Paula

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Paula

— Lettura agile

Genere: Racconti, Traduzioni
Traduzione di: Marianna Lotesoriere
Immagine in evidenza: Soppressione della rivolta del ghetto di Varsavia, Polonia, 1943 | Wikimedia Commons
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Per la Giornata della Memoria


In occasione della Giornata della Memoria, vi proponiamo in lettura questo racconto della scrittrice ebraica Chava Slucka-Kesten (1900–1972), dandovi l’opportunità di riscoprire una delle voci più originali e liminali della letteratura ebraica del Novecento. Intellettuale poliedrica, Slucka-Kesten fu pedagoga, ricercatrice e militante socialista: in vita fu costretta ad abbandonare la sua città natale, Varsavia, per recarsi in esilio in Unione Sovietica durante gli anni dell’occupazione nazista della Polonia, fino a trasferirsi definitivamente a Tel Aviv, dove militò nel Partito Comunista d’Israele (MAKI).
Paula si struttura come un meta-racconto in cui la sopravvivenza traumatica all’Olocausto della protagonista, Paula, si intreccia con la realtà complessa nell’Israele del 1948. Nella narrazione emergono temi quasi tabù per la società israeliana, soprattutto nei primi anni dell’occupazione sionista della Palestina, come il matrimonio misto, il razzismo verso gli arabi e la sfera domestica come spazio politico per le soggettività femminili.
La statura intellettuale di Slucka-Kesten risiede nella sua capacità di essere una donna politicamente impegnata che rifiutò le narrazioni dominanti del suo tempo: mentre la cultura ufficiale israeliana dell’epoca spingeva per l’ebraicizzazione e la rimozione del passato diasporico, Slucka-Kesten scelse lo yiddish come lingua di classe e di resistenza, considerandolo il veicolo autentico della storia rivoluzionaria delle masse ebraiche europee. Attraverso la sua scrittura, la scrittrice ha dato voce a chi si trovava ai margini del discorso sionista, offrendo uno sguardo crudo e privo di romanticismi sulla transizione dal vecchio mondo polacco proletario alla nuova realtà della Palestina.
La traduzione di Marianna Lotesoriere si basa sulla traduzione inglese del testo, intitolata Her Story e inclusa nella raccolta Forman, F. (1994), Found treasures: stories by Yiddish women writers. Second Story Press. Il link più in alto nella pagina rimanda al testo originale in yiddish, pubblicato per la prima volta in Slucka-Kesten, C. (1966), In undzere teg, Tel-Aviv, Farlag Meyer ed è stato digitalizzato per un compendio sulla raccolta di Forman, a cura di Julie Sharff per In Geveb.

Paula camminava sempre a testa alta. Il suo volto pensoso era pervaso da una spiritualità che non tutta la comunità era in grado di cogliere: risplendeva di un amore e di una gentilezza quasi trascendentali. L’amore che provava per l’umanità, radicato nella sua infanzia, era stato fatto germogliare dalla sua amata maestra. Non provava inimicizia nei confronti di nessuno, eccezion fatta per un caso: Yekhezkl.
Anni prima, Paula si era trasferita con Mustafa e sua madre in un vicinato di Jaffa, in una casa affacciata sul mare. Nessuno conosceva la sua vera storia. La comunità araba l’aveva accolta a braccia aperte, mentre quella ebraica non faceva altro che sparlare e inventare storie su di lei. Lei, a sua volta, non non dava loro molta importanza. Proseguiva per la sua strada con genuinità e guardava tutti negli occhi senza vergogna alcuna, a viso aperto. Lasciava che le donne soddisfacessero ogni loro curiosità sul suo conto. Che parlassero pure.
Paula chinava la testa solo quando notava le farfalle o le api librarsi sui suoi capelli rosso fuoco, quasi come se li scambiassero per un prato in fiore. Questa vecchia abitudine nacque quando, ancora ragazza, dovette nascondere il suo corpo da chi la circondava, specialmente i seni che sbocciavano come due mele mature sul ramo. Fu costretta a nascondere il suo corpo in fiore, la sua gioia nel diventare donna, per avere salva la vita.
Ai tempi, l’unico piacere che le rimaneva era la bellezza della natura che la circondava. Pensava sempre alle parole della maestra: «Posa l’orecchio per terra e sentirai un universo intero». Quindi si sdraiava per terra, posando l’orecchio sul terreno, e sentiva un mondo di suoni, si sentiva felice di essere ancora viva. E fu proprio quella bellezza che la incoraggiò ad andare avanti, a perseverare nonostante la solitudine. E non si era arresa perché di notte, nel rimbombo angosciante dei treni della morte, lei attendeva il giorno in cui sarebbe stata libera di diventare di nuovo sé stessa.
Per quanto camminasse a testa alta, le sue labbra erano turbate da un’espressione di perplessità. Trascinava dentro di sé un macigno troppo grande. «Cento vite possono distruggerti», diceva al marito. Dall’Olocausto in poi, la sua vita fu irta di ostacoli ed esperienze contrastanti.
Tutto taceva in casa: i bambini e sua suocera, la vecchia Fatima, dormivano, mentre Mustafa era andato a un incontro sulla revoca delle restrizioni per gli arabi. A Paula non andava di leggere; leggeva ancora libri in polacco, ma non quel giorno. Quel giorno avrebbe rammendato la biancheria dei bambini.
Che strano il caso! Quante facce può avere dentro di sé una persona tanto da cambiare forma ogni volta? E quando era che aveva iniziato? Paula cominciò quindi a srotolare la matassa delle sofferenze vissute prima di conoscere Mustafa.
La prima volta che lo vide, quando lui lavorava in lavanderia, percepì l’intensità del suo sguardo e insolitamente si arrese, come se avesse visto in lui un amico intimo.
Paula ritornava di tanto in tanto per far lavare i vestiti del marito e, se non fosse stato per il suo atteggiamento dimesso, si poteva addirittura pensare che macchiasse i capi di proposito per rivedere Mustafa. In realtà, le macchie erano segni di feste e bevute fin troppo frequenti, fuori dalle mura domestiche. Per Mustafa, quelle macchie erano la conferma della stanchezza, della pensierosa solitudine che segnavano il viso di Paula.
Paula ricordò le parole di sua madre: «L’anima di una persona è riflessa nei suoi occhi. Difatti, in yiddish chiamiamo l’iride dell’occhio mentshele, persona in miniatura». Da bambina credeva che una persona non contenesse un’anima sola, bensì due, e credeva anche che una di queste non andasse mostrata a tutto il mondo. Quando non le piaceva qualcuno o le faceva paura, abbassava lo sguardo. Era solita nascondere gli occhi sotto le sue folte ciglia dorate anche quando incrociava uno sguardo intenso, ma ciò non accadde con Mustafa: i suoi occhi scuri le trasmisero un calore e una tenerezza a lei sconosciuti. Il loro unico linguaggio comune era quello degli sguardi.
Ogni volta che Mustafa aspettava l’arrivo di Paula, sentiva il legame con quella signora ebrea, già sposata, farsi sempre più fatidico, finché un giorno non trovò il coraggio di proporle un appuntamento, e lei accettò di incontrarlo.
Il suo primo appuntamento con Mustafa fu tutto il contrario del primo incontro segreto con Yekhezkl, il leader del gruppo di Cipro1. Dalla primissima volta, la passione tra lei e Yekhezkl si accese al punto da spegnere il suo interesse passeggero per Amos, il giovane israeliano giunto in Europa per ritrovare la sua famiglia, che si era innamorato di lei. Yekhezkl fece benedire quasi subito la loro unione con un anello di fortuna e qualche testimone.
All’inizio fu molto felice con lui. Dopo aver vagato a lungo in solitudine, per la prima volta si sentiva vicina a un altro essere umano. In lui aveva trovato un fratello. Aveva interpretato lo sguardo dispiaciuto e gli avvertimenti di Amos per meri gesti di gelosia. Amos provò a parlarle, ma Yekhezkl l’aveva circondata di un calore tale da esaudire ogni suo desiderio, e lei non volle saperne nulla per timore di mandare la sua felicità in frantumi.
La prima sera con Mustafa, si sedettero su una roccia sotto un albero di eucalipto, in silenzio. Mustafa le mise la mano sulla spalla e le chiese: «Ma tu chi sei veramente? È come se dentro di te ci fosse una pesantezza che ti prende la gioia dalle labbra e fa appassire la tua gioventù.»
«Mustafa, è una lunga storia. Sono pronta a raccontartela se hai pazienza, ma non so se la capirai fino in fondo. Tutte queste cose sono successe lontano dal tuo mondo: la guerra di Hitler, tutto quello che hanno vissuto gli ebrei ai tempi…»
«Ho letto più di qualche articolo su Al-Ittihad2», rispose piano. «Ci stringiamo ai nostri fratelli di tutto il mondo; ci dispiace vedere come le barbarie di Hitler abbiano distrutto sei milioni di ebrei e non solo.»
«Non era mia intenzione offenderti, Mustafa. Ci sono anche ebrei che non hanno vissuto queste cose e non riescono a capire gli orrori dell’inferno che abbiamo subito.»
Tra i due calò di nuovo il silenzio. I fitti rami dell’eucalipto nascondevano la luna, ma a entrambi andava bene così. Una luna troppo luminosa forse li avrebbe distolti dalle confessioni che quella sera li avvicinarono l’uno all’altra.
Paula alzò lo sguardo e diede un’occhiata alla casa. Era così assorta nei ricordi che non si era accorta del movimento macchinoso delle dita che rattoppavano i panni dei bambini. Ritornò quindi al filo della prima volta in cui lei e Mustafa si incontrarono. Ricordava ogni dettaglio, le sembrava addirittura di sentire la sua voce che, rotta dall’emozione, la pregava: «Dimmi, Paula, dimmi tutto».
«Sì. Trovarono il granaio. Portarono tutti via: mia madre, mio padre e i bambini… non ebbi più notizie di nessuno. Restammo solamente io e zio Yoske. Io avevo solo tredici anni, e anche lui era ancora giovane. Sopravvivemmo per puro caso. Non c’era abbastanza spazio per tutti nel granaio dietro il fienile; quindi, di notte io e lui dormivamo nel pagliaio. Quella notte terribile, sentii le urla e i pianti della mia famiglia. Volevo uscire dal mio nascondiglio, ma mi risuonava nella mente l’avvertimento di mia madre: ‘Paula, figlia mia, ricorda, anche se dovesse succedere il peggio non muoverti, resta nascosta, sii forte’. Ora mi chiedo: la mia fu codardia o forse attaccamento alla vita? Eppure, tremavo di paura. Temevo che i soldati avrebbero sentito i miei denti che battevano.»
Quando Paula tornò con la mente al momento di come sopravvisse quella notte, sentiva i suoi ricordi vivi, veri, come se si trovasse di nuovo lì. Stava rivivendo il passato in tutta la sua intensità e il suo orrore.
Nella quiete del primo mattino, seguendo il filo della sua memoria, ricordava di essere uscita dal nascondiglio e di aver trovato Yoske che già l’aspettava. «Non c’era nessuno in casa. Iniziammo a cercare dei superstiti. Uscimmo nei campi, pensando che magari qualcuno si fosse nascosto lì. Nei campi di patate giacevano i Marusiak a faccia in giù. Non erano le prime persone fucilate che vedevo, ma l’immagine di quei due contadini robusti con le braccia distese ancora mi tormenta.
«Il loro figlio Stashek era sparito. Una volta, mentre ero con i Sovitski a Yanovke due anni dopo, dei partigiani vennero a cercare del cibo. Credevo di aver intravisto Stashek tra di loro, ma questa è una storia a parte, un’altra deviazione nel mio viaggio di sofferenza. Al tempo ero vestita da contadina, e portavo un fazzoletto in testa che mi copriva gran parte del viso».
Tirò un sospiro profondo e non fu in grado di continuare il racconto.
«Qualcosa ti turba, Paula, magari un’altra volta?»
«No, amore mio» mormorò per la prima volta, e stringendosi al suo petto sentì la sicurezza e l’impeto che le servivano per superare quella pagina angosciante della sua vita.
Paula diede un’occhiata al suo orologio e si congedò in fretta. «Ritornerò qui tra tre giorni.»
All’orario che avevano deciso, Mustafa era già lì ad attenderla e Paula, non appena arrivò, riprese il racconto.
«Anche a Yanovke, vicino la foresta di Keltz, c’erano i partigiani. Ai tempi, la divisione partigiana dell’Armia Krajowa3 arruolava ancora gli ebrei. A zio Yoske venne quest’idea: prese un cappotto pesante di pelliccia e un cappello da contadino dai Marusiak, me li legò addosso con una cinghia di pelle e ci incamminammo nella foresta verso il terzo villaggio. Allo scurire del cielo, entrammo nella prima casa della periferia.
«All’inizio il contadino pensava che ci fossimo persi e che volessimo fermarci lì per la notte. Non si rese conto della nostra vera identità. Quando la vecchia Sovitski entrò in cucina per prepararci da mangiare, Yoske disse al contadino che fu Hrobri, il comandante della divisione partigiana, ad averci mandato lì, perché lui, Sovitski, doveva nascondere la ragazza. Yoske sarebbe poi tornato a prenderla dopo due settimane, e chiunque le avesse fatto del male avrebbe rischiato la vita.
Il sospetto che si era già insinuato nell’anima dell’anziano si fece ancora più forte quando tolsi il fazzoletto; l’aria in casa era viziata. I suoi occhi iniziarono a muoversi senza sosta tra la mia chioma di capelli rossi e Yoske. La paura dei partigiani, che avevano sempre mantenuto la loro parola, lo paralizzò. Yoske percepì il dilemma dell’uomo e disse ‘Tu, nonnetto, non temere. Le raseremo la testa, la vestiremo da ragazzino e diventerà il tuo pastore’.
«Il vecchio Sovitski rimase in silenzio a riflettere. Suo figlio era andato a Keltz e non era più tornato. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, ma in tempi di guerra era difficile meravigliarsene, pensò Sovitski. In ogni caso, sarebbe stato utile tenere in casa la ragazza.»
Paula ricordò anche che dopo la prima conversazione con Mustafa lui le consigliò di mettere tutto per iscritto, o almeno la sua esperienza da pastore del villaggio. E lei lo fece, tenendo il quaderno in camera per nasconderlo da Yekhezkl. Ora invece lo conservava nel comodino, sotto i vestiti dei bambini. Posò ago e filo. Tutti in casa dormivano. Al ritorno di Mustafa avrebbe già finito di rileggere le sue memorie, e leggendole provava un piacere particolare.
«E a quel punto avevo assunto un volto nuovo. Non ero più né la ragazza contadina né Marta con i Marusiak. Adesso ero Yanek, anche se tutti mi chiamavano ‘Testa Liscia’. Nel villaggio era questo il mio unico nome. I Sovitski mi tenevano con loro per paura di inimicarsi i partigiani e per un altro motivo ben ponderato: se me ne fossi andata e i tedeschi mi avessero catturato, sotto tortura avrei rivelato il mio nascondiglio, incriminando anche loro. A quel punto non avrebbero avuto scampo, quindi, restai lì.
«È anche vero che la minaccia di Yoske fece la sua parte. Sovitski lo aspettava ancora, ma decise che, se non fosse tornato, sarei andata io a cercarlo nella foresta.
«Il mio duro lavoro mi fece guadagnare il rispetto dei Sovitski. L’anziano trovò dei libri in una tenuta abbandonata, e mentre pascolavo la mucca e le sue poche pecore, riuscivo a leggere in angoli nascosti, badando bene a non destare sospetti. Avevo già deciso di trovare Yoske, quando una sera, mentre stavo per far rientrare gli animali, comparve e mi disse di venire nel bosco.
«La questione è semplice: dovetti diventare un maschio. Indossavo i pantaloni non per godermi la mia libertà, come fanno le donne di oggi, ma perché dovetti imparare non solo a indossare vestiti diversi, ma anche una pelle diversa, vivendo nei panni di un sempliciotto di campagna.
«Per dare un senso agli eventi accaduti nella foresta, dovrei prima spiegare che ruolo fui costretta dapprima a interpretare e poi a incarnare: un pastorello orfano ed ottuso. Tutti si sentivano liberi di prendermi in giro e di trattarmi male, così imparai ad evitare le persone. Nel villaggio, in pochi mi rivolgevano la parola perché, quando lo facevano, i Sovitski si indicavano la fronte, facendo capire che fossi fuori di testa.
«Quando finalmente andai a cercare i partigiani, avevo una vaga idea di dove trovarli grazie ai racconti e ai discorsi che avevo sentito. Dunque iniziai a guardarmi intorno e quando arrivai nel cuore della foresta, mi resi conto di non ricordare più il nome polacco che aveva scelto Yoske. Persa la speranza, mi voltai per tornare indietro e, ironia della sorte, mi trovai di fronte a due partigiani armati. Gridarono ‘Halt’ e io mi sentii mancare. Riuscii a salvarmi solo grazie al mio aspetto: indossavo vestiti fin troppo lunghi e larghi, che insieme al cappello di paglia, calcato sulla mia testa calva, mi facevano sembrare uno spaventapasseri sbrindellato. Appena mi avvicinai scoppiarono a ridere. ‘Ma che diavolo è? Non è né un uomo né una bestia.’ Balbettai che ero lì per raccogliere funghi e loro se ne andarono senza dirmi una parola. Iniziai quindi a raccoglierli…
«Non ho mai più rivisto Yoske. Ero tutta sola. Che opportunità sprecata… Se solo mi fossi ricordata il suo nuovo nome avrei rivelato tutta la mia storia segreta ai partigiani, ma in quelle condizioni non mi avrebbero mai creduto!».
A quel punto, Paula interruppe il suo racconto. La devozione di Mustafa riuscì a sciogliere quel nodo del suo cuore e tornò a casa sentendosi sollevata, per poi dover aspettare Yekhezkl per ore ed ore. Ritornò dalla sua “riunione” solo in tarda nottata, puzzando di whiskey.
Dove aveva preso le forze Yekhezkl per alzarsi presto e andare al lavoro l’indomani mattina? A detta sua, era una caratteristica di famiglia. A Paula certo non dispiaceva restare da sola, ma non poteva fare a meno di chiedersi che razza di partito fosse questo Yemay Kherut per consentire ai suoi membri uno stile di vita così sregolato.
Prima che nascesse il loro figlio Yigal, Yekhezkl l’aveva addirittura presentata ai compagni del partito. Nonostante l’atmosfera materialista, Paula riuscì anche a trovare delle persone per bene, probabilmente attirate con l’inganno. Aveva sofferto, ma tutte le sue attenzioni si concentravano sul bambino. A poco a poco, Yekhezkl finì per trascurarla del tutto.
Una volta, raccontò tutto questo a Mustafa; davanti al suo sguardo meravigliato, lei dovette spiegare che ci sono uomini che trovano le mogli insopportabili dopo la nascita dei figli. «Sembra strano, ma non intacca il loro affetto per i bambini. È una particolare forma di degenerazione, come nel caso di mio marito Yekhezkl.» Proseguì con il suo racconto: l’immagine pubblica della famiglia con Yekhezkl fu costruita con attenzione, in modo da non potergli addossare alcuna colpa. «In ufficio era un impiegato modello, spiegava ai nostri vicini che i suoi impegni nella comunità lo tenevano spesso fuori casa di notte. A furia di nascondere tutto da tutti, non riuscivo neanche a trovare me stessa; ero sempre nervosa e di cattivo umore ed è per questo, Mustafa, che incontrarti è sempre una gioia per me.»
Gli incontri tra Paula e Mustafa si fecero sempre più frequenti. Tsipe, la vicina, badava a Yigal e quando lei usciva, Paula badava ai suoi due figli. Come spesso accade tra vicini, le due battibeccavano. La radice del problema era proprio questa: immigrati contro vatikim, i primi pionieri. Paula non si lasciava intimidire da nessuno, e Yekhezkl non le faceva paura, ma temeva per il loro bambino.
Quella volta Tsipe sosteneva che erano i vatikim, i “prescelti”, ad aver patito per ottenere quello di cui gli immigrati cercavano di appropriarsi. «E noi?» chiese Paula fremendo di rabbia, «noi sopravvissuti ai sette fuochi dell’inferno, che siamo giunti qui e amiamo questa terra tanto quanto voi? Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Pensa a quanti vatikim sono fuggiti non solo in America, ma persino in Germania Ovest.»
Per ripicca, Tsipe raccontò a Yekhezkl delle uscite serali di Paula. La vicina non sapeva dove fosse diretta sua moglie, ma Yekhezkl indagò fino a scoprirlo, e annunciò all’intero vicinato che Paula lo tradiva con uno sporco arabo. La insultò pubblicamente con i più squallidi appellativi.
Paula confrontò Yekhezkl e Mustafa, i loro valori e comportamenti. Come aveva fatto a entrare nel partito di Yekhezkl, anche se per poco, quando seminava un tale odio verso gli arabi? A quel punto Yekhezkl la colpì, trascinandola per i capelli, urlando: «Fai tanto la signora perbene, hai un figlio e nemmeno ti vergogni!»
Quella stessa sera Paula si rifugiò a casa di Mustafa e rimase con lui. Da quel momento, Yekhezkl perse del tutto il controllo: li spiava e passava serate intere fuori dalla lavanderia dove lavorava Mustafa.
Mustafa trovò una sistemazione per Paula a casa di Matilda, la donna bulgara che una volta tentò di venderle una copia del giornale comunista polacco Volka. Ai tempi, Paula faceva ancora parte di Yemay Kherut insieme a Yekhezkl. Non voleva riconoscere o ricordare il suo passato, e per questo all’inizio si sentiva a disagio con Matilda. Dopo un soltanto un giorno però svilupparono una simpatia reciproca, avvicinandosi di più. Non era una sabra4 snob come Tsipe.
Le persecuzioni si fecero solo più intense, e Mustafa si spostò insieme a Paula nella casa della madre, a Jaffa.
Il suo bambino invece le fu portato via, come carne viva strappata dal suo seno, perché lei viveva con un arabo. Anche se ancora minorenne, Yigal fu affidato al padre, così prevedeva la legge. Paula ottenne un ghet5 e chiuse la storia con Yekhezkl, il quale portò Yigal in un istituto. La madre non riuscì mai a scoprire dove fu portato e quando.
Al ritorno di Mustafa, Paula era ancora seduta con il quaderno in mano. Aveva trascorso ormai quasi otto anni al suo fianco. Gli aveva dato tre figli, due bambine e un bambino; bambini sani, vivaci e felici. Bambini cresciuti con entrambi i genitori. L’altro invece, Yigal, aveva quasi undici anni. Paula guardava l’orizzonte, dove le navi salpavano nei vuoti del mare in tempesta per raggiungere la costa. Ma le onde si frangevano ossessivamente sulla riva, come il pensiero costante che Yigal avesse ancora bisogno di lei. Non lo vedeva da così tanto tempo.
Le gemelle, le due bambine Suad e Hadidja, erano a scuola mentre il piccolo Akhmed era a letto. La vecchia Fatima era andata a trovare suo figlio a Lidda e quel giorno il mare era più snervante del solito per Paula.
L’assenza di Yigal era il tassello mancante della sua felicità. Si trovava a incarnare un altro volto ancora. Dovette di nuovo trasformarsi, adottando nuove abitudini e abbracciando una vita completamente diversa da quelle che aveva vissuto in precedenza. Parlava bene la lingua, con la stessa vividezza lasciata in eredità dagli arabi antichi. Il modo in cui viveva questa donna pallida e dai capelli fulvi, con le gioie e i dolori della famiglia di suo marito era sbalorditivo. Ma lei, come sempre, non si dava pace. Celava in sé desideri inespressi, contraddizioni, complessità.
«Perché sei così pensierosa, Paula?» Sentì il tocco della mano di Mustafa. Paula distolse lo sguardo dal mare e si voltò verso il marito, guardandolo perplessa per un momento, senza sapere dove fosse. «Paula», continuò lui, «come sta Akhmed?»
«Molto meglio. Probabilmente stasera starà già bene. Adesso dorme, non svegliarlo.»
«Ho preso un permesso per questo pomeriggio, ero preoccupato per lui.» Sentì una forte fitta al cuore. Forse Yigal era da qualche parte lì fuori, anche lui malato. Chi c’era di fianco al suo letto? Mustafa abbracciò il figlio con il ritegno tipico dei musulmani. Non era religioso, ma aveva comunque manifestato la sua preoccupazione per Akhmed chiedendo ad Allah di proteggerlo.
Paula rifletteva ancora. «Che gioia le mie due bambine e Akhmed, che sta iniziando a capire le prime parole! Il fato, però, non riserva la stessa gentilezza a tutti». Alla fine, avrebbe comunque dovuto lasciare Yekhezkl, ma che colpa ne aveva Yigal? «Sono un albero abbattuto», pensava Paula tra sé e sé. «Le mie radici sono ancora qui, ma hanno tagliato via il mio ramo più antico.»


  1. Per approfondire la presenza di movimenti sionisti a Cipro, rimandiamo alla lettura di questo approfondimento pubblicato sul sito (Hi)stories of the German-Jewish Diaspora. [NdT] ↩︎

  2. Al-Ittihad è uno dei giornali palestinesi più importanti, nonché l’unico a essere ancora stampato da prima dell’occupazione israeliana. [NdT] ↩︎

  3. Si tratta del principale movimento di resistenza polacco durante la Seconda Guerra Mondiale. Operò tra il 1942 e il 1945 come braccio armato dello Stato segreto polacco, fedele al governo in esilio a Londra. Fu la più grande forza partigiana nell’Europa occupata dai nazisti e guidò l’Insurrezione di Varsavia del 1944. [NdT] ↩︎

  4. Sabra è un termine usato per indicare letteralmente un tipo di cactus duro all’esterno e morbido all’interno; viene utilizzato nel linguaggio comune per indicare il carattere degli ebrei israeliani. [NdT] ↩︎

  5. Un ghet è un documento che, nel diritto religioso ebraico, rende effettivo il divorzio per le coppie sposate di religione ebraica; il termine è usato per riferirsi al divorzio stesso. [NdT] ↩︎

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