L'ingobbito

Gabriele Bonazzi Racconti ingobbito nebbia introspezione mancanza solitudine quotidianità pesantezza realtà identità sogno memoria esistenza vulnerabilità angoscia
Immagine in evidenza per L'ingobbito

L'ingobbito

— Lettura rapida

Genere: Racconti
Immagine in evidenza: Illustrazione originale di Fausto Centofanti per Margine Rivista.

In passato poteva stare dritto, perché sulla schiena non gli pesava nulla; ormai l’immagine di quei giorni rassomiglia a quella di un sogno e gli pesa sulla schiena come tutte le altre. Si trascina sul selciato, tra la nebbia. In questi giorni riesce a intravedere solo una linea sottile di cielo, sopra i ciottoli, quando si sforza ad alzare il capo e la foschia si dirada per un momento. Ma in fondo non gli importa più il cielo. Importa solo arrancare oltre. A ogni passo strascicato, il peso si fa più schiacciante, ma non può far altro e tira avanti ancora un passo. A giorni cadrà e dovrà strisciare sulla strada. Allora il ricordo di oggi si unirà agli altri e lo sottometterà; lui presserà una guancia sulla pietra ghiacciata, in un guizzo saprà di essere condannato a quella forma patetica e si forzerà avanti, come una pelle di serpente animata per scherno. Sarà un sogno poter sguazzare ancora col viso nell’aria, spingere il capo in alto e scorgere il cielo. Eppure oggi non ha interesse per il cielo, è stanco di pensare e se il valore di una cosa non gli si manifesta in corpo non ha alcuna voglia di lanciarsi in imprese mentali per afferrarlo. A giorni sparirà il cielo: così sia. Con la guancia sul selciato avrà il tempo di rammaricarsi di non averlo visto abbastanza.
Quando scorge le altre figure nella nebbia si chiede, nonostante appaiano sane e ben composte, se nascondano una gobba come la sua. In passato la domanda aveva un’altra forma: si chiedeva se gli altri lo vedessero gobbo o meno. Quella preoccupazione si era poi unita alla pila delle vanità da cui il tempo lo aveva spogliato, ed era rimasta solo una sincera curiosità. Il dubbio nasceva dal fatto che nessuno lo deridesse o tradisse il minimo stupore. Conversando, aveva più di una volta indicato disperatamente la gobba all’interlocutore, nell’impresa di capire come gli altri interpretassero il suo male. Qualcuno l’aveva intravista, ma non ne aveva colto la gravità; la maggior parte l’aveva accontentato – alcuni più benevoli di altri – rassicurandolo che, qualsiasi cosa fosse, sarebbe sparita a giorni, e che lo trovavano bene. Per l’ingobbito non aveva senso che non fossero gobbi anche tutti gli altri, essendo il peso sulla sua schiena un accumulo naturale a ogni uomo. L’unica salute che non riteneva un inganno era quella dei bambini e dei ragazzi; questo perché i loro detriti del loro tempo erano ancora troppo pochi.
Gli era successo, due o tre volte, di incontrare qualcuno all’apparenza di buona postura che si era rivelato poi suo simile. Uno andava cercando una cura. Aveva scambiato l’ingobbito per un dottore; probabilmente sperava in un dottore ogni volta che incontrava una figura nella nebbia. Aveva gli occhi arrossati anche quando sembrava camminare dritto. Dopo aver indicato la propria gobba, prima apparentemente assente, la sua vera forma era come emersa da una ripugnante crisalide. Con le mani tra le buche dei ciottoli, lottava contro il suo stesso peso; con le labbra formulava una preghiera forsennata. Era ferale, si dimenava, e le continue urla che gli provenivano dalla schiena avevano spaventato l’altro ingobbito, di natura ben più quieta, che si era allontanato con una pena tremenda.
Un’altra volta aveva incontrato un gobbo che si era mostrato tale sin dalla sua apparizione nella nebbia. L’aveva trovato più affine a sé, anche se meno gobbo. Con le mani riusciva a raggiungere appena il selciato. Trascinava con sé una pila di fogli lacerati e impolverati, annotandovi con cura clinica l’andamento della propria condizione, gli eventi delle proprie giornate e alcune nostalgiche contemplazioni delle proprie forme precedenti. Pensava che l’opera avrebbe aiutato chi l’avesse letta a rimanere più dritto. L’ingobbito si era dedicato a leggere qualche pagina dell’altro gobbo, ma non vi aveva trovato rimedio né sollievo. Si erano salutati con la promessa di rivedersi. L’ingobbito aveva in seguito trovato traccia di qualche pezzo di carta logora sul selciato, con dei frammenti di parola sopra, ma non aveva mai più incontrato l’altro.
Per quanto riguarda il terzo incontro, non riesce a ricordare se sia avvenuto o meno. Si trattava di un gobbo che si era fatto torcere la testa per avere lo sguardo fisso sulla sua stessa gobba. Gli pare di ricordare che si trascinasse avanti a quattro zampe, con gli occhi spalancati e una risata estatica piantata in viso. Non saprebbe dire con certezza di averlo incontrato sulla strada oppure in sogno.
Nonostante l’orrore che porta sulla schiena, l’ingobbito è in vita solo da qualche decennio. Avendo passato i primi due a maturare, ha vissuto ben poco come uomo formato: viene da sé che le sue macerie siano particolarmente dense, o che lui ne sia troppo facilmente schiacciato. Durante il suo cammino ha conosciuto più di qualche antico. Sono presenze polverose che lo inquietano profondamente. Hanno vissuto tre, quattro o cinque volte tanto; eppure mantengono una postura rigorosa, inflessibile. Torreggiano su di lui sopra a ogni incontro. Lui tiene il capo basso, sapendo di non poterlo alzare tanto da incrociare il loro sguardo. Li ha incontrati spesso in solitudine, di rado in gruppi di due o più. Quando sono soli si intrattengono personalmente in lunghe conversazioni con lui, solitamente sotto il fulgore fosco di uno dei lampioni al lato della strada. Non potendoli guardare in volto e non cogliendone a fondo l’intonazione della voce, non ha mai compreso se gli diano attenzione per pietà o per piacere innocente. Quando sono in gruppo, l’ingobbito fa da spettatore alle loro interminabili discussioni e reminiscenze. Non gli chiedono mai di farsi da parte, ma non danno neanche cenno di averlo visto.
Lo inquietano, perché molti di loro hanno svolto una singola mansione per più tempo di quanto lui sia stato in vita; perché parlano con leggerezza di ciò che erano e che non ha lasciato traccia nella loro forma attuale; perché sarebbero irriconoscibili a loro stessi, se si potessero incontrare a tre decenni di distanza. Ogni antico è stato otto, nove, dieci uomini o donne diverse. Descrivono vividamente questi umani ormai seppelliti, tenendosene a distanza come raccontassero di artifici narrativi invece che di passati reali. Non sembrano mai in lutto, nonostante abbiano tutte le ragioni di esserlo. L’ingobbito non si può astenere dal compiangere i loro sé defunti come fossero i propri. A volte giudica duramente gli antichi, dal suo posto a un passo dai ciottoli: li denuncia privi di sensibilità, mancanti di introspezione, si convince che quel modo di lasciarsi scivolare addosso le macerie non sia quello giusto di vivere. Così per qualche tempo va fiero della propria gobba. Nei giorni successivi la fede finisce e il ricordo del suo orgoglio comincia a pesargli sulla schiena assieme agli orgogli passati. Non diventerà mai un antico. Di fronte a questa realizzazione non può che rinnegarli.
L’ingobbito si desta dall’affanno delle sue riflessioni. Ha le mani piantate a terra, in tensione, con le dita distanti, come cercasse di afferrare la pietra. Le braccia tremano, le vene a fior di pelle lo pregano di cedere. Chiede alla gamba destra di alzarsi; la gamba lo implora di no, ma lui trasforma la domanda in un ordine. Sulla sua schiena si dimena il peso immenso delle chimere urlanti che un tempo erano lui, degli scarti di giornate divorate senza potersi costringere al digiuno, dell’anima di piombo dei periodi passati, delle rovine marcescenti di cose non più possibili, della catasta densissima di momenti che si fingevano leggeri e della moltitudine dei colori che ha raccolto tra la nebbia – la gamba si alza, con un tremolio patetico – gli altri sé lo invocano dalla schiena, gli rimproverano di essere ancora vivo, di averli superati e lasciati ad avariarsi nel ricordo, lo ammoniscono che sarà anche il suo destino – la gamba cala in avanti, lo spinge in un altro passo. Ecco! Viene schiacciato ancora, e non vedrà più il cielo.

Ti potrebbe interessare anche: permalink

Temporale

Temporale