L'anno in cui vinsi la capra
L'anno in cui vinsi la capra
Quel giorno ero al supermercato sotto casa, reparto carne. Corsia fredda e lucida come sempre, un po’ di fresco in quelle calde giornate d’agosto. Stavo pensando a cosa fare per cena, quando ho visto il cartello scritto a pennarello: “Capretto in offerta”.
Uno schieramento di vaschette perfettamente allineate sul bancone. Ho allungato la mano verso la prima della fila. L’ho presa senza pensarci, giusto per leggere l’etichetta. Origine Italia, allevato non so dove, peso, prezzo al chilo.
La tenevo in mano e la guardavo, lì dentro non c’era nulla che somigliasse a una capra. Solo carne tagliata e incartata. Ho appoggiato la vaschetta di nuovo sul banco e il freddo della plastica mi è rimasto un attimo nelle dita. Le ruote del carrello dietro di me hanno cigolato, qualcuno ha tossito, una bambina piangeva da qualche parte, e in mezzo a quella confusione normale mi è venuto in mente l’odore di un’altra carne, di un’altra estate.
È stato veloce, come quando senti il profumo e in bocca ne percepisci subito il sapore. Ho visto il paese di mia nonna, in cima alla collina, con le case strette tra loro e le strade in salita che tagliavano l’orizzonte. Ho visto la piazza davanti alla chiesa, piena di gente. Le bancarelle, il fumo dei panini con la salamella, le luci appese da un balcone all’altro. E una capra vera, legata a un palo davanti a un banchetto di plastica, che tirava la corda e pestava le zampe tra la polvere e bottiglie di birra vuote.
Quando mi torna in mente quel posto non vedo mai l’inverno. Non vedo la pioggia, le giornate corte e il buio. Vedo solo l’estate, perché è l’unico pezzo che conosco davvero. Il verde che si bruciava piano e diventava giallo, le colline piene di ulivi e fichi che si arrampicavano fino quasi alle nuvole, la strada principale tutta buchi e crepe, franata a metà e mai aggiustata per anni. L’acqua che arrivava a giorni alterni e i serbatoi sui tetti.
In cassa davanti a me qualcuno parlava. Io li sentivo ma era come se arrivassero da lontano. Pensavo a quando la vita girava intorno a due feste l’anno, luglio e agosto, il santo del paese e la Madonna della Cappella, e tutto il resto era solo attesa.
Mia nonna metteva da parte i soldi per quelle feste mesi prima. Li infilava in una busta dentro a un cassetto in sala e diceva che erano per il santo, per la Madonna, per “quando passeranno Mimmo e Franco a raccogliere”. Io la guardavo contare quelle banconote, tutte da cinque, da dieci, mai grosse, e immaginavo di quante altre buste così ci sarebbe stato bisogno per farle diventare luci, fuochi d’artificio, palchi e cantanti che arrivavano da fuori.
Sono anni che non ci vado più. Da quando è morta mia nonna non ho più avuto motivo di andarci, almeno così mi dico. Ogni tanto ci penso, soprattutto d’estate, quando in città le strade si spengono e mi torna in testa il rumore dei fuochi d’artificio che sparavamo dopo la processione. Poi mi passa, come mi è passato in quel supermercato. Ho pagato e sono uscito.
La vaschetta di capretto è rimasta lì, in un angolo del banco, e più tardi, a casa, mentre mettevo via la spesa, continuavo a pensare a quella capra legata al banchetto del gioco “dell’indovina il peso”. All’estate in cui non l’abbiamo solo guardata da lontano, ma ce la siamo portata a casa per la corda, su e giù per le salite del paese, come se fosse un trofeo e una condanna insieme.
Ogni estate il viaggio era sempre, più o meno, allo stesso modo. Partenza all’alba, finestrini mezzi abbassati e un cuscino sui sedili posteriori. Mio padre guidava, io un po’ dormivo, un po’ guardavo i cartelli con i nomi dei paesi, aspettandomi che comparisse quello di mia nonna, anche se a separarci c’erano quasi milleduecento chilometri.
La salita cominciava piano, appena usciti dalla città, poi la strada si stringeva e iniziavano le curve e la campagna. Il verde che era già diventato giallo e secco. Gli ulivi restavano, ma il terreno intorno sembrava sempre sul punto di prendere fuoco.
La strada era asfaltata sì e no. C’erano buche che mio padre ormai conosceva una per una e schivava senza pensarci. A un certo punto passavamo accanto alla frana: un lato della carreggiata era proprio mangiato via, il guardrail piegato nel vuoto. Anno dopo anno la trovavo sempre uguale, come se nessuno avesse anche solo pensato di sistemarla.
Quando la macchina sbucava sull’ultima curva e vedevo le prime case ammassate sulla collina, sentivo che l’estate cominciava davvero. Case con interi piani ancora in costruzione da anni, ruderi ridotti a montagnette di pietre e travi, i serbatoi sui tetti. L’acqua arrivava quando decideva il comune, un giorno sì e uno no, a volte due no e uno sì.
La casa di nonna stava in cima a una salita così ripida da trasformare il parabrezza dell’auto in una finestra sul cielo. Appena scendevamo dalla macchina sentivo sempre lo stesso odore. Fritto di qualcosa che non capivo se fosse melanzana o frittelle di fiori di zucca. Lei ci aspettava sulla porta con il grembiule addosso e un canovaccio sulla spalla, come se l’avessimo interrotta a metà di un lavoro che in realtà non finiva mai. Le mani sempre sporche di qualcosa di buono.
Dietro casa, a pochi passi, c’erano le cantine. Non erano proprio sotto l’abitazione, bisognava fare qualche decina di metri lungo la strada e scendere un paio di scalini in cemento. Dentro c’era fresco anche nei giorni in cui fuori l’aria restava immobile. Appesi alle travi c’erano capocolli, pancette, salami, file di origano che scendevano come tende. In un angolo c’erano i bidoni dell’olio, e più in là le damigiane del vino, il vinello scuro che bruciava in gola e che da ragazzini assaggiavamo di nascosto. Un vecchio forno a legna occupava una parete. Lì mia nonna e le altre donne del quartiere facevano il pane e, quando succedeva, la gente cominciava a passare davanti alla porta con qualche scusa.
Il quartiere era fatto di case appoggiate una all’altra, nessuna porta chiusa a chiave durante il giorno. Spesso neanche socchiusa. Passavi davanti e vedevi cucine e televisori accesi. Ogni tanto un gatto che usciva da una casa ed entrava in un’altra, come se fosse la sua. Non era strano trovarsi un gatto randagio seduto sulla sedia vicino al tavolo, che ti guardava mentre mangiavi come se fossi tu l’ospite.
Una delle cose che facevo più spesso era portare i piatti in giro. C’era sempre qualcosa da dare a qualcuno. Frittelle di fiori di zucca, melanzane sott’olio, peperoni fritti, una teglia di pasta al forno “che è venuta tanta”. Mia nonna caricava i piatti, li copriva con la stagnola e mi diceva di portarli a commare Melina, a commare Paolina, a qualcun altro che in quel momento le veniva in mente. Io scendevo le scale, attraversavo la strada, entravo senza bussare e le chiamavo. Rispondevano dalla cucina, dal balcone o dall’orto dietro casa e mi dicevano di appoggiare il piatto sul tavolo. A volte mi fermavo a bere un bicchiere di orzata o a mangiare qualcosa di quello che stavano cucinando loro.
Il pallone era l’altra misura della giornata. Io e i miei cugini giocavamo in mezzo alla strada, senza porte, con due pietre o la facciata di una casa diroccata a segnare il limite. Il campo non era mai in piano. Bastava uno stop sbagliato e la palla iniziava a rotolare giù per la salita, e allora partiva la corsa, giù dietro, con le suole che strisciavano sull’asfalto caldo come le bestemmie che urlavamo. A volte finiva nell’orto di qualcuno, tra i pomodori, le zucchine, le file di cipolle. Si andava a recuperarla chiedendo scusa, cercando di non calpestare niente.
Quando faceva troppo caldo passavamo il tempo alla fontanella, quella poco più su di casa di mia nonna. Lì l’acqua usciva sottile come il piscio, e noi ci bagnavamo la faccia, i capelli, le braccia. Nelle pozze che si formavano accanto, tra le pietre viscide, si raccoglievano le rane. Tornavamo a casa con le magliette bagnate e i piedi nudi sporchi di terra dentro alle ciabatte.
Intorno a noi giravano sempre le stesse figure. C’era la signora di fronte, che teneva la radio accesa giorno e notte su Radio Maria. A forza di sentirla non la notavi più, era naturale come il canto dei galli al mattino.
Lungo la strada passava ogni tanto il vecchio ambulante con il saccone in spalla. Avrà avuto quasi novant’anni, senza denti, le gambe sottili, ma faceva tutto il paese a piedi dalla mattina alla sera. Si fermava con gli uomini e con i ragazzini, tirava fuori dalla borsa calzini, mutande, rasoi, e intanto parlava solo di donne, di “fimmine” e di come il viagra non fosse cosa per lui, non ne aveva bisogno, diceva.
C’era anche Lupin, il ragazzo che ogni tanto beccavano a rubare nelle case. Lo chiamavano così tutti, nessuno si ricordava più il suo vero nome. In un posto dove nessuno chiudeva mai la porta a chiave era quasi un personaggio di fantasia, uno che rompeva la regola non scritta della fiducia e per questo era diventato una specie di storia da raccontare ai bambini quando facevano i capricci.
Più in basso, verso la parte del paese che per noi era già “fuori”, c’era la villa del pittore e quella, ancora più in giù, dello scozzese venuto a vivere lì per la pensione e sparito un anno all’improvviso. Ma quelli li vedevo solo di sfuggita, quando scendevamo per i sentieri a cercare scorciatoie, e mi sembravano già un altro mondo.
Il centro del mio, di mondo, restava sempre lo stesso. La cucina di mia nonna, il balcone
dove la sera si radunavano le vicine a bere un caffè o un limoncello, le voci che salivano una sopra l’altra a parlare del paese, delle persone del paese, del caldo, dell’acqua che non arrivava, delle feste che “ormai sono alle porte”. E in mezzo io, che ascoltavo senza capire tutto, ma memorizzavo ogni odore, ogni rumore, senza sapere che un giorno mi sarebbero rimasti in testa più di tante altre cose.
Le feste non arrivavano mai all’improvviso. Iniziavano settimane prima, dentro le case. Cominciavano quando quelli della commissione del paese si mettevano d’accordo sul giorno in cui passare per la raccolta delle buste con le offerte.
La busta era davvero una busta. Bianca, normale, con sopra scritto a penna “per il santo e la Madonna”. Non erano mai cifre grosse, ma per mia nonna pesavano. Diceva che bisognava dare il giusto, che il santo e la Madonna ci proteggevano ed era giusto ringraziarli.
Quel paese viveva di lavoro nei campi, di pensioni, di stipendi portati a casa dai pochi che erano rimasti giù. Eppure per le due feste dell’estate i soldi si trovavano sempre. A luglio c’era il santo del paese, quello che stava nella chiesa grande, in centro. Ad agosto toccava alla Madonna della Cappella, su in cima, in quella chiesetta che si raggiungeva solo affrontando una salita che a metà ti faceva venire voglia di tornare indietro. Due appuntamenti fissi, due date segnate nella testa di tutti, quasi più del Natale.
Quando i volontari della commissione salivano per la strada con le buste in mano, il quartiere si accendeva. Qualcuno chiedeva quanto avevano raccolto, se bastava per il cantante che si diceva volessero invitare quell’anno. I nomi giravano giorni prima. Cantanti mai famosissimi, ma riconoscibili, di quelli che qualche volta sentivi in radio.
Il bello è che quei soldi, una volta usciti dalle buste, si trasformavano. Nessuno sapeva bene come. Non c’era un tabellone con i conti, nessuno chiedeva ricevute. Ci si fidava. A luglio comparivano il palco nella piazza, le luci tra un palazzo e l’altro. Ad agosto, per la Madonna della Cappella, spuntavano le bancarelle lungo tutta la salita, fino al piazzale su in alto.
Io e i miei cugini aspettavamo quei giorni come se fossero Capodanno, compleanno e ultimo giorno di scuola messi insieme. Il resto dell’estate andava bene, tra pallone, fontanella e colline, ma le feste erano un’altra cosa. Erano le notti in cui si stava svegli fino a tardi senza che nessuno dicesse niente, le notti in cui si poteva girare da soli per il paese e sentirsi grandi anche se avevamo ancora la faccia da bambini.
Ci preparavamo per giorni. Stavamo ore a ragionare su cosa metterci, come se dall’aspetto dei nostri vestiti dipendesse qualcosa. Tiravamo fuori le magliette migliori, i jeans buoni, le scarpe meno consumate. Volevamo sembrare più grandi. Mia nonna ci guardava e scuoteva la testa, ci diceva di non ungerci con il panino con la salamella.
Nei giorni prima della festa del santo, anche il paese cambiava. La chiesa grande restava aperta fino a tardi, la gente entrava e usciva con le candele in mano. Si sentivano prove di banda che arrivavano da qualche cortile, pezzi di marce, scale ripetute. Le donne parlavano solo di questo. Di come si vestivano per la processione, di chi portava il santo sulle spalle, di chi aveva fatto la promessa l’anno prima e ora doveva mantenerla. In mezzo a tutto, c’era anche chi brontolava. Diceva che si spendeva troppo per i cantanti e troppo poco per aggiustare la strada franata, che il santo non aveva bisogno dei fuochi ma della devozione. Poi però li vedevi tutti lì, in prima fila, la sera dei fuochi.
La processione era il vero inizio della festa, anche se noi ragazzini preferivamo il resto. Il giorno stabilito, verso il tardo pomeriggio, le campane iniziavano a suonare più forte. Dalla chiesa usciva la statua del santo. Otto uomini la sollevavano e cominciavano a camminare seguendo un percorso che sembrava progettato per non lasciare fuori nessuno. Si infilavano nelle stradine più strette, affrontavano le salite peggiori, passavano davanti alle case dei malati.
Dietro, in fila, c’era la banda. Marce lente, stonate quel tanto che bastava a ricordarti che era il paese, non la televisione. E dietro ancora la gente. Vecchi appoggiati ai bastoni, donne con il rosario tra le dita, bambini che correvano da un lato all’altro, coppie di giovani che si scambiavano sguardi attesi un anno intero.
Io e i miei cugini la processione non la facevamo quasi mai. Restavamo a casa di mia nonna a guardarla avvicinarsi dalla strada più in basso. Sentivamo la banda prima di vedere il santo. Quando compariva la statua, noi eravamo già nascosti dentro casa. Mia nonna si faceva il segno della croce e piangeva ricordando nonno. Poi portava fuori acqua e caffè per offrirli alla banda, che di solito si fermava lì per tirare un po’ il fiato.
Appena il rumore della marcia si allontanava, iniziava il nostro pezzo di festa. Io e i cugini tiravamo fuori i fuochi che avevamo comprato nei giorni prima. Petardi, miccette, qualche raudo. Ci piazzavamo al centro della strada e cominciavamo a farli esplodere, ridendo per ogni botto che rimbombava tra le case.
La prima sera di festa cominciava sempre nello stesso modo. Il sole non era ancora del tutto calato, ma le luci delle bancarelle erano già accese.
Io e i miei cugini uscivamo dopo cena, con lo stomaco pieno a metà perché sapevamo che avremmo mangiato di nuovo. Scendevamo le scale di corsa, salutavamo mia nonna che ci raccomandava di stare attenti e di non bere alcolici, anche se ufficialmente nessuno di noi beveva niente.
Per arrivare alla piazza della festa del santo bastavano dieci minuti. La strada era tutta una salita lenta, con le case ai lati, le porte aperte, la gente già in movimento.
La musica del palco arrivava già a metà percorso.
Una volta arrivati, avevamo sempre lo stesso rito. Prima il panino con la salamella alla bancarella di Pasquale. Lui stava dietro il banco con una sigaretta in bocca e una birra in mano. Noi ordinavamo tre panini, uno a testa, e lui li preparava senza neanche chiederci cosa mettere dentro. Pane, salamella, cipolle, peperoni e maionese. Il pane croccante fuori e morbido dentro. Il pane più buono che io abbia mai mangiato.
Da bere prendevamo il Bacardi. Non perché ci piacesse davvero, ma perché era alcolico e la bottiglia ci sembrava abbastanza diversa da una birra da non far scattare subito l’occhio ai grandi. Con le bottiglie in mano ci spostavamo sul muretto di fronte alla bancarella. Quello era il nostro punto fisso. Da lì vedevamo passare quasi tutti. I vicini di casa, i vecchi del quartiere, le ragazze della nostra età vestite meglio del solito, le donne con i vestiti buoni e i tacchi, gli uomini che si fermavano da Pasquale e in pochi minuti erano già gonfi.
Mangiare e bere sul muretto era la parte lenta della serata. Commentavamo tutto. Chi era ingrassato, chi era dimagrito, chi si era fidanzato, chi si era mollato. Su alcune persone avevamo solo storie sentite dai grandi, pezzi di voci rubate. Su altre improvvisavamo. Ogni tanto qualcuno veniva a salutarci, ci chiedeva se a casa “era tutto a posto”, come andava la scuola.
Quando finivamo i panini e le bottiglie cominciavano a svuotarsi, ci mettevamo in piedi e facevamo la prima vasca. Dal muretto alla fine delle bancarelle e ritorno. Era un modo per farci vedere, più che per vedere.
La bancarella del tiro a segno stava sempre più o meno nello stesso punto. Un banchetto lungo, i fucili ad aria appoggiati in fila, il bancone di lamiera dove rimbalzavano i pallini. Sopra, attaccati con lo scotch o con i ganci, c’erano i premi. Portachiavi, peluche, bottigliette mignon di liquore, qualche coltellino, una pistola a gas con la bomboletta, una quaglia viva in gabbia. La quaglia stava in un angolo, sempre un po’ nascosta, ma la vedevi perché ogni tanto si muoveva di scatto e sbatteva contro le sbarre.
Noi ci fermavamo lì quasi ogni volta. Pagavamo la nostra serie di colpi, prendevamo in mano il fucile e ci mettevamo a sparare ai bersagli di carta. Il rumore dei colpi era secco, metallico. Quando centravi il punto giusto, il bersaglio cadeva giù con un tonfo leggero e il gestore ti assegnava un premio in base a quanti ne avevi buttati giù. Di solito uscivamo con un portachiavi, quando andava bene con una bottiglietta di liquore. La pistola a gas e la quaglia restavano sempre lì.
Poi c’era il gioco dell’indovina il peso. Non era una bancarella vera, quanto più un tavolo di plastica piazzato al centro di un piccolo spiazzo. Dietro al tavolo sedevano due o tre uomini della commissione, con davanti un secchio di plastica pieno di qualcosa di pesante. Pietre, sabbia, magari ferro. Il gioco era semplice. Pagavi una piccola quota, scrivevi su un foglio il peso che secondo te aveva quel secchio pieno, con tutti i grammi. Alla fine della festa, dicevano al microfono chi c’era andato più vicino e quello si portava a casa il premio.
Il premio, per quel gioco, era sempre lo stesso. Una capra viva. Stava legata vicino al tavolo con una corda al collo. La capra stava lì per ore, in mezzo alla confusione, al rumore, ai piedi che le passavano vicino. Ogni tanto qualcuno le dava una pacca sulla groppa, qualcuno le tirava le orecchie, qualcuno provava a farle bere birra. La capra belava, tirava la corda, cercava di allontanarsi, poi si fermava, come se avesse capito che non c’era modo di sottrarsi.
Qualcuno diceva che era tutto truccato e il premio finiva sempre a qualcuno vicino alla commissione.
Ogni anno, comunque, giocavamo. Non potevamo farne a meno, piccoli ludopatici. Metà dei nostri soldi per la festa finiva lì.
Si vinceva un essere vivo da portare a casa, nutrire, guardare negli occhi sapendo già come sarebbe finita.
Noi quella fine la conoscevamo. Ogni famiglia del paese, prima o poi, aveva macellato un animale per una festa. Ma una cosa era vederlo da fuori, un’altra era immaginarsi la corda in mano a te, la salita fatta al contrario, dalla festa fino a casa, con l’animale che ti seguiva per forza. Quell’estate, senza saperlo, ci stavamo avvicinando proprio a quella scena.
Non ricordo il giorno preciso, ma ricordo il caldo. Un caldo più appiccicoso del solito. In casa mia nonna sudava anche restando ferma e insisteva per farci mangiare qualcosa prima di uscire. Pasta con il sugo, patate ripiene. Noi buttavamo giù in fretta, già vestiti, già con la testa in piazza.
Avevamo messo da parte qualche soldo in più del solito. Piccole somme ricevute dagli zii, dai genitori, da mia nonna. Banconote piegate, appallottolate nelle tasche dei pantaloni. Io e i miei cugini avevamo fatto i conti tutto il pomeriggio. Deciso quanto tenere per i panini e le bottiglie e quanto destinare ai giochi. Quel giorno avevamo deciso che avremmo puntato forte sulla capra.
Ci avviammo verso la piazza, facemmo il solito giro. Panino con salamella, Bacardi in mano, un primo passaggio al tiro a segno. I colpi andarono così così, uscimmo con il solito portachiavi e una bottiglietta di liquore che infilammo in tasca, da bere più tardi dietro qualche macchina. Poi ci avvicinammo al tavolo della capra. Lei era già lì, legata, un po’ più inquieta del solito. Tirava la corda, allungava il muso verso un mucchietto di erba secca che qualcuno aveva buttato lì, poi si spostava di lato quando la folla le si stringeva intorno.
Gli uomini della commissione controllavano i fogli, si passavano la penna, segnavano numeri su un quaderno. La gente andava e veniva. C’era chi giocava una volta sola, giusto per dire di aver partecipato, e chi tornava due o tre volte, cambiando numero ogni volta.
Ci avvicinammo al tavolo e pagammo la prima giocata. Il primo a segnare il numero fu uno dei miei cugini, poi toccò a me. Misi giù un peso che mi sembrava giusto, non troppo alto, non troppo basso. L’altro cugino fece lo stesso. Ci allontanammo, come se ci fossimo levati un pensiero.
Dopo dieci minuti eravamo di nuovo lì. Un’altra giocata. Ogni volta aggiustavamo un po’ il tiro, a caso, cercando di dare un senso a una cosa che non ne aveva. In mezzo, sentivamo i commenti degli adulti. Chi ci diceva che “non siete buoni, che ci capite”, chi ironizzava sullo sforzo che compivamo per sollevare il secchio.
Non so quante volte giocammo. So che a un certo punto mi accorsi che nelle tasche mi rimaneva giusto il necessario per una bottiglia ancora e forse per un ultimo tiro al bersaglio. Il resto era tutto lì, su quel tavolo. La capra nel frattempo si era calmata. Aveva trovato una posizione, le zampe un po’ piegate, il muso verso il terreno, come rassegnata.
La serata andava avanti. Il cantante aveva iniziato il suo pezzo, la piazza era piena, qualcuno ballava, altri stavano fermi con le braccia conserte. La voce di Franco, della commissione, ogni tanto interrompeva le canzoni per ricordare che più tardi ci sarebbe stata la pesata, che il gioco era ancora aperto.
Quando dissero che il tempo per giocare era finito, io e i miei cugini eravamo di nuovo sul muretto. Le bottiglie erano vuote, la pancia piena, la testa leggera. Dal tavolo dell’indovina il peso portarono via il secchio per un attimo, dietro il banchetto, dove non si vedeva cosa facevano. La capra restò là, a guardare il niente.
La piazza si raccolse. Non tutta, ma una massa compatta si spostò verso il centro. Ci infilammo anche noi, spinti dalle schiene, dalle braccia, dalle pance degli altri. L’odore di sudore e di fumo era forte. La musica si abbassò. Il microfono fece un fischio. Franco si schiarì la voce e iniziò a parlare. Spiegò per l’ennesima volta il regolamento, come se qualcuno non lo sapesse. Disse il peso esatto del secchio, con tutte le cifre. Io lo sentii ma non lo memorizzai.
Cominciò a leggere i nomi dei tre che si erano avvicinati di più. I primi due non ci riguardavano. Erano persone del paese che conoscevo. Sbagliarono di pochi grammi, nemmeno un etto. Quando arrivò al primo classificato, fece una pausa teatrale. Disse il numero del peso segnato sul foglio e poi il nome. Il mio.
Per un attimo pensai di aver capito male. Sentii il gomito di mio cugino piantarsi nelle mie costole e l’altro che mi tirava per la maglietta. “Mannaia ma madonna, vincisti tu!” mi disse uno. Io rimasi fermo, con le mani lungo i fianchi, fino a quando qualcuno dietro di me non mi spinse in avanti.
Camminare verso quel tavolo in mezzo alla folla fu strano. Gli adulti mi guardavano, alcuni sorridevano, qualcuno mi malediceva dandomi del “culo rotto”. La capra sembrò muoversi appena, come se avesse capito che qualcosa stava cambiando. Quando arrivai davanti al banchetto, uno degli uomini della commissione mi mise la mano sulla spalla e mi fece i complimenti. Disse che avevo avuto occhio, o tanta fortuna.
Uno degli uomini sciolse la corda dal palo e me la mise in mano. Ruvida, spessa. Pesante. La capra fece un mezzo passo avanti, poi si fermò. Io la guardai e per un secondo non vidi più la festa, non sentii più la musica, i fuochi, le risate. Vidi solo l’animale, il pelo sporco di polvere, il campanaccio piccolo che portava al collo, gli occhi lucidi che riflettevano le luci delle bancarelle.
Dietro di me arrivarono i miei cugini. Uno prese un pezzo di corda più in alto, l’altro si mise di lato, pronto a guidarla.
Tornare verso casa con la capra fu una piccola processione al contrario. La gente si apriva per farci passare, commentava, rideva, ci dava pacche sulle spalle. Qualcuno allungava una mano a toccare l’animale, come se portasse fortuna. La corda tirava ogni tanto, la capra cercava di restare indietro, poi si decideva e avanzava, battendo gli zoccoli sull’asfalto.
Le luci della festa restavano alle nostre spalle. Davanti, la strada in discesa, le case meno illuminate, le voci che si affievolivano. Ogni tanto incrociavamo qualcuno che tornava a casa prima degli altri. Ci chiedevano se avevamo vinto davvero noi, ci guardavano come se fossimo diventati importanti. A me niente sembrava importante. Sentivo solo il peso della corda nelle mani e il suono del campanaccio che tremava a ogni passo.
Quando arrivammo davanti a casa di mia nonna, la capra si fermò netta. Non voleva entrare nel vicolo stretto che portava all’orto. Dovemmo tirare in tre, spingerla da dietro, parlarle sottovoce come se potesse capirci. Alla fine cedette. I suoi zoccoli scivolarono un po’ sulla terra secca dell’orto, poi si piantarono. Là dentro l’aria era diversa. Odore di terra, di erba. Il rumore della festa arrivava lontano. La capra sembrò sentirsi al sicuro.
La legammo a un palo vicino al muro, dove prima tenevamo l’asino quando mio nonno c’era ancora. Noi restammo lì qualche secondo, in silenzio. Poi, uno alla volta, salimmo le scale per andare a dormire.
Le prime mattine passate con la capra nell’orto furono quasi un gioco. Io e i miei cugini scendevamo giù appena svegli, ancora in ciabatte, per vedere se era sempre lì, se aveva mangiato, se la corda teneva. Lei ci guardava appena, masticava l’erba che trovava, ogni tanto tirava la corda quel tanto che bastava a far suonare il campanaccio. Mia nonna le portava avanzi di verdure, bucce, foglie grosse. Diceva che bisognava trattarla bene, che la carne veniva meglio se l’animale era stato trattato bene.
Non è che ci affezionammo davvero. Non le avevamo dato un nome, non la accarezzavamo. Però la sua presenza cambiò l’orto. Ogni volta che scendevamo là sotto c’era quel movimento in più, quel rumore di zoccoli sulla terra. Di notte la sentivamo belare ogni tanto, un verso breve, che arrivava fino alle camere da letto e si mescolava ai rumori del paese, ai cani che abbaiavano, a Radio Maria.
Il giorno della macellazione non fu annunciato. Lo seppi da una frase buttata lì da mia nonna, mentre apparecchiava. Disse che la domenica dopo ci sarebbe stato un pranzo grande nell’orto, che sarebbero venuti gli zii, i cugini, qualche vicino. Aggiunse solo che bisognava “sistemare” la capra. Usò proprio quella parola. Io annuii come se fosse una cosa normale. In quel paese lo era.
La mattina stabilita mi svegliai prima del solito. L’aria era più fresca, c’era un po’ di vento che muoveva le tende. Dalla cucina arrivavano già rumori di piatti, pentole, voci. Scesi in fretta. In strada, davanti al portone, c’era la macchina di mio zio e, più in là, quella di un vicino. Gli uomini erano già giù nell’orto. Li sentivo parlare a voce alta, bestemmiare, poi sentii il rumore metallico di un coltello che veniva affilato.
Non andai a vedere subito. Stetti un po’ in cucina con mia nonna, che trafficava tra fornelli e tavolo. C’erano ciotole di spezie, aglio schiacciato, prezzemolo tritato. Mancava ancora la carne, ma tutto il resto era pronto ad accoglierla. Lei si muoveva come sempre, senza fretta, senza fare commenti. Ogni tanto buttava l’occhio fuori dalla finestra che dava sull’orto. Io seguivo il suo sguardo, ma da lì si vedevano solo le cime degli alberi di limoni e un pezzo di cielo.
Quando scesi nell’orto gli uomini avevano già ucciso e appeso la capra. Ero felice di essermi perso quel momento. Il resto successe in fretta. Il compressore per staccare la pelle dalla carne, la carcassa ridotta in pezzi. Il pentolone messo sul fuoco.
Mi colpì che nessuno parlasse della capra come della capra. Anzi, nessuno ne parlava e basta. Era un lavoro, un mestiere ripetuto tante volte. C’era anche un po’ di soddisfazione, una specie di orgoglio nel fare le cose per bene, pulite, nel minor tempo possibile.
Mia nonna a un certo punto scese con una bacinella vuota. La riempirono di pezzi di carne e gliela restituirono. Lei risalì piano le scale, con il peso tra le braccia. Io le andai dietro. In cucina rovesciò la carne sul tavolo grande, coperto da una tovaglia vecchia. Le mani le si muovevano da sole. Divideva, sceglieva, separava il pezzo per lo spezzatino da quello per il forno, il pezzo da bollire da quelli da fare con il sugo.
Il pranzo si preparò in fretta e insieme. Arrivarono zii, zie, cugini, vicini con le mani occupate. Bottiglie di vino, insalate, dolci fatti in casa, angurie. Gli uomini salivano e scendevano tra cucina e orto, portavano sedie, tavoli di plastica, piatti. L’odore di carne che cuoceva immersa nel sugo si infilava dappertutto. La casa era piena di voci, di passi, di risate.
Quando fu il momento di sedersi, l’orto sembrava un’altra cosa rispetto alla mattina. Le tavolate occupavano la parte centrale, le sedie erano tutte diverse tra loro, prese da case diverse. Sopra i tavoli c’erano tovaglie scompagnate, piatti bianchi, bicchieri di vetro spesso. In un angolo, appesa ancora al palo, pendeva la corda della capra. Sul terreno, vicino al muro, c’era una macchia più scura che non si era asciugata del tutto.
Ci sedemmo dove capitava. Io finii tra un cugino più grande e uno zio che avevo visto poche volte. Il vino cominciò a girare nei bicchieri dei grandi e qualche volta anche in quelli di noi più piccoli. Nell’aria c’era quella leggerezza dei pranzi in famiglia, quando tutti parlano insieme e nessuno ascolta davvero tutto. Le donne portavano i piatti in continuazione, li toglievano, riempivano di nuovo. Ogni tanto qualcuno alzava il bicchiere per fare un brindisi generico. Alla famiglia, all’estate, a noi ragazzi che avevamo “portato fortuna”.
Quando arrivò la carne, fu un’altra ondata di odore. Il sugo colava nel piatto, si mescolava con il pane. Qualcuno disse che era venuta tenera, che si sentiva che l’animale era stato trattato bene. Qualcun altro scherzò sul fatto che l’avevamo tirata un po’ troppo per la corda, quella notte, quando l’avevamo portata a casa dalla festa, e che la carne era “nervosa”.
Io mangiai. Non avrei saputo dire di no. Il sapore era buono, forte, con quel misto di grasso e di fumo che hanno le carni cucinate vicino alla legna che brucia. Ogni boccone però aveva qualcosa di diverso rispetto alla carne che avevo mangiato fino a quel momento. Non era solo perché sapevo da dove veniva. Era il fatto che, per la prima volta, sentivo di aver partecipato dall’inizio alla fine. L’avevo vista legata alla festa, l’avevo vinta, portata a casa, vista nell’orto, ascoltata belare la notte, e adesso la sentivo sotto i denti.
Non dissi niente a nessuno. Né allora né dopo. Guardavo gli adulti che mangiavano, ridevano, si leccavano le dita. Guardavo i miei cugini che facevano battute sulla “nostra” capra, orgogliosi di come aveva riempito i piatti di tutti. Ogni tanto il mio sguardo tornava alla corda e alla macchia sul terreno. Mia nonna, seduta qualche posto più in là, mi beccò a fissare quell’angolo. Alzò un sopracciglio, come se avesse capito cosa stavo pensando, ma non disse niente. Si limitò a spingermi il piatto un po’ più vicino.
Il pranzo durò ore. Il sole si spostava piano, facendo cambiare posto all’ombra sotto cui cercavamo di stare. I bambini più piccoli cominciarono a girare tra i tavoli, a rincorrere i gatti che non chiedevano il permesso di avvicinarsi per cercare ossa e bucce del salame.
A un certo punto qualcuno prese il campanaccio che avevamo tolto dalla capra prima della macellazione. Lo trovò appoggiato su un muretto e lo fece suonare per scherzo, più volte.
Il suono era lo stesso di quando la capra tirava la corda nell’orto.
Qualcuno rise, qualcun altro disse di finirla perché gli dava fastidio alle orecchie. Il campanaccio fece un ultimo rintocco, poi venne appoggiato di nuovo. Rimase lì per tutto il resto del pomeriggio, immobile, come un monumento alla memoria.
Dopo quel pranzo, le giornate ripresero il loro normale ritmo. La capra uscì dalle conversazioni in fretta. Ne restò qualche pezzo in congelatore, qualche sacchetto buttato in mezzo a tanti altri. Poi sparì anche da lì.
La corda restò appesa al palo per un po’, finché non servì a legare qualcos’altro. Il campanaccio fu portato in casa da mia nonna e messo su un ripiano della cantina.
Ogni tanto, quell’estate, scendendo lì a prendere qualcosa, lo vedevo. Non suonava più, stava fermo. Per me era solo un pezzo di ferro in più in mezzo a tanti oggetti che non capivo perché non venissero buttati. Mia nonna diceva che non si butta niente, che prima o poi tutto può servire. Lo diceva per i barattoli, per i vestiti vecchi, per i sacchetti di plastica mezzi rotti.
Negli anni dopo continuai ad andare al paese ogni estate. L’odore dell’orto, il caldo delle salite, la fontanella con le rane, le feste con i panini e le bancarelle.
Poi le cose cambiarono piano. Alcuni dei vecchi che avevo sempre visto seduti sulla stessa sedia, allo stesso angolo di strada, non c’erano più. Il vecchio ambulante smise di passare con il saccone in spalla. La signora di fronte, quella con Radio Maria sempre accesa, la spense. Lì capii che certe cose non sarebbero durate all’infinito.
I miei cugini cominciarono a farsi vedere meno. Prima per la scuola, poi per il lavoro. Io feci lo stesso. Le estati si accorciarono, da tre mesi a tre settimane, poi a pochi giorni. A volte non riuscivo proprio a scendere. Mia nonna invecchiava nello stesso paese che rimaneva uguale e diverso insieme. Ogni volta che la salutavo, sull’uscio, lei mi chiedeva quando sarei tornato. Io dicevo presto.
Quando è morta, il paese di colpo si è fatto lontano. Non ci torno più.
Là c’è la casa vuota di mia nonna, la cantina con il campanaccio, i serbatoi sui tetti, i balconi vuoti, le sedie rotte, e una macchia di sangue sulla terra.
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