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Genere: Racconti
Immagine in evidenza: Hayden Clay, Jump in the pool (from 'Human nature')

Niente, non ci riusciva: ci aveva provato un milione di volte a farlo nella vasca, stringendosi le mani intorno alla gola, ma mollava la presa sempre un attimo prima. Era questione di qualche secondo, ne era convinto, ma l’istinto di conservazione non gli consentiva di oltrepassare quel limite. Il suo corpo percepiva il pericolo e attivava il pilota automatico, non importava quanti esercizi di meditazione facesse per convincere il suo inconscio che non voleva suicidarsi. Era chiaro, però, che ci sarebbe dovuto andare molto vicino.

Non poteva farsi aiutare, era ovvio, non è che poteva chiedere al Todo o al Becco di tenergli la testa sott’acqua fin quasi ad ammazzarlo, perché tutti quanti in paese avevano le bocche larghe come ciabatte, e alla fine qualcuno lo avrebbe detto alla mamma. Quella di sicuro lo portava di nuovo dallo strizza, come quando se n’era andato papà, che gli avrebbe detto quelle robe che dicono gli adulti, tipo “vai avanti con la tua vita”, ma era proprio questo il problema: che non ci riusciva. Non dopo che era quasi annegato nella piscinetta a fagiolo del centro estivo, e anche se ormai aveva scordato com’era stato risvegliarsi con un tipo di mezza età che premeva le labbra acri di tabacco sulle sue, archiviato l’imbarazzo di aver rigettato gli avanzi di un fagotto con la frittata a bordo vasca, addirittura cancellato il nome del cicciottello paffuto che gli era salito sulle spalle e l’aveva quasi annegato, quello che aveva provato quel giorno non l’aveva dimenticato mai. «Mamma, oggi sono quasi affogato!», aveva confessato tutto entusiasta, cercando invano i termini per qualcosa che in realtà a parole non si poteva proprio descrivere, ma la mamma aveva cominciato a preoccuparsi, l’aveva portato dal medico per farlo rivoltare dalla testa ai piedi, come quando cercava il difetto su un maglione a negozio perché “se è a saldo, non c’è da fidarsi”, e da quel giorno al centro estivo non ce l’aveva portato più. Anche a volerci andare da solo, la comunale era sempre piena zeppa di bambinetti urlanti coi loro bracciolini di gomma e signore che facevano la cyclette sott’acqua – tra cui, ovviamente, la mamma. Di questo passo gli sarebbe toccato aspettare almeno la fine della scuola media, procurarsi un motorino e sperare di trovare una pozza d’acqua clorata abbastanza tranquilla da permettergli di fare quelle prove con tutta calma, perché insomma, non è che uno può farsi mettere fretta quando cerca di avere una tranquilla e controllata esperienza pre-morte.
E poi, come un miracolo, ecco arrivare la gita scolastica di metà anno, che se di solito era una visita guidata a qualche baraccone industriale dove fanno i cioccolatini o i controlli qualità al latte, stavolta è all’acquario più grande della nazione, con ingresso esclusivo alla vasca dei delfini, spettacolo, pasto e chi più ne ha più ne metta, roba che di solito costa bei centoni ai turisti – c’erano foto e video online, e pure il listino prezzi. L’acqua pareva limpida, anche se non è che poteva esserci il cloro, altrimenti i delfini sarebbero belli che morti, però qualcosa per disinfettare ci doveva essere per forza, altrimenti com’è che la tieni pulita una vasca così grossa con gli animali dentro che mangiano, pisciano, fanno tutte le loro cose? Un po’ gli fece schifo perché gli tornò in mente quello che diceva sempre il Todo quando era ubriaco lercio, «nell’acqua ci scopano i pesci», ma era comunque la sua migliore occasione. Quanti metri erano, cinquanta, sessanta? Trentatré, diceva il sito, ma sembravano molti di più, di sicuro più di quelli della comunale, con le giuste accortezze sarebbe andato giù come un gattuccio di piombo, e un minuto sarebbe passato in un secondo.
Segnò con una croce sul calendario ogni giorno che lo separava dal suo appuntamento con il destino mentre perfezionava con cura l’abbigliamento, perché non è che poteva buttarsi a volo d’angelo come Spiderman dai grattacieli, altrimenti altro che strizza, lo avrebbero fatto rinchiudere da qualche parte e buttato via la chiave. Aveva scelto con attenzione le scarpe, un paio con la suola liscia e molto rovinata con cui rendere più credibile la scusa del piccolo incidente, e poi aveva selezionato dal suo armadio i vestiti più ingombranti che aveva: una giacca col cappuccio, un paio di pantaloni cargo oversize. Si era fabbricato una collana con due tubi di plastica infilati l’uno nell’altro, mezzi pieni di sabbietta colorata per gli acquari – che ironia! –, e sui tubi aveva fatto un microscopico buco, sperando che da lì penetrasse acqua e la appesantisse. Cominciò a indossare la sua ingegnosa creazione giorni prima della gita, giusto per non destare sospetti. Era stilosa, gliel’aveva detto pure la ragazza del Becco, e il giorno della visita guidata si ringraziò di essere stato così previdente, perché gli fecero mollare tutti gli zainetti e i cappotti nel guardaroba all’ingresso, proibito portare oggetti voluminosi all’interno! Nessuno però gli controllò le tasche dove aveva infilato una bottiglietta da mezzo litro piena d’acqua e un tascabile con tutti i racconti di Kafka – gli piaceva un sacco Kafka, era convinto che lui l’avrebbe capito.
Quando arrivò sul bordo della grande vasca ovoidale cercò di dissimulare il suo entusiasmo, ma tutte le ragazze erano già andate in visibilio per i delfini: si sporgevano per toccarli appena passavano vicino al bordo, cercavano di attirarli a suon di urla nemmeno fossero micetti, e pure i ragazzi alla fine si stavano lasciando andare, tiravano qualche fischio sperando di far colpo, e quindi lui si lasciò scappare qualche gridolino di entusiasmo, giusto per amalgamarsi al gruppo, ma era troppo teso: doveva attendere il momento propizio. Era meglio farlo quando l’insegnante di scienze non guardava o mentre lo fissava, così da essere testimone della sua caduta teatrale? Perché, a pensarci meglio, se fosse crepato forse la prof. Guidi avrebbe passato dei gran guai, ed era una delle poche che gli stava simpatica. Si guardò alle spalle un’ultima volta, incapace di decidersi, ma stavolta il suo piede non trovò il cemento.
Perse l’equilibrio, cadde, e quando capì ciò che stava accadendo era già con la testa sott’acqua. Gli venne da respirare per lo stupore, gli andò un po’ d’acqua nei polmoni, e con quella arrivò la paura – era normale, era tutto normale, era così che era andata anche l’altra volta, ma si sentiva il cuore nelle tempie, andava giù come un relitto, e la pressione gli spingeva l’acqua su per le narici, pareva volesse arrivargli al cervello.
Aprì gli occhi: il fondo sempre più vicino, la luce del sole sempre più lontana, ma soprattutto niente si muoveva lassù, nessuno si era tuffato dietro di lui, e non sapeva bene se esserne felice o cosa, perché un po’ se lo sarebbe aspettato, ma ancora era troppo presto per farsi tirar fuori da lì, quanti secondi erano passati, quindici, venti? Non aveva mica guardato l’orologio prima di cadere. Doveva andare oltre i cinquanta secondi, ma stava andando troppo in giù adesso, troppo veloce, si sentiva scoppiare la testa, e allora si sforzò di dare qualche bracciata, ma i vestiti gli pesavano sul petto come ghisa, le orecchie gli fischiavano da matti, gli si sarebbero rotti i timpani di questo passo. Pensò che doveva avvicinarsi alla superficie, così alla soglia dei cinquanta sarebbe stato abbastanza vicino da farsi recuperare, ma gli mancavano le forze: la collana gli spingeva sulle clavicole e rendeva ogni bracciata più faticosa, e pure ai delfini non è che pareva fregargliene niente di avere quell’intruso che affondava nella vasca – altro che animali da salvataggio, la gente vedeva troppi film.
Non stava andando bene. Non era come se lo ricordava, e non solo perché era in una vasca con una decina di tozzi, inutili mammiferi grigiastri che continuavano a nuotare avanti e indietro lungo la traiettoria che lo separava dalla terraferma, dall’ossigeno – il sale, ecco! Doveva essere il sale disciolto nell’acqua il problema, il motivo per cui stava andando tutto di merda, e per questo non funzionava un cazzo nemmeno nella vasca di casa sua, che al massimo sapeva di calcare.
Chiuse gli occhi, sconfitto, e si lasciò galleggiare come un pupazzo, con la testa abbandonata ai flutti, pensando che per la sua ingenuità sarebbe crepato, per quel desiderio di sfiorare con le dita una gioia che aveva perso in un tempo e in un luogo dove non esisteva nemmeno il ricordo – dove non esisteva niente, se non il rumore dell’acqua, e la voce confortante di qualcuno che ti stava aspettando dall’altra parte.

Il fischio dei delfini si fece più nitido, come se di colpo tutta la massa d’acqua fosse sparita, e fosse rimasto solo lo spazio per quella sorta di musica primordiale. Poteva essere solo liquido quello che gli stava entrando nei polmoni, anche se la sensazione era più quella di inspirare aria compressa a forza in un enorme sacchetto. Ogni muscolo del suo corpo cominciò a formicolare, irrorato dal sangue che pareva correre al doppio della velocità: stava accadendo. Di nuovo.
Quando aprì gli occhi, fluttuava in una distesa di fluida materia opalescente. Se la lasciò correre tra le mani, ed era come accarezzare un velo intessuto degli scintillanti riflessi che il sole dipinge sulle onde. Non c’era più né alto né basso: era oltre la soglia di quell’oceano di luminoso nulla che l’ultima volta aveva solo sfiorato con le dita, e due, tre, tutti e sei i delfini si erano messi in cerchio con lui al centro, e gli danzavano intorno con le bocche semiaperte, come se sorridessero, come se sapessero, e allora lui si tuffò in quel vuoto per abbracciarne uno, e tutto intorno a sé lasciò una scia di morbido scintillio. Era come camminare nello spazio, senza gravità. Era creatura e creatore, l’acqua e il recipiente. Utero e cellula. Era…

«Dottore, può venire a vedere un momento?»
Il medico del Pronto Soccorso sbuffò, alzando il palmo della mano aperta. Era l’unico strutturato in servizio, e non gli avevano dato un attimo di pace. Lo avevano interrotto per una marea di stupidaggini ed erano solo le undici del mattino. Camminò svelto dietro allo specializzando, finché non si trovò davanti a una barella: un ragazzino zuppo dalla testa ai piedi.
«Beh, perché non l’avete asciugato?»
«L’abbiamo fatto, dottore, ma…»
Si avvicinò al paziente: non aveva tempo di ascoltare delle scuse. Tastò il polso sotto la metallina e lo trovò di una consistenza spugnosa, come di un pesce o di uno che è morto affogato già da un bel po’, ma qualcosa lì sotto sembrava battere ancora. Guardò il monitor: nessuna delle sinusoidi trasmetteva un segnale regolare. Avrebbe dovuto dare errore con un tracciato del genere.
«Non funziona?»
«Lo pensavamo anche noi, dottore, ma deve sentire… Deve sentire il cuore.»
Il medico piazzò la membrana piatta del fonendoscopio al centro del torace: era ghiacciato, un pezzo di carne appena uscito dal congelatore. Chissà che bravata doveva aver combinato per ridursi in quel modo.
«Lo sente anche lei, dottore?»
«Shht!»
Quinto spazio intercostale. Secondo. Lato destro dello sterno. Non era possibile.
«Chiama il medico legale», sussurrò allo specializzando, mentre prendeva tra le mani la cartella clinica. Pessima giornata, pessima. Ora doveva capire come e dove scrivere che il suo paziente, lì nel torace, faceva lo stesso rumore del mare.

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Kaho

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