Bon Voyage
Bon Voyage
I corpi nudi mi hanno sempre fatto schifo, come i gatti di quel brand che li fa senza peli. Anche quando li scopo i corpi nudi mi fanno schifo - involucri sudati e anche se non fossero sudati da qualche parte starebbero sudando - dietro la nuca, sotto le ascelle, sotto le palle, tra le cosce, tra le chiappe, all’attaccatura dei capelli, nell’incavo del linguine, i lucidissimi archi di Cupido - a volte mi fanno schifo anche i testicoli ciondolanti di cani e gatti quando li leccano. A volte quindi mi fa schifo che gli animali siano sempre nudi.
Il corpo che mi fa più schifo di tutti è quello di mia madre. Cade da tutte le parti, vischioso, colla bianca-umana, acquoso ma non abbastanza per sfasciarsi in definitiva. La morfina le tiene gli occhi sempre larghi. Volessi farle un ritratto basterebbero tre circonferenze, due vicine per gli occhi e una grande per tutto il resto. Mi chiede ogni tre minuti se è morta e quando sono pronta a sperimentare un ‘Sì, ti sei sfasciata, sollevare un tuo braccio sarebbe improvvisamente sollevare una proboscide. Tu ridi e piangi’.
Finalmente potrò smetterla di paragonarti agli animali che si spiaggiano. In questo letto d’ospedale-sabbia, ti assicuro, sei stata balena, foca, leone marino, svariate specie di medusa. In ultimo assomigliavi a quel polpo che il pescatore afferrò per i tentacoli e schiantò, schiantò, schiantò sulla roccia rovente per farne un fiore preso sotto da un tir.
Ho smesso di asciugarti la fronte, di chiedere pazientemente uno sforzo per una cucchiaiata, di infilare la mano guantata nel tuo inguine per evitarci una proliferazione di girini. Adesso tu sei lumaca senza guscio, di te è rimasta solo la scia di sudore sulle mie dita che quando aggiungo il sale all’acqua mi devo ricordare di non leccare.
Sei morta ieri e fortunatamente non te ne puoi ricordare - mi chiederesti spiegazioni anche di questo.
Mi sono presa personalmente il compito di coprire tutti gli specchi della casa prima del tuo bon voyage. Non li ho coperti con delle lenzuola come mi è stato suggerito. Ho temuto che il vento o la gravità giocassero brutti scherzi. Ho comprato una bomboletta spray nera. Il nero in commercio a basso costo non esiste davvero, quello che compriamo per nero è uno scurissimo blu, grigio o marrone. Il nero più nero che esista è il Vantablack che costa 15k per pochi grammi e, come puoi immaginare, non me lo sono potuto permettere. Ne ho comprate sette a due euro e ottantuno l’una, il commerciante mi ha assicurato che fossero abbastanza nere e mi sono fidata, in qualche modo ero convinta che sapesse per cosa le avrei usate. Non ho comprato mascherine protettive, né per te né per me né ho staccato gli specchi dalle pareti. Mi sentivo il gufo del malaugurio, una strega, un corvo. Sono entrata in casa armata di spray, impugnate le bombolette come un esercito farcito di Pervitin.
La puzza di chimico ti ha fatto dire lievemente preoccupata: che cosa stai facendo.
Ti rispedisco.
Si coprono gli specchi perché le anime, una volta fuori dal corpo, non vi restino incastrate scambiando un riflesso nel vetro per la luce di Dio.
Tu nei miei occhi avresti voluto restarci incastrata tanto che ho titubato quando mi è venuta l’idea di bombolettarmi anche le pupille.
Vorrei mordermi la lingua, tagliarmi le mani, staccare la spina a questi pensieri che tra un attimo mi faranno sentire la tua assassina e l’attimo successivo un’assassina felice.
Le ultime parole che mi hai detto? Spegni la luce che tengo caldo.
Io non ho mai conosciuto nessuno con un ombelico più profondo del tuo, più di tre quarti di dito indice.
Mentre ti fissavo morire mi capitava di pensare alle mamme elefante che consegnano le mappe dell’acqua alle figlie-elefante. Mappe dei tesori-acqua nei deserti. Oasi rigenerative. Pensavo che, se mi concentro, è più facile immaginare una terra senza esseri umani che senza elefanti.
Le mappe che mi hai consegnato tu sono incomplete. Più zone d’ombra che oasi.
Hai disegnato la mia eredità cartografica col tuo sangue, lo stesso con cui mi hai allattato. La mia nascita, nonostante i tuoi calcoli, non ti ha chiuso le ferite e la mia pelle si è richiamata dal tuo sangue. Mi porto dentro la tua memoria e i suoi buchi, dove è intervenuta l’immaginazione perché il ricordo è sbiadito assieme alla vividezza delle sensazioni, e tutto quanto delle età che hai attraversato non mi riesce di farlo morire. Io figlia-vampiro, io figlia-ricamo del tuo tessuto avanzato. Sono una piazza di scarti, che neonata rigurgitavo il tuo latte, a spruzzo ti docciavo la faccia, ero già evidentemente troppo piena.
Il tuo bon voyage iniziava e da una finestra entrava un dente di leone. Io-bambina grido a mamma-non morta: Guarda un dente di leone cerca il suo desiderio! Io-tornata adulta e tu madre-da bon voyage, mi sono chiesta chi fossi io, se il desiderio che vuole essere trovato e spruzza i suoi ormoni all’aria o il dente di leone: una cercatrice che vaga cercando l’onda giusta e di non cadere. Dente di leone e Desiderio potrebbero non incontrarsi mai. Forse è il loro continuo inseguimento a garantire la continuità del vento.
Pensare al vento mi aveva fatto pensare al mare e alla sabbia, mi era venuto da sorridere. Tu ti eri appena e nuovamente assopita e mi toccò sorridere alle tue palpebre chiuse.
Sai cosa ne hai fatto di me? Una persona che conosce una sola forma d’amore. Per me sarà sempre una caccia e io farò sempre la parte del cervo finché il cacciatore non mi avrà vista. Si innamorerà del manto che avrò addobbato, dei miei occhi che avrò riempito d’elisir, delle mie corna che avrò sbiancato. Sarò allora cervo-angelo che il cacciatore non avrà il coraggio di sparare e lui non avrebbe modo di capire che io ho costruito tutta la mia vita per essere cacciato. Lui non ci riuscirà, allora lo farò io. Bam Bam Bam. Tre colpi. A Cesare quel è di Cesare. Lo lascerò ai vermi e tutto il suo amore sarà cadavere e io mi racconterò che era inevitabile. Questo è quanto hai reso: di tutto l’amore che posso ricevere ne faccio una vendetta.
Che ti amo,
come Caino genera
dal suo assassinio
l’intera specie umana
ricamo di neve e fango
Ti ringrazio, niente di più doloroso avrò incontrato mai nella mia vita della culla di spine in cui mi hai cacciato e hai lasciato che nutrissi speranza nelle notti senza sogni e che la perdessi nelle notti senza sonno, che imparassi che gli incubi sono allarmi d’amore, ma soprattutto che le storie posseggono chi pretende di trattenerle. Con le storie si fa come quando si mangia il ghiaccio: si risputa o si ingoia. Io sono pronta a pisciarci via, tutto quanto. Buon viaggio.
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