L'idiota
L'idiota
Su questo testo
La presente traduzione italiana si basa sulla versione inglese del racconto realizzata da George Saitō, pubblicata all’interno della storica antologia Modern Japanese Stories curata da Ivan Morris. Pubblicata nel 1962, il volume raccoglie venticinque capolavori firmati dalle voci più autorevoli del Giappone ed è considerata una pietra miliare che ha aperto alla letteratura giapponese moderna le porte del mondo anglofono e occidentale. Nell’introdurre questo racconto ai lettori, Morris e Saitō inquadrano Ango Sakaguchi (1906-1955) come una delle figure più radicali, eccentriche e iconoclaste del panorama letterario nipponico del Novecento. Laureatosi in Filosofia Indiana nel 1930, Sakaguchi manifestò fin da subito un’assoluta insofferenza verso il conformismo e le istituzioni sociali del suo tempo. La sua intera esistenza, tragicamente segnata dalla povertà, dagli eccessi e da una morte prematura, fu una costante, disperata ricerca di un’utopia possibile in mezzo al caos delle miserie terrene; una parabola autodistruttiva che lo accomuna profondamente al destino del suo contemporaneo Osamu Dazai. Pubblicato originariamente nel 1946, L’idiota è un testo in cui Sakaguchi, fedele alla proprio atteggiamento della rivolta intellettuale, ritrae l’umanità schiacciata dalla forza titanica e cieca del conflitto mondiale, attraverso descrizioni che stupiscono per il loro impianto fine, che richiama la corrente letteraria dell’esistenzialismo.
Una varietà di specie diverse viveva in quella casa: esseri umani, un maiale, un cane, una gallina, un’anatra. Anche se, a dire il vero, non c’erano molto differenze nel loro stile di vita o nel cibo che mangiavano. Era un edificio dissestato, simile a un magazzino. Il proprietario e la moglie vivevano al piano terra, mentre una donna e sua figlia vivevano in affitto nell’attico. La figlia era incinta, ma nessuno sapeva di chi.
La stanza che aveva affittato Izawa era isolata dalla casa principale. Ci aveva vissuto in passato il figlio tisico di quella famiglia, che era poi morto. Ma anche se fosse stata affittata a un porco con la tubercolosi, non era certo una reggia. Eppure, c’erano cassetti, scaffali e un bagno.
Il proprietario e sua moglie erano sarti. Davano anche lezioni di cucito ai vicini, e questo era il motivo per cui loro figlio era stato spostato nella stanza a parte. Il proprietario era uno dei responsabili dell’associazione del quartiere1, per la quale aveva lavorato in precedenza la ragazza che viveva nell’attico. Pare che, quando viveva ancora nell’ufficio dell’associazione, la ragazza avesse avuto rapporti sessuali con tutti i responsabili, indiscriminatamente, fatta eccezione per il presidente e per il sarto. Contava, pertanto, più di dieci amanti e ora portava in grembo il figlio di uno di questi. Quando questo disdicevole fatto si seppe, i responsabili organizzarono una colletta per prendersi cura del bambino, una volta nato. In questo mondo non si butta via niente: tra i responsabili c’era un commerciante di tofu che continuava a vedere la ragazza anche se incinta e aveva iniziato a vivere nell’attico. Di fatto, finì per essere considerata l’amante di quest’uomo. Quando gli altri responsabili lo vennero a sapere, si ripresero immediatamente i soldi e dichiararono che era responsabilità del commerciante di tofu farsi carico delle spese della ragazza. C’erano sette o otto di loro che si rifiutarono di pagare, tra cui il fruttivendolo, l’orologiaio e il proprietario di casa. Dato che ciascuno di loro aveva contribuito con cinque yen, la perdita era notevole, e la ragazza ebbe parecchio a risentirne.
Lei aveva una bocca larga e due grandi occhi, eppure era di una magrezza spaventosa. Detestava l’anatra e cercava di dare tutti gli avanzi in pasto alla gallina, ma siccome l’anatra puntualmente si intrometteva per prendersi il cibo, lei la inseguiva furiosamente per tutta la stanza. Correva mantenendo una bizzarra postura eretta, con il pancione e le natiche che sporgevano rispettivamente davanti e dietro; questo modo di correre somigliava in maniera impressionante all’andatura dell’anatra.
All’imbocco della strada c’era una tabaccaia, una cinquantacinquenne dalla pelle impastata di cipria. Si era appena lasciata con il suo settimo o ottavo amante, e allora girava la voce che non si stesse decidendo se rimpiazzarlo con un monaco buddista di mezza età o un certo bottegaio, anche lui di mezza età. Era nota per vendere qualche sigaretta (al prezzo di contrabbando) a qualunque giovane andasse con lei nel retro del suo negozio. «Perché non prova a comprarle?» aveva suggerito il sarto a Izawa. Ma lui non aveva bisogno di rivolgersi a quella vecchia, dato che ne riceveva una razione speciale in ufficio.
Dietro lo spaccio del riso, all’angolo opposto rispetto alla tabaccaia, viveva una donna che aveva messo da parte un po’ di soldi. Aveva un figlio, operaio di fabbrica, e una figlia più piccola. Nonostante fossero davvero fratelli, questi due vivevano come marito e moglie. La vedova acconsentiva, pensando che sarebbe stata la soluzione più economica a lungo termine. Nel frattempo, comunque, il figlio aveva trovato un’amante di nascosto. Si era dunque reso necessario dare in sposa la figlia, e si decise che sarebbe diventata la moglie di un lontano parente di cinquanta o sessant’anni. A quel punto la figlia prese del veleno per topi. Dopo averlo bevuto, si recò dal sarto (dove alloggiava Izawa) per la lezione di cucito. Lì aveva iniziato a patire le peggiori agonie, e alla fine morì. Il dottore accertò che la morte era avvenuta per infarto e liquidò così la questione. «Eh?» chiese Izawa, sorpreso, al sarto. «Dove si trovano dottori che rilasciano certificati così di comodo?» Il sarto reagì ancora più sorpreso. «In che senso, cose del genere non le fanno dappertutto?» chiese.
Era un quartiere dove gli alloggi popolari erano raggruppati insieme. Una buona parte delle stanze era occupata da donne mantenute o prostitute. Dato che non avevano figli, e dato che tutte loro erano inclini a mantenere in ordine i loro alloggi, ai custodi di quelle palazzine andava bene averle come inquiline e non si interessavano al disordine e alla depravazione delle loro vite. Più della metà degli appartamenti era stata convertita in dormitori utilizzati dalle fabbriche di munizioni ed erano occupati da gruppi di donne che lavoravano su ordine del governo. Tra le inquiline c’erano operaie incinte che continuavano a ricevere lo stipendio nonostante non fossero mai andate a lavoro; l’amica del signor Tal-dei-Tali di quel ministero lì; la “moglie di guerra” di un capo-ufficio (il che significava che quella vera era stata sfollata da Tokyo); l’amante ufficiale di un dirigente d’azienda.
Si diceva che una delle donne fosse mantenuta con cinquecento yen ed era invidiata da tutti. Nella stanza accanto a quella del mercenario della Manciuria, che si faceva vanto del suo lavoro come assassino (la sua sorella più piccola andava a lezione di cucito dal sarto), viveva un fisioterapista, accanto a lui viveva un uomo che si diceva appartenesse a una di quelle scuole tradizionali dedite alla nobile arte del borseggio. Dietro di lui abitava un sottotenente della marina che mangiava pesce, beveva caffè, si abbuffava di cibo in scatola, e beveva saké ogni giorno. Poiché bastava scavare poco più di un palmo per imbattersi in una falda acquifera, in quel quartiere era quasi impossibile costruire rifugi antiaerei; il sottotenente, tuttavia, non si sa come fosse riuscito a tirare su un rifugio in cemento persino più decoroso del suo vecchio appartamento.
Il grande magazzino, un edificio in legno di due piani lungo la strada che Izawa percorreva per andare a lavoro, era chiuso per la penuria di merci dovuta alla guerra, ma al secondo piano si giocava d’azzardo tutti i giorni. Il capo di quella banda di giocatori controllava anche un certo numero di “bar del popolo”. Si riduceva ogni giorno ubriaco fradicio e passava il tempo a guardare storto le persone che facevano la fila per entrare nei suoi locali.
Una volta finita l’università, Izawa aveva iniziato a lavorare come giornalista; successivamente, aveva iniziato a lavorare a film educativi. Al tempo questo era ancora il suo lavoro, ma era solo un apprendista e non aveva ancora diretto nulla da indipendente. Aveva ventisette anni, un’età in cui ci si aspetta che uno ne sappia del lato più squallido della società; e infatti era riuscito a ottenere più di qualche informazione riservata su politici, ufficiali dell’esercito, geisha e personaggi dello spettacolo. Ma non si sarebbe mai immaginato che vivere in un distretto commerciale di periferia, circondato da piccole fabbriche e palazzine popolari, potesse essere così. Gli venne da pensare che si trattasse di qualcosa dovuto all’imbarbarimento del carattere delle persone a causa della guerra, ma quando ne parlò un giorno al sarto, l’uomo rispose in un tono calmo e filosofico: «No, in realtà, le cose sono sempre state così nel nostro quartiere».
Ma il personaggio più sorprendente di loro era un uomo che abitava nella casa accanto. Questo vicino era fuori di testa. Era piuttosto benestante e uno dei modi in cui la sua follia si manifestava era una paura smisurata di intrusioni da parte di ladri o altre persone sgradite. Questo lo aveva portato a scegliersi come casa un posto in fondo alla strada, e a posizionare l’ingresso in modo tale da impedire a chiunque di trovarlo, anche dopo aver superato il cancello esterno. Non si vedeva niente sul prospetto, tranne una finestra a traliccio. Il vero ingresso era sul lato della casa opposto rispetto al cancello, e uno doveva fare il giro dell’edificio intero per arrivarci. L’idea del proprietario era che un intruso ci avrebbe rinunciato, dandosela a gambe, o al contrario sarebbe stato scoperto mentre girava attorno alla casa in cerca dell’entrata nascosta. Al vicino pazzo di Izawa non piacevano molto le persone normali di questa terra. Casa sua era un edificio a due piani con un gran numero di stanze, ma neanche il sarto, nonostante fosse solitamente ben informato, sapeva alcunché di come erano fatte.
Il pazzo aveva trent’anni circa; viveva con sua moglie, che poteva avere più o meno venticinque anni, e sua madre. La gente diceva che almeno la madre doveva essere considerata una persona sana di mente. Tuttavia, aveva un carattere estremamente isterico, ed era senza dubbio la donna più sfacciata del vicinato, così tanto che quando non era soddisfatta delle razioni di cibo, usciva di casa correndo scalza per lamentarsi all’istante con l’associazione del vicinato.
La moglie dell’uomo era un’idiota. Un bel giorno il vicino pazzo, colto da un improvviso fervore religioso, si era messo addosso una tunica bianca e partì in pellegrinaggio per lo Shikoku2. Durante il viaggio, da qualche parte dell’isola, aveva fatto amicizia con questa matta: se l’era portata a casa come una specie di souvenir del suo pellegrinaggio e se l’era sposata.
Il pazzo era un bell’uomo. Sua moglie, per quanto ebete, aveva un’eleganza degna di una ragazza di buona famiglia, i suoi occhi sottili e il viso ovale avevano la grazia di una bambola d’altri tempi o di una maschera Nō3. Dall’esterno i due non solo avevano un bell’aspetto, ma sembravano anche essere una coppia affiatata e di buona stirpe. L’uomo era estremamente miope e indossava occhiali dalle lenti molto spesse. Di norma aveva un’aria pensosa, come quella di uno estenuato dalla lettura di un’infinità di libri.
Un giorno, quando un’esercitazione antiaerea si stava svolgendo nella strada e tutte le casalinghe si davano un gran da fare, il folle era rimasto a guardare la scena nel suo kimono, con un risolino idiota sulle labbra. All’improvviso se n’era andato e poi era ricomparso con un’uniforme antiaerea addosso. Facendosi dare un secchio da qualcuno, aveva iniziato a raccogliere l’acqua e a gettarla ovunque, lasciandosi andare con alcune stravaganti esclamazioni per tutto il tempo. Dopo aver messo una scala contro il muro, salì sul tetto e da lì cominciò a dare ordini, concludendo con un toccante discorso di ammonimento. Fu la prima volta in cui Izawa si accorse che quell’uomo era effettivamente pazzo. È vero, aveva già notato alcune stranezze nel quartiere. Per esempio, l’uomo ogni tanto irrompeva nel cortile del sarto e svuotava un bidone con gli avanzi dentro il porcile; dopodiché, ogni tanto tirava una pietra contro l’anatra, oppure, con un’aria di totale indifferenza, dava da mangiare alla gallina e poi, all’improvviso, le tirava un calcio. Ciononostante, Izawa riteneva che l’uomo tutto sommato fosse sufficientemente sano di mente e si scambiava con lui saluti silenziosi quando si incontravano.
Si domandava dove stesse la differenza tra un pazzo e le altre persone. Se davvero ce n’era una, consisteva nel fatto che il pazzo fosse, in fondo, più discreto. Certo, ridacchiava quando gli andava, faceva un discorso se ne aveva voglia, lanciava sassi all’anatra e, se proprio non poteva trattenersi, passava un paio d’ore a punzecchiare la testa o il didietro di un maiale. Eppure, in fondo, era molto più sensibile al giudizio altrui rispetto alle persone normali, e si prodigava soprattutto nel celare agli altri buona parte della sua vita privata. Era anche per questo motivo che aveva piazzato l’ingresso di casa esattamente dal lato opposto rispetto al cancello. Tutto sommato, la vita privata del folle era silenziosa: lui stesso non si perdeva in chiacchiere inutili e conduceva un’esistenza meditativa. Sul lato opposto della strada c’era invece un appartamento da cui il suono dell’acqua corrente e di schiamazzi femminili invadeva costantemente la stanza di Izawa. Quell’alloggio era occupato da due sorelle che facevano le prostitute. Nelle notti in cui la più grande aveva un cliente, la minore faceva su e giù per il corridoio; quando toccava alla minore, la maggiore faceva lo stesso, camminando avanti e indietro nel cuore della notte. Eppure, la gente considerava quel pazzo come un uomo di una razza diversa, pensò Izawa, solo perché ogni tanto ridacchiava.
La moglie demente del pazzo era una donna estremamente silenziosa e gentile. Parlava con un mormorio timido, e anche quando qualcuno riusciva a comprendere le sue parole, quello che diceva era perlopiù oscuro. Non sapeva cucinare, né come cuocere il riso. Forse sarebbe stata anche capace di preparare un pasto, se proprio avesse dovuto, ma bastava un errore e un rimprovero perché si agitasse a tal punto da rovesciare ogni cosa, facendosi sfuggire tutto dalle mani. Persino quando andava a ritirare le razioni non riusciva a fare niente da sola: semplicemente se ne stava lì, impalata, mentre i vicini se la vedevano al posto suo. Le persone dicevano che, trattandosi della moglie di un pazzo, era abbastanza ragionevole che lei fosse un’idiota e che la famiglia di lui difficilmente potesse pretendere di meglio. La madre, comunque, era molto delusa e si lamentava continuamente della sfortuna di avere una nuora che non riusciva neppure a cuocere il riso. Di norma la vecchia signora aveva modi discreti e raffinati, ma, a causa della sua isteria, se provocata, diventava persino più feroce del figlio pazzo. Tra quei tre squilibrati che abitavano nella casa, era dalla vecchia madre che venivano le urla più assordanti. La moglie idiota ne era così intimorita che aveva i nervi perennemente a pezzi, anche nei giorni tranquilli in cui non succedeva niente di che. Il solo rumore dei passi la metteva in allarme. Per strada, quando Izawa la salutava, lei si bloccava come se fosse una statua, con uno sguardo spento sul viso.
Anche lei, ogni tanto, andava nel porcile del sarto. A differenza del marito, che faceva irruzione come se fosse casa sua e lanciava sassi all’anatra o punzecchiava le guance del maiale, la poveretta entrava, silenziosa come un’ombra, e si nascondeva dietro il porcile, quasi fosse diventato il suo santuario. Dopo essersene stata lì per un po’, si sentiva la voce della vecchia starnazzare dall’altra casa: «Osayo, Osayo!» e il corpo dell’idiota reagiva a ogni richiamo accovacciandosi di più nell’angolo o rannicchiandosi. Prima di uscire riluttante dal suo nascondiglio, la moglie si dava ripetutamente a quella resistenza fatta di movimenti vermicolari.
Il lavoro di Izawa come giornalista e regista di film educativi era il peggio del peggio. L’unica cosa che sembrava importasse a questo settore era la moda del momento, e le vite di chi ci lavorava ruotavano costantemente attorno allo sforzo di restare al passo con i tempi. Non c’era spazio, in quel mondo, per il carattere, per il lavoro su sé stessi, per l’originalità. Similmente ai dipendenti d’ufficio, ai funzionari pubblici o ai maestri di scuola, le loro conversazioni abbondavano di parole come ego, umanità, personalità, originalità. Ma erano tutte chiacchiere. Quello che intendevano dire con “l’umana sofferenza” era di un’insensatezza comparabile al fastidio che si prova con i postumi dell’alcol dopo una notte brava spesa a buttare via tutti i propri soldi cercando di sedurre una donna. Si arrovellavano nella realizzazione di film o nella stesura di prose colorite, privi di qualsivoglia valore spirituale o traccia di emozioni autentiche, ma infarciti di frasi fatte come: “Ah, quanto è nobile la vista della bandiera del Sol Nascente!”; “Tutta la nostra gratitudine a voi, valorosi soldati!”; “Le lacrime calde sgorgano nostro malgrado”; “Il cupo frastuono delle bombe”; “Ci si getta freneticamente al suolo”; “Il crepitio della mitragliatrice”. Ed erano fermamente convinti di descrivere la guerra con stupidaggini del genere.
Alcuni sostenevano di non poter scrivere a causa della censura militare, ma la verità era che, a prescindere dalla guerra, non avevano la minima idea di come scrivere con onestà riguardo alcunché. La realtà delle cose o i sentimenti autentici nella scrittura non hanno niente a che fare con la censura. Avessero vissuto in qualsiasi altra epoca, la personalità di questi signori avrebbe dato a vedere la stessa vacuità. Si trasformavano seguendo le tendenze più in voga, e prendevano a modello espressioni tratte dai romanzetti del momento.
Certo, quell’epoca era rozza, insensata. Cosa poteva avere a che fare l’integrità dell’uomo con quella sciagura di guerra e di disfatta che stava inghiottendo duemila anni di storia del Giappone? L’intero destino della nazione era deciso dalla volontà di individui senza la minima capacità di introspezione, e dalle azioni delle masse ignoranti che li seguivano. Chi si fosse azzardato a parlare di personalità e di originalità davanti al capocronista o al direttore, si sarebbe visto voltare le spalle, come a dargli del matto. Dopotutto, un giornalista era poco più che una macchina che aveva il compito di sfornare frasi come “Tutta la nostra gratitudine a voi, valorosi soldati!”; “Ah, quanto è nobile la vista della bandiera del Sol Nascente!”; “Le lacrime calde sgorgano nostro malgrado”. E in effetti, lo stesso valeva per tutta quell’epoca: non era nient’altro che una macchina. A chi avesse chiesto se fosse davvero necessario riportare per intero il discorso del comandante ai suoi uomini, o se bisognava trascrivere ogni parola di quella stramba preghiera shintoista che gli operai erano obbligati a recitare ogni mattina, il capocronista avrebbe voltato il capo da un’altra parte, schioccando stizzito la lingua, poi si sarebbe girato di scatto, avrebbe frantumato la sua preziosa sigaretta nel posacenere, e fulminandolo con lo sguardo, gli avrebbe urlato: «Senti qui, che senso ha la bellezza in un momento del genere? L’arte non può nulla! Solo le notizie contano.»
I direttori, i membri dell’ufficio pianificazione e gli altri gruppi si erano coalizzati per formare delle vere e proprie consorterie, simili ai bakuto del periodo Tokugawa4. Tutto si fondava sul cameratismo di gruppo, e i talenti individuali venivano sfruttati a rotazione, insistendo particolarmente sugli insegnamenti tradizionali del “dovere” e del “sentimento”. Tutta l’organizzazione era più burocratica della burocrazia stessa. In questo modo, riuscivano a proteggere le proprie rispettive mediocrità e a fondare una specie di ente di mutuo soccorso fondato su una totale, desolante assenza di talento. Ogni tentativo di farsi strada con mezzi artistici propri era visto come una violazione delle regole comuni. Se all’interno di questi gruppi vigeva un patto di mutua assistenza per sopperire alla mancanza di talenti, nei loro rapporti con il mondo esterno si comportavano come gang di alcolisti i cui membri occupavano i “bar del popolo” e discutevano da ubriachi sull’arte mentre tracannavano bottiglie di birra. I loro berretti, i capelli lunghi, le cravatte e i loro vestiti erano quelli degli artisti, ma nell’anima erano più burocrati dei burocrati stessi. Siccome Izawa credeva nella creatività artistica e nella personalità, trovava irrespirabile l’atmosfera di quelle cricche: la loro mediocrità, il loro spirito sordido e volgare gli sembravano un vero e proprio anatema. Divenne un reietto: nessuno ricambiava più il suo saluto e, in ufficio, c’era persino chi lo fulminava con lo sguardo non appena faceva la sua comparsa.
Un giorno entrò a grandi passi nell’ufficio del direttore e gli chiese se ci fosse un qualche legame logico e inevitabile tra la guerra e l’attuale miseria della produzione artistica. O se quella miseria, incalzò, non fosse piuttosto l’obiettivo deliberato dell’esercito, che insisteva sul fatto che per ritrarre la realtà bastassero una macchina fotografica e un paio di dita. Senz’altro, disse Izawa, il compito speciale di noi artisti è di decidere sull’angolazione da cui osservare la realtà per creare un’opera d’arte. Mentre Izawa parlava, il direttore si voltò e boccheggiò dalla sua sigaretta con uno sguardo disgustato. Poi sorrise sardonicamente, come volesse dire: “Perché non dai le dimissioni, se non ti piace l’azienda? È perché ti spaventa l’idea di finire a dover fare lavori pesanti?” La sua espressione gradualmente mutò in una annoiata. “Perché non ti fai andare bene il nostro modo di lavorare?” sembrava dirgli. “Fa’ il tuo ogni giorno come gli altri e avrai lo stesso il tuo stipendio! E smettila di pensare a cose che non ti riguardano. Dannata impertinenza!” Senza dirgli una sola parola in risposta, il direttore gli fece cenno di uscire.
Poteva essere qualcos’altro, questo lavoro, se non il peggio del peggio? A volte sentiva che fosse meglio farla finita ed essere arruolato nell’esercito. Se solo avesse potuto farla franca con l’angoscia del pensare, anche i proiettili e la fame gli sarebbero sembrati una benedizione.
Mentre l’azienda di Izawa stava lavorando su film come “Non fate cadere Rabaul in mano nemica!” e “Più aerei per Rabaul!”, l’esercito americano aveva già oltrepassato Rabaul ed era sbarcato a Saipan. Saipan venne conquistata prima ancora che avessero finito di girare “Lotta senza quartiere per Saipan”, e di lì a poco, gli aerei americani di base sull’isola iniziarono a sorvolare il Giappone. Era singolare l’entusiasmo con cui i colleghi di Izawa pianificavano i propri film. “Come estinguere le bombe incendiarie”; “Corpi che si scontrano in volo”; “Come coltivare le patate”; “Che non un solo aereo nemico resti in volo!”; “Risparmio energetico e aeroplani”, uno dopo l’altro, sfornavano chilometri di pellicole di una noia infinita.
Nel giro di poco tempo, le pellicole a loro disposizione diminuivano, e anche le cineprese utilizzabili scarseggiavano. L’entusiasmo degli artisti raggiunse nuove vette, come se fossero posseduti da una frenesia lirica. I loro film ora sfoggiavano titoli come: “I piloti suicidi kamikaze”; “La battaglia finale per il continente”; “I petali di ciliegio sono caduti”. Film indescrivibilmente noiosi, film che sembravano stracci di carta bianca. E di Tokyo, a breve, sarebbero rimaste soltanto rovine.
L’entusiasmo di Izawa era morto. Quando al mattino si svegliava e si ricordava di dover andare di nuovo a lavoro, gli tornava di nuovo il sonno. Proprio mentre stava per addormentarsi, suonò l’allarme antiaereo. Si alzò e indossò i gambali, poi prese una sigaretta e se la accese. Si ricordò che se non fosse andato a lavoro avrebbe finito le sigarette.
Una sera, Izawa fece tardi e riuscì a malapena a prendere l’ultimo tram. La linea elettrica privata aveva già cessato il servizio e per tornare a casa dovette camminare a lungo tra le strade buie. Quando accese la luce, con sua grande sorpresa, vide che il futon che lasciava sempre steso sul pavimento era sparito. La cosa era bizzarra, dato che nessuno entrava mai in camera sua mentre era fuori. Aprì l’armadio a muro. Lì, rannicchiata accanto ai cumuli delle sue coperte, c’era la sua vicina idiota.
Rivolse uno sguardo inquieto a Izawa e affondò il viso tra le coperte. Tuttavia, quando si rese conto che lui non si stava arrabbiando, per il sollievo si abbandonò a vistosi eccessi di cordialità. Si era calmata in una maniera sorprendente, per quanto non fosse comunque in grado di parlare in maniera coerente. Tutto ciò che riusciva a emettere erano dei mugolii, e anche quando Izawa riusciva a capirne il senso, non aveva niente a che vedere con quello che le aveva chiesto. In maniera vaga e scomposta, stava dando voce a confusi frammenti di pensieri che le passavano per la testa. Izawa intuì che doveva essersi presa una sonora sgridata a casa e che, non facendocela più, aveva cercato rifugio nella sua stanza. Poiché le domande sembravano solo spaventarla, si limitò a chiederle quando e come fosse arrivata. Dopo una serie di mugugni incomprensibili, la donna si rimboccò la manica e iniziò a strofinarsi un livido sul braccio.
«Fa male,» diceva «fa ancora male… fa male da un bel po’». Dai suoi modi titubanti di descrivere la sequenza temporale (cioè la distinzione tra il dolore passato e quello presente), Izawa alla fine sembrò capire che era entrata in camera sua dalla finestra dopo che era calato il buio. Aveva anche mormorato qualcosa sul fatto che fuori avesse camminato scalza e le dispiaceva di aver sporcato il pavimento. Ma dal momento che Izawa aveva dovuto estrapolare il senso di ciò che diceva da quel groviglio di borbottii che si perdeva in un labirinto di vicoli ciechi, gli era del tutto impossibile capire a chi o a cosa fossero dirette quelle scuse.
Gli sembrava sconveniente svegliare il suo vicino nel cuore della notte per riportare a casa la moglie terrorizzata. Allo stesso tempo, se l’avesse riportata indietro di mattina, non aveva idea di quale fraintendimento sarebbe potuto nascere a causa della sua scelta di farle passare la notte a casa sua, specialmente considerato che suo marito era un pazzo.
“Non importa,” pensò, pervaso da una bizzarra forma di coraggio “la farò restare.”
L’essenza del suo coraggio era sostanzialmente questa: la perdita di emozioni nella sua vita gli aveva suscitato una certa curiosità. Sentiva che quello che accadeva non avesse importanza, ma che fosse essenziale che prendesse la realtà presente come una specie di sfida. Si disse che non c’era bisogno di pensare a nient’altro che non fosse il suo dovere di difendere questa disgraziata per una notte. Si disse che non c’era niente di cui vergognarsi nel fatto che fosse così stranamente trasportato da questa inaspettata piega che avevano preso gli eventi.
Izawa dispose due futon sul pavimento e disse alla donna di sdraiarsi. Poi spense la luce. Qualche minuto dopo la sentì strisciare fuori dal letto. Si era messa nell’angolo della stanza, accovacciata. Non fosse stato pieno inverno, Izawa sarebbe tornato a letto senza curarsene troppo. Ma era una notte davvero fredda, talmente tanto che lui non riusciva a smettere di tremare. Dato che aveva sacrificato metà delle sue coperte per la sua ospite, l’aria gelida sembrava mordergli direttamente la pelle. Si alzò e accese la luce. La donna era rannicchiata accanto alla porta, con le mani che stringevano il vestito sul petto per coprirsi. Nei suoi occhi c’era lo sguardo di una bestia braccata che, messa alle strette, non ha più via di scampo.
«Che c’è?» le chiese «Mettiti a letto.»
La donna annuì, forse troppo rapidamente, e se ne tornò strisciante a letto. Izawa spense la luce. Dopo un istante la sentì alzarsi come prima. Quando la fece tornare di nuovo a letto, provò a rassicurarla: «Non preoccuparti,» le disse «non voglio farti del male». Sbigottita, la donna bisbigliò qualcosa che sembrava somigliare a una scusa. Quando Izawa spense la luce per la terza volta, la donna si alzò senza esitazione, aprì l’anta dell’armadio, ci entrò e si chiuse dentro.
La sua caparbietà iniziava a dar noia a Izawa. Aprì l’armadio bruscamente. «Non so che cosa pensi di fare,» sbottò «ma ti sei fatta un’idea sbagliata di me. Per quale dannata ragione devi nasconderti in questo modo nell’armadio quando ti ho detto che non ho intenzione di toccarti? Dannata insolenza! Se non ti fidi di me, perché hai deciso di venire qui? Mi hai umiliato, mi hai preso in giro! Che diritto hai di comportarti come se tu fossi la vittima qui? Ne ho abbastanza delle tue idiozie per stanotte.»
Poi realizzò che magari quella donna non riusciva a capire una sola parola di quello che le stava dicendo. Cosa c’è di più inutile che discutere con una stupida del genere? Probabilmente la scelta migliore sarebbe stata darle un bel ceffone e poi andare a dormire senza più preoccuparsi di lei. Si accorse che la donna stava borbottando tra sé e sé con un’espressione imperscrutabile sul volto. A quanto pare stava balbettando qualcosa sul fatto di voler tornare a casa e che sarebbe stato meglio se non fosse mai venuta.
«Ma ora non ho più una casa,» aggiunse lei.
Izawa non riuscì a non impietosirsi. «Allora perché non passi la notte qui, con calma?» le chiese. «Non hai nulla di cui preoccuparti, davvero. L’unico motivo per cui adesso mi sono un po’ arrabbiato è perché hai iniziato a comportarti come una vittima quando io non avevo la minima intenzione di farti del male. Perciò ora esci da quell’armadio, mettiti a letto e fatti una bella dormita!»
La donna guardò Izawa negli occhi e farfugliò qualcosa rapidamente.
«Cosa?» le chiese.
Al che, a Izawa si gelò il sangue. Perché, tra i suoi confusi borbottii, distinse chiaramente la frase: «Lo vedo, non ti piaccio.»
«Eh?» le chiese Izawa, strabuzzando gli occhi. «Cos’è che hai detto?»
Con un’espressione avvilita, la donna iniziò a giustificarsi, ripetendo più e più volte: «Non sarei dovuta venire», «In realtà io non ti piaccio», «Pensavo di piacerti, e invece no». Alla fine tornò a fissare il vuoto in silenzio, con lo sguardo perso.
Izawa finalmente iniziò a capire. La donna non era spaventata da lui. Era esattamente l’opposto. Non si trovava lì soltanto perché era stata rimproverata a casa sua e non aveva nessun posto dove andare. Lei contava sul presunto amore che Izawa nutriva nei suoi confronti. Ma cosa diamine le aveva fatto credere una cosa simile? Si erano semplicemente scambiati rapidamente qualche saluto davanti al porcile, o sul vialetto, o per strada. Quella situazione non poteva essere più assurda. Si ritrovava soggiogato dal volere di un’idiota, dalla sua suscettibilità, forze che dovevano essere del tutto differenti da quelle delle persone normali. Izawa non riusciva a capire se ciò che le era successo quella sera fosse, nella sua mente idiota, un’esperienza così dolorosa. Dopo aver passato una manciata di minuti nel letto senza che Izawa la sfiorasse neppure, quella donna era arrivata alla conclusione che non fosse amata: per questo, in preda alla vergogna, si era alzata. Infine si era chiusa nell’armadio. Come bisognava interpretare queste stranezze? Come un modo che ha un’idiota di esprimere vergogna e umiliazione? Il punto era che il linguaggio delle persone normali non possedeva nemmeno le parole per arrivare a una conclusione simile. In una situazione del genere, l’unica via è quella di abbassarsi allo stesso livello della mentalità dell’idiota. E alla fine, pensò Izawa, che bisogno c’era delle maniere delle persone normali? Sarebbe stato davvero così umiliante se avesse ragionato con la stessa semplicità della mente di quella matta? Forse era quello di cui aveva più bisogno: la mente infantile, candida, di una matta. L’aveva smarrita da qualche parte, e nel frattempo si era insozzato coi pensieri delle persone normali che gli stavano attorno; aveva rincorso soltanto dei miraggi, e tutto quello che ne aveva avuto era lo sfinimento.
Mise la donna a letto e, sedutosi vicino al cuscino, le accarezzò i capelli come se fosse una bimba, magari proprio sua figlia, provando a farla dormire. Ma i suoi occhi rimanevano aperti con un’espressione vuota. C’era un’innocenza in lei del tutto simile a quella di una bambina.
«Non è che non mi piaci,» le disse Izawa con una certa enfasi «sai, ci sono altri modi di dimostrare amore, oltre al contatto fisico. Il luogo più caro per ciascuno di noi è quello in cui siamo nati, e per qualche strano motivo, tu sembri essere sempre lì.»
Ovviamente, lei non avrebbe mai potuto capire il senso di ciò che le stava dicendo. Ma, alla fine, cos’erano le parole? Che valore avevano per davvero? E dov’era la verità? Non si può dire di trovarla nemmeno nell’amore umano. Dove esisteva, se mai esisteva, qualcosa di così vero che meritasse tutta la devozione di un uomo? Era tutto un miraggio. Ma mentre accarezzava i capelli della donna, Izawa si sentì sul punto di scoppiare in lacrime. Fu sopraffatto dall’idea straziante che quel piccolo amore sfuggente, così profondamente incerto, fosse davvero la certezza nella sua vita; che, suo malgrado, stesse accarezzando i capelli del suo stesso destino.
Come sarebbe andata a finire la guerra? Non c’erano più dubbi sul fatto che il Giappone sarebbe stato sconfitto, che gli Americani sarebbero sbarcati, e la maggior parte dei giapponesi sarebbero stati sterminati. Ma tutto questo poteva essere solo una parte di un destino soprannaturale, un volere divino, per così dire. Quello che impensieriva Izawa era molto più che un semplice problema, un problema sorprendentemente semplice, ma uno che gli occupava sempre la mente. Era il problema del suo salario di duecento yen che riceveva ogni mese dall’azienda. Per quanto ancora avrebbe continuato a riceverlo? Non sapeva mai quando lo avrebbero licenziato e ridotto alla totale indigenza. Ogni volta che andava a ritirare lo stipendio era terrorizzato all’idea di ricevere anche una lettera di licenziamento. E ogni volta che teneva in mano la sua busta paga, era in preda alla gioia per essere sopravvissuto un altro mese. Gli veniva sempre da piangere, a pensare a quanto fosse banale. Eccolo, un uomo che fantasticava sui grandi ideali dell’arte: eppure un salario di duecento yen (che al cospetto dell’arte valeva meno del più piccolo granello di polvere) poteva diventare una causa di dolore tale da entrargli fino al midollo e scuotere le fondamenta stesse della sua esistenza. Non solo la sua vita esteriore era limitata da quei duecento yen, persino la sua mente e la sua anima ne erano assorbite. E il fatto di riuscire a osservare con calma, con fermezza, quella meschinità senza perdere il senno lo rendeva ancora più miserabile.
La voce assordante, stupida del direttore, che urlava «Che senso ha la bellezza in un momento del genere? L’arte non può nulla!» riempiva la testa di Izawa con una realtà di tutt’altro genere, che lo consumava con una forza brutale, lacerante. Ah, sì, pensò, il Giappone avrebbe perso. I suoi compatrioti sarebbero caduti uno dietro l’altro, come tante bambole di porcellana, innumerevoli gambe e teste e braccia sarebbero saltate in aria assieme ai detriti di mattoni e cemento, e la terra sarebbe diventa un camposanto svuotato di alberi, case, ogni cosa. Dove avrebbe cercato rifugio? In quale tana si sarebbe nascosto? Alla fine in quale buco sarebbe saltato in aria, assieme a tutto il resto?
Eppure, delle volte si immaginava come sarebbero state le cose nel caso in cui, per qualche strana coincidenza, fosse sopravvissuto. In momenti del genere, ciò che provava era principalmente curiosità, curiosità su come sarebbe stata la vita in un mondo nuovo e imprevedibile, in campi sepolti dai detriti, e curiosità per la futura rinascita. Nel frattempo, la forza decisiva di duecento miseri yen sbarrava la strada a ogni altra cosa e spazzava via ogni speranza dalla sua vita, lo soffocava e lo perseguitava persino nei sogni, scolorendo ogni emozione della sua gioventù, al punto che, per quanto avesse solo ventisette anni, si trovava già a vagare per una landa oscura.
Izawa voleva una donna, forse era quello che desiderava più di ogni altra cosa. Eppure, una vita con una qualsiasi donna sarebbe stata limitata dai duecento yen. La sua casseruola, il suo pentolone, la sua pasta di fagioli, il suo riso: tutto era intaccato da questa maledizione. Quando suo figlio fosse nato, anche lui ne avrebbe patito le conseguenze, e finanche la donna si sarebbe trasformata in un demone ossessionato dalla maledizione, lamentandosene dalla mattina alla sera. Il suo entusiasmo e la sua arte e la luce delle sue speranze erano definitivamente scomparsi; la sua stessa vita era calpestata come sterco di cavallo al ciglio della strada, che va seccandosi e viene infine spazzata via dal vento per scomparire senza lasciare traccia, niente di niente. Tale era la maledizione che sarebbe gravata su quella donna.
Viveva in modo meschino, e lui stesso non aveva la forza di risolvere quella meschinità. La guerra, questa vasta forza distruttrice in cui ognuno veniva giudicato con fantastica imparzialità, in cui tutto il Giappone stava diventando una landa desolata, coperta di macerie e le persone si sgretolavano come bambole di porcellana: quale amore straziante e gigantesco ci dimostrava il Nulla per mezzo di questa forza! Izawa sentì il desiderio di dormire profondamente tra le braccia del dio della distruzione. Questa rassegnazione alla forza del Nulla ebbe l’effetto di renderlo più attivo di prima e, al suonare dell’allarme aereo, si infilava solerte i gambali. L’unica cosa che rendeva la vita degna di essere vissuta, ogni giorno, era giocare con l’inquietudine dell’esistenza. Quando risuonava il cessato allarme, si sentiva tremendamente abbattuto, vinto ancora una volta dalla disperazione di non provare più nessuna emozione.
Questa poveretta non sapeva cuocere il riso o preparare una zuppa di fagioli. Aveva difficoltà nell’esprimere il pensiero più semplice e il massimo che riusciva a fare era mettersi in fila per le razioni. Come un pezzo sottile di vetro, reagiva a ogni minimo accenno di gioia o di rabbia: tra i solchi della sua paura e della dissociazione, semplicemente subiva la volontà altrui, lasciando che la attraversasse. Persino lo spirito maligno dei duecento yen non poteva spaventare un’anima come la sua. Questa donna, pensò Izawa, era un pupazzetto misero fatto appositamente per lui. Si immaginava in un viaggio infinito, a vagare per la landa oscura con questa donna tra le sue braccia e il vento soffiargli addosso.
Eppure, aveva la sensazione che in tutta quell’idea c’era qualcosa di fantastico e di ridicolo. Forse perché la meschinità della sua vita esteriore aveva iniziato a erodergli il cuore, al punto che quel sentimento d’amore così schietto, che gli sgorgava da dentro, gli sembrava del tutto falso. Ma perché mai doveva essere falso? Esisteva forse una regola intrinseca secondo cui le prostitute nei loro appartamenti o le nobildonne nelle loro dimore erano più umane di questa povera idiota? Sì, per quanto assurdo, sembrava proprio che esistesse una regola del genere.
Di cosa ho paura? Viene tutto dallo spirito malvagio di quei duecento yen. Sì, ora che sono sul punto di liberarmi da questo spirito grazie a questa donna, scopro di essere ancora soggiogato dalla sua maledizione. L’unica cosa di cui ho davvero paura è il giudizio del mondo. E ciò che intendo per “mondo” non è altro che l’insieme di donne che vivono negli appartamenti nei paraggi: le prostitute, le mantenute, le volontarie incinte e le casalinghe che schiamazzano con le loro voci nasali come tante oche. So bene che non c’è un altro mondo al di fuori di questo. Eppure, per quanto sia indiscutibile, non riesco proprio a crederci. Perché vivo nella paura di una qualche strana regola.
Fu una notte sorprendentemente breve (eppure, allo stesso tempo, infinitamente lunga). L’alba spuntò prima che se ne rendesse conto e il freddo del mattino gli intorpidì il corpo, rendendolo duro e inerte come la pietra. Per tutta la notte se ne era stato semplicemente accanto al cuscino della donna ad accarezzarle i capelli.
Da quel giorno cominciò una nuova vita per Izawa.
Eppure, a parte l’aggiunta della presenza della donna alla sua casa, non c’era nient’altro di diverso o fuori dall’ordinario. Per quanto potesse apparire assurdo, niente era germogliato attorno o dentro a Izawa; la sua mente capiva quanto fosse straordinario quell’evento, ma tolto questo, nulla nella sua vita era cambiato, neanche la posizione della sua scrivania. Si recava a lavoro ogni mattina, e mentre era via, quella matta restava nell’armadio, nell’attesa del suo ritorno. Ogni volta che Izawa usciva di casa si dimenticava completamente della donna; se gli capitava di pensarci, gli sembrava un evento appartenere a un passato indefinito, come se fosse accaduto dieci o vent’anni prima.
La guerra aveva generato una sorta di piacevole amnesia; il suo incredibile potere distruttivo aveva provocato un secolo di cambiamenti in appena un giorno, facendo sembrare gli eventi della settimana precedente vecchi di tanti anni, relegando gli avvenimenti dell’anno precedente nel profondo della memoria. Di recente gli edifici che circondavano le fabbriche vicino a dove viveva Izawa erano stati demoliti in preda a una frenesia da “evacuazione programmata”, trasformando l’intero quartiere in un vorticante grumo di polvere. Eppure, sebbene le macerie non fossero state ancora del tutto sgombrate, la demolizione appariva come un ricordo del passato, come fosse avvenuta più di un anno prima. Cambiamenti che avevano completamente trasformato la città, a una seconda visione, apparivano scontati. Anche quella donna idiota era divenuta a sua volta uno degli sfocati frammenti di questa piacevole amnesia: il suo viso, le schegge di legno e le macerie di quello che era stato il “bar del popolo”, la stazione dei treni, proprio di fronte al bar: lì vicino, appena due giorni prima, le persone si mettevano in fila ad aspettare i mezzi, proprio presso gli edifici dilaniati dalle voragini causate dalle esplosioni, in una città di rovine in fiamme.
Le sirene suonavano ogni giorno. A volte si trattava di attacchi aerei; quando suonava l’allarme, Izawa precipitava in una profonda inquietudine, temendo che l’attacco colpisse il suo quartiere; anche mentre si trovava a lavoro infatti, in casa sua ogni cosa poteva cambiare. In caso di attacco aereo, la donna, avvertendo una scarica di adrenalina, si sarebbe potuta precipitare fuori, svelando così il loro segreto a tutto il vicinato. La paura di cambiamenti ignoti preoccupava Izawa più di ogni altra cosa, rendendogli impossibile tornare a casa di giorno. Molte volte aveva provato a combattere le sue preoccupazioni mondane; se non altro gli sarebbe piaciuto confidarsi con il sarto, raccontargli tutto. Comprese presto la futilità e la grettezza di quel gesto: liberarsi di questa preoccupazione per mezzo della forma di confessione che meno lo avrebbe danneggiato. Perciò non disse nulla, si maledisse con rabbia per non essere meglio del tanto disprezzato uomo medio.
Per Izawa, due erano le espressioni del volto della donna che non poteva mai dimenticare: voltando l’angolo per strada, salendo le scale in ufficio, sgomitando fra la calca di fronte al tram, in tutti i momenti non sospetti alla sua mente tornavano queste due espressioni. In quei momenti la sua mente si fermava e lui restava paralizzato, colto da un attimo di frenesia. Quando Izawa toccò per la prima volta la donna, vide la prima di queste due facce. Già il giorno dopo, quell’episodio era svanito nei ricordi dell’anno precedente; solo il volto gli tornava alla mente, staccato dal resto degli eventi. Da quel giorno, la poveretta divenne niente più che un corpo che aspettava e aspettava, senza alcuna altra vita, e con appena un barlume di razionalità. Lei aspettava, sempre. L’intera coscienza della donna ruotava attorno al sesso da quando Izawa l’aveva sfiorata; il suo corpo, il suo viso semplicemente aspettavano quel momento. Persino nel cuore della notte, se per caso la mano di Izawa la sfiorava, il corpo della donna, obnubilato dal sonno, reagiva sempre allo stesso modo. Soltanto il suo corpo era vivo, sempre in attesa, persino mentre dormiva.
Per quanto riguardava cosa pensasse la donna da sveglia, Izawa comprese che la sua mente era come una voragine. Il coma della mente unito alla vitalità della carne: questa era l’essenza di quella donna. Persino da sveglia la sua mente dormiva e persino nel sonno il suo corpo vegliava. Non c’era niente in lei, fuorché desiderio nella sua forma più inconscia, il suo corpo era sempre vigile, reagendo agli stimoli esterni con un contorcersi irrefrenabile, simile a quello dei vermi.
Ma la donna aveva anche un altro volto: nel giorno libero di Izawa capitò che per due ore piene, alcuni bombardieri si erano concentrati proprio su una parte della città vicina a dove abitava Izawa. Poiché questi non possedeva un bunker antiaereo, si era nascosto nell’armadio con la donna, riparandosi con coperte e lenzuola. Il bombardamento si era concentrato a circa 450 metri dalla casa di Izawa, ciononostante le case del suo quartiere tremarono; a ogni scoppio fragoroso delle bombe, Izawa tratteneva il respiro, bloccando ogni pensiero. Venivano sganciate sia bombe incendiarie sia da demolizione, ma fra questi due orrori esisteva lo stesso grado di differenza fra la biscia e la vipera. Le bombe incendiarie erano dotate di un meccanismo che produceva un suono stridente e spettrale, ma non esplodevano a contatto con il suolo e il boato si spegneva nel cielo; “Una testa di drago e la coda di un serpente”5, così diceva la gente. In realtà non c’era alcuna coda, né di serpente né di altro tipo. Gli ordigni al tritolo invece, mentre piombavano giù dal cielo, emettevano un suono simile al sibilo smorzato della pioggia, che terminava però con un’incredibile esplosione che pareva spostare l’asse stesso della terra. L’orribile attesa imposta dal sibilo-pioggia, il terrore mentre il boato dell’esplosione si faceva sempre più forte, faceva sentire tutti più morti che vivi. La cosa peggiore era che gli aerei americani volavano così in alto che il suono del loro passaggio nel cielo era lieve e dava l’impressione che i piloti non si accorgessero affatto di quanto stesse accadendo di sotto. Infatti, quando cadevano le bombe, era come essere colpiti da un’ascia pesantissima, brandita da un mostro che distoglie lo sguardo. Siccome nessuno aveva idea di cosa avrebbero fatto gli aerei nemici, il rombo dei motori in lontananza riempiva tutti con un disagio molto particolare; a chiudere il cerchio, il fischio della bomba. Il terrore che si provava aspettando lo scoppio della bomba era abbastanza grande da congelare ogni pensiero, ogni respiro e l’unica cosa che restava nella mente era la disperazione, una gelida stalattite di follia, la disperazione nel constatare che quello fosse con certezza l’ultimo momento della propria vita sulla terra.
La casa di Izawa era, fortunatamente, circondata da palazzi a due piani (gli appartamenti, la casa del pazzo, la casa del sarto) e se l’era cavata con una finestra scheggiata, mentre le finestre dei vicini erano state frantumate; in alcuni casi, anche i tetti erano stati fortemente danneggiati. Ci fu un solo un evento spiacevole: un cappuccio intriso di sangue, di quelli che si indossavano nei raid, cadde per terra davanti al porcile. Gli occhi di Izawa luccicavano immersi nel buio dell’armadio; poi vide nel volto dell’idiota la straziante agonia della disperazione.
“Sì,” pensò Izawa, “la maggior parte delle persone sono dotate di raziocinio e anche nei momenti peggiori mantengono il ritegno e la lucidità. È scioccante osservare qualcuno privo di ogni forma di raziocinio, ritegno e lucidità!”
Al volto e al corpo della donna, mentre guardava fuori dalla finestra della morte, niente si addiceva di più dell’angoscia. L’angoscia la muoveva, la straziava, la faceva piangere. Se un cane dovesse piangere, o ridere, apparirebbe infinitamente brutto. Izawa era scioccato nel constatare quanto brutto potesse apparire il pianto sul viso di chi non possedeva il minimo intelletto. Stranamente, i bambini di cinque o sei anni non piangono quasi mai durante un bombardamento. Il loro cuore batte come un tamburo, ammutoliscono, e sbarrano gli occhi guardando davanti a sé. Solo i loro occhi sono vivi, ma restano aperti, incapaci di dimostrare paura. Il fatto è che i bambini sottomettono pacificamente le proprie emozioni fino ad apparire più intelligenti che in situazioni normali. Nel momento del pericolo, sono come gli adulti, si potrebbe dire persino superiori a loro, poiché gli adulti dimostrano palesemente la loro paura della morte. È vero, i bambini sembrano più intelligenti degli adulti in queste circostanze. Ma l’angoscia della matta non somigliava affatto alla reazione dei bambini, che spalancano gli occhi nei momenti di pericolo: quest’angoscia rispecchiava un’istintiva paura della morte, un singolo brutto movimento. Le sue reazioni non erano quelle di un essere umano o di un insetto; non somigliavano a niente, se non agli spasmi di un piccolo bruco, che, gonfiatosi per raggiungere una statura umana, ora aveva le lacrime agli occhi.
Non parlava, non urlava, non gemeva, né si poteva decifrare nessun’altra espressione. La donna non si rendeva nemmeno conto dell’esistenza di Izawa. Se fosse stata umana non sarebbe mai stata capace di una tale solitudine. Sarebbe impossibile dimenticarsi completamente della presenza dell’altro, quando si sta rinchiusi insieme nello stesso armadio. La gente parla spesso di solitudine assoluta, ma questa forma di solitudine può verificarsi solo se una persona è conscia dell’esistenza degli altri. La solitudine assoluta non potrebbe mai essere qualcosa di così cieco e inconsapevole come ciò a cui Izawa stava assistendo in quel momento. La solitudine di quella donna era come quella di un bruco: la miseria più infima. Quanto era insopportabile quell’angoscia priva di ogni pensiero!
Il bombardamento cessò. Izawa sollevò la donna rannicchiata per terra, portandola alle sue braccia. Di solito reagiva con desiderio se il dito di Izawa le sfiorava anche solo di sfuggita il seno, ma ora sembrava aver perso persino il suo desiderio carnale. Izawa stava precipitando nel vuoto con un cadavere fra le sue braccia; nient’altro esisteva se non quella caduta nel buio senza fine.
Subito dopo il bombardamento, Izawa uscì di casa, superando gli edifici che erano stati appena rasi al suolo. Nelle macerie vide la gamba lacerata di una donna, il torso eviscerato di una donna, la testa mozzata di una donna. In seguito al grande raid aereo del 10 marzo, Izawa vagava senza meta attraverso le macerie, ancora fumanti. C’erano persone morte ovunque, giacevano lì per terra, come polli arrosto. Giacevano lì in grandi cumuli, proprio come tanti polli. Non erano né raccapriccianti né sporchi; alcuni cadaveri giacevano accanto a dei cani, morti abbrustoliti nella stessa maniera, quasi a voler sottolineare l’inutilità della loro morte, così priva di pathos da non poter essere nemmeno definita “una morte da cani”. Quelle persone non avevano avuto una morte da cani, i cani semplicemente erano morti lì fra altre cose, come tanti pezzi di pollo arrosto disposti su un vassoio. Quegli esseri a quattro zampe non erano cani e ancor meno quelle cose a due zampe potevano essere umani.
Se la matta fosse morta bruciata, non poteva semplicemente significare che la bambola di porcellana era tornata alla terra da cui proveniva? Izawa pensò che sarebbe potuta arrivare la notte in cui le bombe incendiare sarebbero piovute anche sulla via di casa sua, e non riuscì a non prendere atto della propria forma, del proprio viso, dei propri occhi, mentre se ne stava lì tranquillo a pensare. Sono calmo, pensò, sto aspettando un attacco aereo, va tutto bene. Sorrise con disprezzo, è solo che non mi piacciono le cose brutte: d’altronde, non sarebbe forse naturale che un corpo privo di mente debba bruciare? Io non l’ammazzerei. Sono un codardo e un vile, non ne avrei il coraggio. Ma la guerra probabilmente la ucciderà. Tutto ciò che dovrò fare è cogliere la prima occasione per far sì che la mano della guerra si abbatta sul capo di questa donna. Non devo preoccuparmi, è questione di tempo e tutto si sistemerà automaticamente in un qualche momento decisivo. Con molta calma Izawa attese il prossimo attacco aereo.
Era il 15 aprile. Due giorni prima, il 13, si era verificato il secondo grande bombardamento aereo, che aveva colpito duramente Ikebukuro, Sugamo, e altri quartieri residenziali di Tokyo. In seguito all’attacco, Izawa era riuscito ad ottenere il certificato di stato di calamità. Izawa potè così prendere un treno per recarsi alla prefettura di Saitama e tornò così a casa con un po’ di riso nello zaino. Appena giunse a casa, suonò la sirena. Analizzando le aree di Tokyo ancora risparmiate dalle fiamme, si poteva facilmente intuire che il prossimo attacco si sarebbe concentrato proprio sul quartiere di Izawa. L’uomo sapeva che il momento fatale era vicino; al più presto sarebbe giunto il giorno dopo, al più tardi entro un mese. La ragione per la quale Izawa pensava che non avrebbero attaccato prima era quanto desumibile dal ritmo degli attacchi precedenti: infatti, prima del prossimo raid, sarebbero servite almeno 24 ore di preparazione per un’operazione notturna.
Non gli era mai passato per la testa che proprio quello potesse essere il giorno fatale. Per questo era uscito in cerca di cibo, sebbene non fosse quello lo scopo del suo viaggio: sin dai tempi della scuola aveva mantenuto dei contatti con una certa fattoria di Saitama e si era recato in campagna con l’obiettivo di lasciare lì i suoi averi, sistemati in un paio di bauli e uno zaino.
Izawa era provato dal viaggio, durante il quale aveva indossato la divisa da raid aereo e quando giunse a casa si addormentò con l’uniforme addosso, usando lo zaino come cuscino. Quando giunse il momento cruciale Izawa stava già dormendo. Si svegliò con il suono assordante della radio. In quel momento, la punta dello squadrone d’assalto nemico si stava avvicinando alla penisola di Izu. Poco dopo, i bombardieri sorvolarono i cieli dell’isola, le sirene urlavano l’allarme. Izawa avvertì d’istinto che quello sarebbe stato l’ultimo giorno per il suo quartiere; lasciò la matta nell’armadio e uscì, dirigendosi verso il pozzo, l’asciugamano in mano e spazzolino in bocca.
Giorni prima Izawa era riuscito a mettere le mani su un tubetto di dentifricio Lion, e si era goduto per giorni il gusto astringente che per tanto tempo gli era stato negato. Quando comprese che il momento cruciale era giunto, si lavò i denti e la faccia, ispirato da questa epifania. Ma Izawa impiegò un attimo, durato eoni, per trovare il tubetto, che si era spostato solo di poco dall’ultimo luogo in cui ricordava di averlo lasciato; poi faticò a trovare il sapone (profumava di torta, una di quelle che non si trovava più in giro nei negozi) perché anche in quel caso non era nel posto in cui l’aveva lasciato. «Mi sto agitando,» si disse «Calmati, Izawa, calmati!» al che sbatté la testa contro l’armadio e inciampò sulla scrivania. Cercò di calmarsi fermando ogni movimento e pensiero, ma il suo corpo era in agitazione e rifiutava di calmarsi. Alla fine trovò il sapone e si recò al pozzo. Il sarto e sua moglie stavano gettando i loro averi nel rifugio che avevano scavato ai margini dell’orto, mentre la ragazza-anatra che viveva nell’attico armeggiava con una valigia. Izawa fu fiero di sé, per essere riuscito con perseveranza a trovare il dentifricio e il sapone, chiedendosi cosa avesse in serbo per lui il fato quella notte.
Mentre si stava asciugando il viso, le batterie antiaeree cominciarono a sparare. Quando alzò lo sguardo vide che una dozzina o più di riflettori incrociarsi sopra di lui in una sorta di griglia: i raggi di luce illuminarono chiaramente un aereo americano, poi un altro e poi un altro ancora. Izawa gettò uno sguardo in direzione della stazione, notando come l’intera zona fosse ormai un mare di fiamme. Era giunto il momento e ora che la situazione era chiara, Izawa era calmo. Indossò il cappuccio dell’uniforme e si coprì con delle coperte. In piedi, davanti a casa sua, contò ben ventiquattro aerei, che volavano sopra la sua testa, la loro posizione ormai rivelata dai riflettori. I colpi esplosi dalle batterie aeree tuonavano, eppure non si sentiva ancora il suono delle bombe. Quando Izawa individuò il venticinquesimo aereo, sentì il familiare rumore metallico delle bombe incendiarie, simile a un treno che sferraglia ormai lontano. Gli aerei sembravano voler colpire la zona della fabbrica alle spalle di casa sua. Poiché non aveva una buona visuale da dove si trovava, decise di spostarsi verso il porcile, poi si guardò alle spalle. La zona della fabbrica era avvolta dalle fiamme, e con stupore Izawa notò che oltre ai bombardieri appena passati, altri aerei si stavano avvicinando in rapida successione dalla direzione opposta, bombardando l’area alle loro spalle. Le radio si ammutolirono. Il cielo era completamente coperto da una spessa coltre di fumo rosso, che ammantava gli aerei americani e i raggi dei riflettori.
Il sarto e sua moglie erano prudenti: tempo prima avevano costruito un rifugio per custodire i loro averi, sigillando l’entrata con del fango. Avevano frettolosamente riposto tutto ciò che avevano nel rifugio, proprio come avevano pianificato, l’avevano poi sigillato e coperto con la terra del campo di riso.
«Con queste fiamme» disse il sarto «non c’è niente da fare». Lui restò lì a braccia conserte nella sua vecchia divisa da pompiere, fissava le fiamme. «E’ facile dire ‘spegnete il fuoco’ quando ci chiamano,» proseguì l’uomo “ma con un incendio del genere c’è poco da fare. Io me ne vado, dopo tutto che senso a restare qui e morire soffocati dal fumo?»
Il sarto caricò i suoi bagagli su un carro montato su una bicicletta. «Perché non viene con me, signore?» disse il sarto a Izawa, oramai preda di una contorta forma di terrore: il suo corpo era sul punto di fuggire con il sarto, ma incontrava una profonda forma di resistenza interiore. Era immobile e avvertiva un boato fragoroso salirgli dal cuore: a causa dell’esitazione stava rischiando di morire carbonizzato. Quella paura gli aveva quasi totalmente offuscato la mente, eppure Izawa riuscì a opporsi agli istinti del corpo pronto alla fuga.
«Resterò ancora un po’» disse Izawa «Ho una faccenda da sbrigare, capisce. Dopo tutto, lavoro nell’intrattenimento, e se ho la possibilità di studiarmi mentre mi trovo faccia a faccia con la morte, devo andare fino in fondo. Vorrei fuggire, ma non posso, non posso perdere quest’occasione. Ora, farebbe meglio a fuggire, presto, presto! Tra un attimo potrebbe essere troppo tardi.»
Presto, presto! Tra un attimo potrebbe essere troppo tardi. Nel dire “troppo tardi” Izawa faceva ovviamente riferimento alla sua vita. Con “Presto, presto!” Izawa non intendeva esortare il sarto alla fuga, ma si riferiva al proprio desiderio di fuggire il prima possibile. Per poter fuggire, però, era essenziale che chiunque nel vicinato fuggisse dopo di lui, altrimenti tutti avrebbero saputo della donna matta che viveva con lui.
«Va bene» fece il sarto «Ma faccia attenzione» e l’uomo, anche egli molto agitato, cominciò a trainare il carro, continuando a sbattere contro ogni cosa sul suo cammino. Quella fu l’ultima immagine che Izawa ebbe dei suoi vicini in fuga dalla loro casa.
Si udiva un fruscio spettrale, incessante e monotono. Sembrava il fragore delle onde che si infrangono contro gli scogli, o il tintinnio incessante dei proiettili antiaerei che rimbalzano sui tetti; in verità si trattava di una massa di persone in fuga, che si affrettava a percorrere la via principale. Il suono delle batterie antiaeree sembrava ora fuori posto a confronto della strana vitalità del ritmo dei passi. Chi mai nel mondo avrebbe potuto immaginare che quel fruscio inquietante, incessante e monotono, fosse prodotto dai passi di esseri umani? Il cielo e la terra traboccavano di suoni: il ronzio degli aerei americani, le batterie antiaeree, la pioggia, i boati delle esplosioni, il rumore dei passi, le schegge che piovevano sui tetti. Ma l’area circostante a Izawa era un piccolo reame di pace, fra il cielo rossastro e la terra. Izawa era circondato da pareti di un silenzio anomalo, pareti di solitudine esasperante.
«Ancora trenta secondi… no, altri dieci…» non sapeva chi gli ordinava di fare questo, né perché, né cosa lo faceva ubbidire. Sentiva di star impazzendo, da un momento all’altro avrebbe potuto mettersi a correre senza meta, gridando d’agonia. Poi avvertì che qualcosa gli stava cadendo addosso, sentì il rimbombo nei timpani, e Izawa si gettò a terra. Il suono cessò improvvisamente, calò un incredibile silenzio.
«Caspita, che spavento» pensò Izawa. Si alzò lentamente, togliendosi la polvere dai vestiti; alzò lo sguardo e notò che la casa del pazzo aveva preso fuoco. «Ah. Finalmente è stata colpita». Izawa era stranamente calmo, poi notò che entrambi gli appartamenti di fronte casa sua erano in fiamme e si precipitò in casa; scardinò l’anta dell’armadio (il cardine era ormai uscito dal suo alloggio) e corse fuori, avvolto nelle lenzuola, tenendo in braccio la matta. Per un minuto, preso dalla frenesia com’era, non ebbe idea di cosa stava facendo. Imboccato un vicolo, sentì ancora una volta che qualcosa gli stava cadendo addosso e si gettò per terra. Quando si mise in piedi, vide che il negozio di tabacchi era in fiamme, e nella casa di fronte dall’altare buddhista fuoriuscivano lingue di fuoco. Si guardò alle spalle mentre superava il vicolo e notò che anche la casa del sarto aveva preso fuoco: a questo punto anche casa sua era ormai in preda alle fiamme.
Scintille di fuoco ondeggiavano ovunque nel quartiere incendiato e Izawa sentì che non c’era più nulla da fare. Giunto a un incrocio, comprese quanto la situazione fosse caotica: chiunque fuggiva in un’unica direzione, cioè quella più lontana dalle fiamme, e non c’erano più strade, ma un mare di persone, valigie, urla, un mare di gente che si accalcava e si spintonava, gente che spingeva e sgomitava, barcollando in avanti. Quando avvertivano il sibilo delle bombe si gettavano immediatamente per terra, e quel mare si appiattiva completamente. Qualcuno invece continuava a correre, scavalcando gli altri; la maggior parte aveva bagagli, con al seguito bambini, donne e anziani. Chiamavano a gran voce i membri del loro gruppo, si fermavano, si voltavano, sgomitavano. Nel frattempo le fiamme avanzavano, lambendo sempre più i lati della carreggiata.
Izawa raggiunse un piccolo incrocio e anche qui un mare di gente si incanalava in un’unica direzione, sempre quella più lontana dalle fiamme, ma Izawa sapeva bene che in quella direzione non c’erano spazi aperti o campi: al prossimo bombardamento americano, quella strada avrebbe portato a morte certa. Le case ai lati della strada erano già in fiamme, tuttavia Izawa si ricordò che non molto lontano da lì c’era un fiume e che un centinaio di metri a monte c’era un campo di grano. Ciononostante, nessuno sembrava aver imboccato quella strada e per un momento Izawa esitò; poi notò che a un centinaio di metri da lui c’era un uomo che stava gettando da solo dell’acqua sulle fiamme. Nonostante stesse cercando di estinguere l’incendio, non faceva certo la figura dell’eroe: era soltanto un uomo con un secchio, e solo di tanto in tanto gettava secchiate d’acqua sulle fiamme, mentre per la maggior parte del tempo restava fermo, oppure andava su e giù senza meta. Si muoveva con particolare lentezza, Izawa si chiedeva se l’uomo non fosse uno squilibrato: ciononostante, pensò, si poteva restare in quel punto senza morire bruciati. Tenterò la fortuna. Tutto ciò che era rimasto era un minuscolo briciolo di fortuna e il coraggio di aggrapparcisi. Nei pressi dell’incrocio c’era un fosso dove Izawa immerse le lenzuola in dell’acqua sporca; poi trasse a sé la donna, avvolgendo entrambi con le lenzuola bagnate, allontanandosi dalla massa di persone che avevano seguito sino a quel momento. Mentre si avvicinavano alla strada lambita dalle fiamme, la donna si fermò istintivamente, tentando maldestramente di riunirsi a quella fiumana di gente, come venisse risucchiata da un vortice.
«Idiota!» gridò Izawa, tirandola a sé con tutte le sue forze, prendendola per le spalle e tenendola stretta sul suo petto «Morirai se andrai da quella parte» sussurrò l’uomo. «Quando moriremo saremo insieme, come adesso. Non avere paura! E non allontanarti qualunque cosa tu faccia! Dimenticati delle fiamme e delle bombe! La via per noi due sarà sempre questa strada. Tu devi solo guardare avanti e fidarti di me, hai capito?”
La donna annuì, sembrava una bambina, ma Izawa fu travolto dall’emozione, poiché per la prima volta quella donna aveva manifestato una volontà, la prima risposta dopo ore di terrore e di bombardamenti costanti. Era così commovente che Izawa si sentì nauseato, mentre abbracciava per la prima volta un essere umano, ed era immensamente fiero di quell’essere umano in particolare.
I due allora attraversarono di corsa le fiamme, ormai fuori controllo, e una volta attraversata la massa d’aria calda entrambi i lati della strada erano come un mare di fiamme; ma le case erano già crollate per l’incendio, di conseguenza la violenza delle fiamme era diminuita e il calore si era smorzato. Izawa e la donna si imbatterono nuovamente in una conca piena d’acqua. L’uomo bagnò la donna dalla testa ai piedi per poi coprire entrambi con le lenzuola appena inzuppate. Per strada giacevano sparsi oggetti e lenzuola bruciati accanto a due cadaveri, una donna e un uomo di mezz’età.
Ancora una volta Izawa mise un braccio attorno alla donna e insieme si lanciarono attraverso le fiamme, giungendo, infine, al fiume. Le fabbriche su entrambe le sponde del fiume emanavano calde lingue di fuoco, andare avanti o tornare indietro non era affatto possibile. Guardandosi attorno, Izawa notò una discesa che portava giù al fiume, così fece scendere la donna, coperta dalle lenzuola, mentre lui saltò giù. Di tanto in tanto la donna si immergeva nell’acqua del fiume di sua spontanea volontà: d’altronde, la situazione era tale che anche un cane lo avrebbe fatto. Izawa sgranò gli occhi, assistendo alla nascita di una donna nuova, una donna da amare, che lui osservava con desiderio mentre si immergeva nel fiume, lungo il quale passavano gruppetti di persone.
Il fiume emergeva dalle fiamme e sfociava nell’oscurità; non era buio per via del bagliore delle fiamme che copriva il cielo, ma questa penombra, che Izawa poteva vedere in quanto era ancora vivo, faceva sentire l’uomo completamente svuotato, a causa di un ineffabile e immenso senso di vuoto. In fondo avvertiva un senso di sollievo, che tuttavia gli sembrava assurdo. Tutto era assurdo.
Risalendo il fiume a monte giunsero al campo di grano; era un campo molto ampio, circondato da tre lati da colline. Le case sulle colline erano in fiamme, così come gli edifici attorno al campo, ossia il tempio buddista, la fabbrica e i bagni. Le fiamme che avvolgevano ciascuno degli edifici erano di colori diversi: bianche, rosse, blu. Un’improvvisa folata di vento riempì l’aria con un profondo ruggito, mentre cadevano minuscole gocce d’acqua.
La folla zigzagava lungo l’autostrada. Alcune centinaia di persone si erano fermate nel campo di grano, niente in confronto alla folla lungo la strada. Vicino al campo c’era una collina ricoperta di alberi, e pochissime persone avevano raggiunto la boscaglia. Izawa e la donna sistemarono le lenzuola ai piedi di un albero, stendendosi lì. Ai piedi della collina, al limitare del campo, una casa di campagna stava prendendo fuoco, e si vedevano alcune persone che tentavano di domare l’incendio con dell’acqua. Sul retro c’era un uomo che stava usando una pompa d’acqua, al che una ventina di persone provenienti da ogni direzione, una volta notato l’uomo, si accalcarono attorno al pozzo, dal quale, a turno, attinsero acqua per bere. Poi si avvicinarono alla casa in fiamme e si scaldarono protraendo le mani verso le fiamme. Ogni volta che parti della casa crollavano, la folla si ritraeva, allontanandosi dal fumo, mettendosi poi a parlare. Nessuno tentò di aiutare a spegnere il fuoco.
La donna disse che aveva sonno, borbottò che le facevano male i piedi e che le bruciavano gli occhi; ma soprattutto si lamentò del fatto che avesse sonno.
«Va bene,» fece Izawa «Dormi un po’». Avvolse la donna nelle lenzuola e si accese una sigaretta. Dopo un po’ che fumava e stava per accendersene un’altra, da lontano si sentì la sirena che annunciava il via libera e diversi poliziotti attraversarono di corsa il campo di grano per annunciare che l’emergenza era rientrata. Le loro voci erano roche, per niente simili a quelle di esseri umani.
«L’attacco è finito!» gridarono «Tutti coloro che abitano nel quartiere della stazione di polizia di Kamata devono recarsi presso la scuola elementare Yaguchi. L’edificio scolastico è ancora in piedi.»
Le persone nel campo si alzarono e si incamminarono lungo l’autostrada, ma izawa non si mosse. Un poliziotto si avvicinò a lui.
«C’è qualcosa che non va? Quella donna è ferita?»
«No,» disse Izawa «è stanca, sta dormendo.»
«Conosce la scuola elementare Yaguchi?»
«Sì ci riposeremo un po’ qui e poi vi seguiremo.»
«Forza, dai! Non si faccia abbattere da un semplice attacco.»
La voce del poliziotto si faceva sempre più lontana mentre spariva dietro la collina. Solo due persone erano rimaste nel bosco. Due? Ma la donna, in effetti, non era soltanto un pezzo di carne? Lei era stesa lì, profondamente addormentata.
Il resto della gente attraversava le rovine fumanti; tutti avevano perso la loro casa e tutti continuavano a camminare. Nessuno lì aveva pensato minimamente a dormire: gli unici che potevano dormire erano i morti e questa donna. I morti non si sarebbero svegliati mai più, e se anche la donna si fosse svegliata, questo pezzo di carne sonnolenta non avrebbe avuto nulla di più. Lei russava appena, era la prima volta che lui la sentiva russare, somigliava al grugnito di un maialino. Izawa pensò che la donna somigliasse in tutto e per tutto a un maiale. All’improvviso gli tornò in mente un ricordo frammentato della sua infanzia: una dozzina di trovatelli, guidati dal loro capo, si era lanciato all’inseguimento di un maialino. A un certo punto circondarono l’animale, e in quel momento il capo tirò fuori il suo coltellino e accoltellò l’animale alla coscia, staccandogli un pezzo di carne; Izawa ricordava come nel viso dell’animale non si potesse leggere alcun dolore, il maialino non aveva nemmeno grugnito così forte. Era semplicemente scappato, non accorgendosi del fatto che gli avessero staccato un pezzo dalla coscia.
Si formò un’altra immagine nella mente di Izawa: lui e la donna che correvano attraverso le nubi di polvere, le rovine, le voragini. L’arrivo degli americani, le mitragliatrici che tuonavano, edifici bombardati che piombavano giù dal cielo, bersagliati dal fuoco degli aerei nemici. Dietro un cumulo di macerie, una donna viene trattenuta a terra da un uomo che l’ha sopraffatta, e mentre l’uomo si abbandona all’atto sessuale, questi le stacca un pezzo di carne dai glutei e lo divora. C’è sempre meno carne, ma la donna non se ne accorgerebbe, troppo presa dal godersi questo piacere carnale per notare quello che le viene sottratto.
All’alba cominciò a fare freddo. Izawa indossava un soprabito sopra un cappotto spesso, ma ciononostante il freddo era insopportabile. Alcune chiazze del campo più in basso erano ancora in fiamme e Izawa voleva andare a scaldarsi, eppure non riusciva a muoversi, poiché temeva di svegliare la donna, un pensiero che non riusciva a tollerare. Voleva andare via, lasciandola dormire, ma anche questo sembrava troppo faticoso: quando si decide di buttare qualcosa, anche un pezzo di carta straccia, vuol dire che si hanno ancora la voglia e l’iniziativa necessarie. Ma Izawa non aveva abbastanza voglia o iniziativa per abbandonare la “sua” donna. Non provava più il minimo affetto per lei, nemmeno un briciolo di attaccamento, eppure non aveva ancora abbastanza motivi per lasciarla lì. D’altronde non aveva alcuna speranza per il futuro: se anche si fosse sbarazzato subito della donna, ci sarebbe stata ancora speranza per lui? A cosa poteva aggrapparsi per vivere? Non sapeva nemmeno dove avrebbe trovato una casa in cui vivere, un buco in cui dormire. Sbarcati gli americani, ci sarebbe stata ogni sorta di distruzione, in cielo come in terra e l’immenso amore scaturito dal potere distruttivo della guerra avrebbe giudicato ogni cosa in modo imparziale. Non c’era neppure più bisogno di pensare.
Izawa decise che all’alba avrebbe svegliato la donna e che senza nemmeno gettare uno sguardo alla devastazione alle loro spalle si sarebbero messi in cammino verso la stazione ferroviaria più distante, in cerca di un rifugio. Si domandò se ci sarebbero stati tram o treni ancora in servizio. Si chiese se il cielo sarebbe stato sereno e se il sole avrebbe inondato di luce e calore la sua schiena e quella del maiale che giaceva al suo fianco. Quella mattina, infatti, faceva davvero tanto freddo.
Probabilmente il riferimento è alle Tonarigumi (“associazioni di vicinato”), organismi di controllo sociale e mutuo soccorso istituiti dal governo giapponese nel 1940. I responsabili erano incaricati della gestione del razionamento dei viveri e della difesa civile, nonché di sorveglianza ideologica sui residenti. ↩︎
Il pellegrinaggio di Shikoku (Shikoku Henro) è uno dei più celebri del Giappone e prevede la visita a 88 templi legati al monaco Kōbō Daishi (774-835). I pellegrini vestono tradizionalmente di bianco (hakue), colore che simboleggia la purezza ma anche il sudario funebre, a indicare la loro disposizione a morire lungo il cammino e il distacco dal mondo terreno. ↩︎
Il Nō è una delle forme più antiche di teatro drammatico giapponese, caratterizzato dall’uso di maschere lignee meticolosamente intagliate. ↩︎
I bakuto (lett. “giocatori d’azzardo”) erano gruppi itineranti di scommettitori professionisti del periodo Tokugawa (1603-1868), organizzati secondo una rigida gerarchia patriarcale e un codice etico basato sulla lealtà assoluta. Sono considerati i precursori della moderna Yakuza. ↩︎
Espressione idiomatica giapponese, che corrisponde grossomodo a “Tutto fumo e niente arrosto”. ↩︎
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