garrone che va a trovare il Muratorino moribondo (vengo incontro, come vedete, a chi ha pensato a De Amicis nel senso che sopra ho detto), ma ben presto mi vidi costretto a rinunciare ad ogni facile spunto di dramma e di romanzo, perché, debbo confessarlo, non seppi che provare l’impressione di trovarmi precisamente in mezzo a persone in tutto simili a me, a noi che non siamo profughi, direi a persone come tutte le altre, senza nulla di eccezionale, normalissime, anche se parlo di questa normalità conseguente all’ormai accettata situazione di guerra. Mi spiego: niente languore miseria lacrime disperazione luridume fame e via con tutto ciò che tanto amano certe letterature nevrasteniche, ma vita sorriso calma rassegnazione ordine nettezza padronanza erano lo sfondo su cui si muovevano quelli che, da personaggi mitici e statici, erano decaduti al ruolo di essere viventi, per valido sostegno dell’eterno ottimismo naturale. Non che costoro non soffrissero, non fossero gente disgraziata, compassionevole e con tutto un bagaglio di pena, ma il fatto è invece che, così essendo, non avevano nulla in più di quanto hanno sempre avuto agli occhi miei tutti i miei simili colpiti da sventura. Non dico cosa nuova nell’affermare che non ho conosciuto un uomo il quale non avesse il suo grande dramma, per il quale a un certo momento non fosse perduto tutto. Talché i profughi uscirono proprio dal mito e mi divennero creature affabili e cordiali, non restie alla mia capacità d’immedesimazione, comprensibili e insomma, essi mi perdonino, non altrimenti compassionevoli della gente che combatte sui fronti, delle madri che perdono i figli, delle mogli che perdono i mariti, del ricco ridotto a chiedere l’elemosina.

Un termine unico di riduzione tuttavia si conservava con una presenza opprimente, ed era per tutti la mancanza della “casa”. Ma anche qui lo spunto mi venne meno, un po’ alla volta, quando quell’amabile guida che mi fu il segretario dell’E.C.A.1 mi portò a curiosare per le stanze e per i cameroni, francamente non suscettibili di critica. Qualcuno dirà che è cinismo.
Ma pensiamoci meglio: io ho fatto il soldato, noi tutti siamo stati soldati, ci sono tuttora migliaia di soldati. Come sono le camerate militari? Chi ricorda i pagliericci stremenziti stesi sul pavimento ben cosparso di briciole di pane di mota e vari eccetera, oppure aggiustati alla men peggio sui castelletti di legno a due piani, ad opera dei quali si rendevano spesso indispensabili le classiche disinfestazioni? Chi ricorda tutte le altre dolcezze della vita di caserma?
Si dirà che tutto questo è un bel discorso, poiché quelle erano cose di passaggio, temporanee, provvisorie, non intaccanti la struttura di una vita. Ma io ribatto: c’era o non c’era una situazione di fatto così intesa? E c’era allora come ora c’è per i profughi? In queste cose non mi piace fare distinzione; le cause di un dolore possono mutare, ma l’effetto è sempre identico nella sua intima essenza; oltre al fatto che, dopo tutto, anche i profughi riavranno ciò che hanno perduto, come prima o peggio di prima non importa, ma comunque rientreranno nell’ordine normale delle cose. Una casa ci sarà per ognuno di loro, anche se non più quella distrutta.
La casa, per altro e questo è prova di ciò che io sostengo che non lascia mai uomo, è come se lo seguisse, è come se ce ne fosse una in ogni posto dove l’uomo va, e tutte egualmente adatte, acconce, salvo il superfluo e il comodo e salvi anche gli umori i sentimenti e gli affetti. Infatti, ho visto scene, nei due accantonamenti, che davvero confortano questo ottimismo. Una ne descrivo e la propongo, per esempio, al mio amico pittore Suppressa. In una camera sette otto lettini; mentre li guardo, uno di essi si stacca all’improvviso da tutti gli altri, accade come in una zona di vuoto, realizza per chi lo sente il surreale. Analizzo: un fascio d’indumenti appesi non so più dove (propongo una corda gialla), uno scarlatto, uno verde bandiera, uno nero, uno bianco, uno viola, in questa successione (i toni); bassissimo lungo i loro orli un lettuccio con una coperta grigia; e sopra il lettuccio all’improvviso, come lo strillo d’una gioia inconsulta, una bambola, giuliva, colorita, paffuta, le braccia tese, la camicina azzurra, banale, futile, assurda.
Ora invochi chi vuole un qualche Hugo che dia alla scena o grottesco o dolcezza o dramma o romantique, con la fatale evocazione del bimbo fra quella miseria, che nella sua innocenza si trasfigura e si esalta fino all’enfasi. Io però dirò sempre che, se ne togliamo quella purezza surreale da me tentata nella descrizione, il fatto ci dice chiaramente che la famigliola cui quel letto apparteneva, riserve a parte, si sentiva a casa.

D’altronde questa impressione mi fu cementata dai profughi che interrogai. Ne conobbi parecchi ma nomi ne ricordo solo tre: Bruna, Fedora, Essa. Bruna è laureanda in lettere (disinvoltura troppo ostentata, volontà d’accostarsi non per virtù di dramma ma per franchezza di vita, malinconica accettazione della sorte in un sorriso ch’era tutto per gli altri); Fedora è su per giù sedicenne e non mi fu presentata, ma la udii chiamare dalla madre ed ebbi modo di offrirle una sigaretta (vestito da casa lacerato, posizione a sedere sul lettino con le braccia e le gambe raccolte, ultimo resto di civetteria, graziosissima, emotiva); Essa, infine, che è un’altra cosa, come a dire l’eccezione che conferma la regola. Essa è una tunisina tredicenne, senza più padre né madre, solissima, sbarazzina, litigiosa, scapatella, volto triangolare olivigno col nasino all’insù, sempre scalza pei cameroni e il cortiletto, capelli crespi e neri, personcina da piccola africana (dopo alcuni giorni dalla visita, volli con altre bambine farla andare a cinema: ma s’era ammalata, aveva avuto una specie di attacco nervoso di non meglio precisata natura, le doleva il ventre, le doleva il petto, aveva la febbre).
Essa è dunque, tra tutti quei profughi, la sola che non ha casa. A tredici anni ciò è giusto ed è davvero lacrimabile e tragico che sia così giusto. Insomma, la visita agli accantonamenti mi ha consolato di tanto pessimismo di guerra.
L’E.C.A. ha avuto naturalmente la maggior parte in questo. All’E.C.A. si deve tutto ciò che s’è detto: insieme a un vitto sano, a un’ottima organizzazione medica e igienica, e finanche agli orti di fortuna che – ma senza tante pretese – si vedono nel cortile del “Palmieri”.


  1. L’“E.C.A.” (Ente Comunale di Assistenza) è stata un’organizzazione istituzionale pensata per fornire supporto sociale e assistenziale a persone in difficoltà, inclusi i profughi e le famiglie vulnerabili. Nel secondo Dopoguerra, l’E.C.A. ha svolto un ruolo fondamentale nel garantire alla popolazione servizi essenziali come l’alimentazione, l’assistenza sanitaria e la riqualificazione degli spazi abitativi. ↩︎

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