Il duello
Il duello
Il difficile era stato scegliere l’ora a cui presentarsi per quel sopralluogo: a Neverland si dormiva al giorno e si stava svegli la notte, ma sgattaiolare fuori di casa col buio avrebbe fatto chiacchierare i vicini, perciò Wendy Darling s’era decisa per quell’ora dorata in cui la luce del tramonto comincia a cedere il passo a un viola tenebroso – in quell’autunno inglese, era circa l’ora del tè.
S’era legata i capelli stretti dietro la nuca, e aveva nascosto lo chignon dentro un cappellaccio che doveva essere stato di John, chissà quanto tempo addietro. Un lungo giaccone le copriva le gambe fino alle caviglie, nascondendo la sua figura, ma soprattutto il suo bell’abito da signora avrebbe senz’altro solleticato la curiosità di un paio di lestofanti di sua conoscenza, ma non era per tutelare i suoi beni che s’era presa tutti quei fastidi.
S’era spinta fin lì, davanti alla giostra dell’Impiccato, ma l’antico albero, con quelle cavità simili a oscure bocche che alla notte ululavano come creature spettrali, era spento. Abbandonato, morto, con le catenelle delle seggioline unite da un intrico di ragnatele grigiastre, la ruggine già cominciava a mangiucchiare il metallo dei meccanismi che avrebbero dovuto far girare quello spasso per grandi e piccini.
«Ha un bel coraggio a farsi vedere da queste parti, signorina Darling. O dovrei chiamarla signora?»
Wendy stette immobile, sperando che ci fosse un’altra signorina con cui prendersela nei dintorni, ma la canna di pistola che si sentì premere sulla schiena non le lasciò speranza.
La conosceva, quella cadenza gallese sbiascicata: la voce s’era arrochita dall’ultima volta che l’aveva sentita, ma la puzza d’alcool era rimasta la stessa – la sentiva pure se ce l’aveva dietro le spalle.
«E di’, ti sei messa quel berretto da orfanello per paura che Trilly ti strappi tutti quei bei riccioli dalla testa?»
L’uomo alle sue spalle aveva già smesso di darle del lei, facendo intendere che di gentilezze e cortesie non ce ne sarebbero state molte – a dirla tutta, la bocca di cannone era stata un ammonimento sufficiente.
«Cosa m’ha tradito, Spugna?»
«Puah! Nessun ragazzaccio cammina così.»
«Così come, di grazia?»
«Come una che ha frequentato una scuola per fanciulle. Scommetto che hai imparato a far le scale con un libro in testa.»
Colta in flagrante, ma era forse una colpa essere istruita? Lo era per quell’ubriacone, era evidente.
Era da questo destino che Wendy aveva cacciato fuori Peter: da una lenta e inevitabile discesa sul fondo di una bottiglia, perché Neverland è tutto spasso e divertimenti finché l’artrite e il gelo non ti divorano le ossa, e l’alcool comincia a sembrare una dolce medicina per quell’atroce malanno che è invecchiare senza un penny in tasca. Ma allora, se era così certa di aver fatto la cosa giusta, perché era così infelice?
«Posso andarmene da sola, ma ti prego, prima dimmi…»
«Oh no, signora, non è con me che dovrai far conversazione. E ora muoviti, conosci la strada. Il Capitano odia bere il suo tè freddo.»
La Jolly Roger galleggiava nella luce languida del tramonto: l’enorme giostra pareva ormeggiata sulla linea dell’orizzonte, in attesa che il cielo d’autunno si trasformasse in un oceano punteggiato di stelle su cui navigare. Presto si sarebbero accese le luci e il galeone pirata avrebbe cominciato la sua traversata, avanti e indietro sul suo asse, fino a compiere il giro della morte.
“A Neverland puoi volare”, questo dicevano del parco giochi più famoso di tutta Europa, che una volta ogni quattro anni faceva tappa a Londra, portando con sé i famigerati pettegolezzi propri di ogni compagnia itinerante – una carovana di criminali della peggior specie, nient’altro che zingari e straccioni che vendevano illusioni, invischiati in chissà quali loschi traffici per mantenere in piedi quegli spassi per ragazzacci e scioperati. Così dicevano i londinesi per bene, così dicevano i signori Darling, ma Wendy, John e Paul non potevano di certo attendere la maggiore età per vedere con i loro occhi se a Neverland ci fossero davvero le fate, o se il Capitano che gestiva tutta quella baracca fosse davvero un pirata.
E ora, dopo quattro anni, Wendy si trovava di nuovo lì, al suo cospetto, in quella teatrale alcova su ruote che scimmiottava negli arredi la cabina di un filibustiere.
«Sorpresa, Darling? Io lo sono più di te, devo dirlo.»
«Tu! Tu dovresti esser…»
Uncino, così lo chiamavano: dicevano avesse perso la mano nella Grande Guerra, che un coccodrillo gliel’avesse mangiata nel cuore dell’Africa nera. La prima volta che l’aveva visto ne era rimasta terrorizzata, ma, alla luce del giorno, le rughe marcavano ancora più i contorni di un viso che non era mai stato bello, e si vedevano le macchie e i rammendi sul completo da damerino che portava addosso.
«Se parli dell’increscioso incidente col coltello, il buon Peter non m’ha colpito al cuore, non letteralmente almeno. Se eri venuta a sputare sulla mia tomba, me ne dispiaccio.»
Ora che s’era alzato in piedi, la sua figura incuteva comunque un certo timore, perché se è vero che l’età l’aveva ingobbito, restava comunque un bel pezzo d’uomo: con quel cappello a pennacchio che portava sulla testa, doveva sfiorare i due metri di statura.
«Dove sono i ragazzi? Li hai puniti, ti sei vendicato?»
«Ah, buon Dio! Mi credi davvero così crudele?»
Uncino afferrò con la mano buona una tazza di tè, con tanto di piattino; la porse a Wendy, ma lei rimase immobile, con i pugni ben stretti lungo i fianchi e il naso all’insù.
«Non ti fidi? Spugna, sii buono, assaggia tu. La signora Darling pensa che un uomo come me ricorra al veleno, ma l’intrigo è una roba da donnicciole.»
Quell’ubriacone di un gallese, rimasto sul fondo dell’alcova, fece due passi avanti e annusò la bevanda: disgustato dal solo odore, la buttò giù come fosse medicina, per poi porgere la tazza al suo Capitano e aprirsi la fiaschetta.
«Puah! Preferisco il mio veleno, Capitano, lo sapete!»
Inutile dire che Uncino non si premurò di lavare la tazzina prima di versare altro tè alla sua ospite, ma se serviva a ottenere risposte, Wendy Darling si sarebbe turata il naso.
Si accomodò sulla massiccia sedia dell’ospite, con la seduta e lo schienale rivestiti di logoro velluto bordeaux, ma nel farlo alzò una polvere che quasi la fece starnutire.
«Stiamo solo conversando, Capitano. Rispondi alla mia domanda.»
«Ah, Darling, ma è colpa tua! Dopo che il loro caro Peter è andato via, si sono messi tutti in testa di cercare un lavoro onesto, di sposare una ragazza per bene… Quante belle fantasie!»
Uncino sospirò, portandosi la mano alla falda del cappello, e poi il cappello al cuore in un gesto melodrammatico.
«E perché l’Impiccato è lì, di grazia?»
«Che ci vuoi fare, sono un sentimentale! Ma questa è già la tua seconda domanda, e tu non hai risposto nemmeno a una delle mie. Come sta, il caro Peter?»
Wendy si prese quella stoccata, e le toccò abbassare lo sguardo.
«Non bene.»
«Ah, ma davvero, Darling? La luna di miele è già finita?»
«Continui a dubitare dei suoi sentimenti per me? Dopo tutto ciò che è accaduto?»
«Oh, ma non è di lui che dubito, è di te!»
Uncino sorrise, lisciandosi un baffo puntuto tra l’indice e il pollice.
«Fammi indovinare: gli hai messo un bel paio di scarpe, gli hai pettinato i capelli e gli hai insegnato a mangiare con le posate. Lo hai convinto a diventare un ragazzo per bene, e quando hai avuto tra le mani l’uomo rispettabile che mamma e papà ti avrebbero fatto sposare, ti sei accorta che il tuo cuore non batteva più come prima. È corretto, Darling?»
Wendy rimase muta dalla vergogna. Uncino voleva ferirla, ma la diagnosi era tanto crudele quanto accurata: aveva affondato la lama crudele della verità in una ferita già aperta e sanguinante. Una lacrima salata si tuffò nel suo tè.
«Risparmami le tue moine! Sei venuta qui pensando di far pena a un povero vecchio?»
«No. No di certo, Capitano.»
Si asciugò dalle guance i segni di quel pianto traditore, e cercò di rimettere in piedi il suo orgoglio quanto bastava per guardare negli occhi il suo impietoso ospite.
«Peter è infelice, e io questo non lo desidero. Sono pronta a rinunciare a lui, anche se questo significa separarci. Ti chiedo di riprenderlo al tuo fianco, a Neverland.»
Uncino aggrottò le sopracciglia, genuinamente sorpreso di quella resa, ma, prima che potesse pronunciarsi, Spugna si fece sentire dal suo angoletto buio.
«Puah! E cosa ti fa pensare che il Capitano voglia ancora avere a che fare con un traditore?»
«Silenzio, Spugna. La ragazza ha fegato.»
Il Capitano si avvolse intorno all’uncino uno dei grossi boccoli corvini che gli cadevano sulle spalle, unti e lucidi come alghe di lago. Lo scintillio del metallo rimaneva sinistro anche alla luce del giorno.
«E tu, in questo astuto piano, rimarresti a Londra ad attenderlo come una vedova?»
«Se questo vuol dire restituirgli il sorriso, sono pronta a rimanergli lontana e fedele.»
Uncino allungò entrambi i piedi sulla scrivania, continuando a stuzzicarsi i capelli, mentre Spugna, pur ridotto al silenzio, continuava a borbottare tra sé e sé come una vecchia teiera.
«L’offerta mi delizia, ma tu non consideri un particolare: lui non desidera separarsi da te.»
«Ma accanto a me è infelice…»
«No, lui è infelice nella vita che gli offri, ma il suo amore per te è una cosa vera. Ho un sorriso ricamato tra le costole che lo dimostra, Darling.»
Il viso di Wendy si illuminò di un lieve compiacimento.
«Mia cara, tu non puoi restare a Londra, perché Peter non lo permetterebbe. Invero, potrebbe esserci una soluzione, che da ben educata signorina di città non hai considerato.»
Uncino si alzò in piedi, in tutta la sua imponente statura, e si portò la mano al fianco: tirò fuori dal fodero un lungo spadino dalla punta stondata dall’usura.
«Un uomo rispetta la volontà ferrea di un altro uomo, e per ferrea intendo che le lame devono cantare. Dimostrami di essere pronta a navigare con noi, e ascolterò la tua supplica.»
«Capitano!»
«Taci, Spugna! Non sta a te decidere.»
La mano uncinata dell’uomo mantenne in bilico il profilo tagliente della lama, facendola oscillare come fosse su una bilancia. In bilico, così com’era il suo futuro con Peter.
«Io sono una donna, Capitano.»
«Quindi vuoi dirmi che non sai combattere per ciò che vuoi?»
Wendy afferrò l’elsa: Peter aveva rischiato la vita per lei. Era venuto il suo momento di fare altrettanto.
«Sali sulla Jolly Roger quando si farà l’alba. Ti aspetterò.»
La luce del mattino era ancora solo un vago chiarore, ma il sogno di Neverland già si preparava a dissolversi. Le campanelle delle giostre avevano annunciato la corsa finale: tra sbadigli e passi strascicati, gli ultimi perdigiorno si ritiravano alle loro dimore.
Spugna l’aveva attesa all’ingresso, il volto rubicondo dalla stanchezza e dal bere, ma con l’occhio vispo quanto bastava per squadrarla da capo a piedi.
Wendy aveva dismesso i suoi begli abiti femminili: s’era infilata la camicia troppo larga nei pantaloni alla zuava, e due grossi elastici con tanto di cinturini le fissavano i calzettoni lunghi fino quasi al ginocchio.
«Ora sì che sembri un ragazzaccio!»
Mentre camminava appresso all’ubriacone, Wendy cominciò a realizzar davvero in che guaio si stesse cacciando: poteva anche avere qualche conoscenza della scherma, e disertato più di una lezione di danza per allenarsi al fioretto con John, ma Uncino era un uomo di strada, un farabutto. Nessuno le avrebbe assicurato che quel duello sarebbe stato leale. Troppo intenta a pensare al suo destino, non si accorse della mano che le afferrò il polso: si trovò faccia a faccia con un volto noto, ma di certo non amico.
«Allora è vero, Wendy Darling è venuta a sfidare il capitano di Neverland.»
Trilly era sempre stata ben lontana dall’essere un conforto – ad essere sinceri, era stata una vera spina nel fianco, eppure, la presenza dell’antica rivale portò a Wendy un briciolo di sollievo.
Spugna, però, aveva l’orecchio più fino del previsto, e subito tornò sui suoi passi per tirar dall’altro braccio la sua sgradita ospite.
«Non metterti in mezzo, Trilly.»
«Due parole, Spugna, e poi sarà tua. Non credo abbia fretta di diventare cibo per pesci.»
«Puah! Attenta a ciò che fai.»
Trilly arricciò il naso: non era mai buffa quando lo faceva. Quattro anni erano passati, ed era ancora seducente come il giorno che l’aveva conosciuta, coi capelli d’oro raccolti in cima alla testa ad esporre ancor di più la pelle candida, la scollatura profonda.
Una punta di gelosia si risvegliò nel petto di Wendy, pensandola di nuovo avvinghiata a Peter, avvolta in quell’abito verde smeraldo: tornare a Neverland significava anche questo.
«Sei venuta qui per deridermi?» chiese, tentando di darsi almeno un tono, ma poteva sentire lei stessa quanto fossero tesi i suoi muscoli sotto la stretta dell’altra.
«Son venuta qui ad assicurarmi che tu non tiri le cuoia. Ti ho odiato, ma non ti voglio morta.»
«Solo perché Peter ne soffrirebbe.»
«E anche se fosse? L’ho amato, lo amo ancora. Ero disposta ad amare anche te, ma tu sei una signorina perbene, giusto? Tu e la tua dannata virtù!»
Wendy si irrigidì: quante volte ancora avrebbe dovuto sentirsi colpevole per aver osato offrire a Peter una vita diversa, più decorosa, piena di brillanti opportunità nella società per bene? Tuttavia, con quelle buone intenzioni, aveva lastricato la strada che aveva condotto il suo amato a un inferno di grigia e ordinaria monotonia.
«Ho messo l’usignolo in gabbia e me ne pento, ma non si può disfare ciò che ho fatto.»
«Sei qui, e tanto mi basta: ora vedi di vincere quel duello. Noi tutti abbiamo bisogno che Peter torni, persino Uncino. Questo posto non è più lo stesso, senza di lui.»
E prima che Wendy potesse trovare un motteggio brillante per aver l’ultima parola, la bocca di Trilly si premette sulla sua. Le labbra le si schiusero dalla sorpresa, e sulla lingua le scivolò una consistenza di nuvola che subito si sciolse, e le lasciò un dolce pizzicore in bocca.
Polvere di fata, così li chiamavano a Neverland i dolcetti di Trilly, perché facevano girar la testa: a Wendy era bastato provarli una volta sola per sentirsi leggera come un palloncino. Quella briciola di zuccherosa follia che ancora si sentiva sul palato le stava facendo riguadagnare un po’ di coraggio.
«Ma che, avete fatto pace? Puah, chi le capisce voi donne…»
Spugna s’era fatto di nuovo avanti, con le guance ancor più rosse per quella scena libidinosa, e l’aveva strattonata di forza.
«Puoi volare, bambolina. Devi solo ricordare come si fa», le aveva sussurrato Trilly, e poi s’era ritirata con la dolcezza di una carezza.
Wendy se l’era lasciata indietro, e aveva visto il sole sorgere alle sue spalle: in quella luce, la fata bionda di Neverland brillava come se fosse fatta tutta d’oro.
«Il duello si intende all’ultimo sangue, ovvero il primo che dichiara la resa sarà lo sconfitto. Abbandonare la nave vale come sconfitta!» abbaiò Spugna, circondato dagli altri sgherri di Uncino, tutti radunati intorno alla nave.
Quando toccò a Wendy di salire sul ponte, le venne da lanciare uno sguardo verso l’Impiccato: nessuno sarebbe venuto a fare il tifo per lei, questa era l’amara verità.
«Cinque passi l’uno dall’altro!» ordinò Spugna, e i gaglioffi suoi pari cominciarono a contare.
Wendy diede le spalle all’avversario, lo spadino ben stretto nel pugno: non era dissimile da quello di Uncino – talmente consumato dal tempo che pareva più uno scudiscio. Non era delle ferite della carne che si preoccupava, non solo almeno: anche avesse portato a casa la pellaccia, in gioco v’era comunque la sua vita.
Si voltò dopo il quinto passo, faccia a faccia col suo avversario: Uncino era in posa, il sorriso famelico e il braccio disteso in un elegante affondo, godendo dei lazzi dei suoi.
Era un modo per intimidirla, tutta quella manfrina da operetta, ma Wendy sapeva di aver dalla sua agilità e gioventù. Doveva resistere quanto bastava per spompare quel vecchio criminale, e spingerlo giù dall’asse al momento opportuno; di vincere con la forza, non se ne parlava.
«Si dia inizio al duello!»
Spugna fece fuoco in direzione del cielo, e l’elettricità di quella disfida esplose nel petto della ciurma come un fulmine al suolo. Fischi e urla riempirono l’aria frizzante dell’alba, cancellando via la stanchezza da quei volti distrutti dalle intemperie.
Uncino fece qualche piegamento di ginocchia, come per sgranchire i muscoli, poi balzò in avanti mulinando la spada a destra e a sinistra. Aveva braccia lunghe come pale di mulino, e Wendy fu costretta a fare due passi indietro per non farsi toccare.
«Paura, Darling?» ghignò il Capitano.
Wendy era agile, certo, ma se non avesse trovato il coraggio di andargli sotto, anche lei prima o poi si sarebbe stancata di corrergli intorno. Uncino voleva giocare al gatto col topo, ma la superbia era il suo punto debole: doveva provocarlo.
«Risparmia il fiato, vecchio!» urlò, fuggendo verso il timone a poppa, ma con suo sommo orrore sentì il terreno mancarle da sotto gli stivaletti.
La Jolly Roger scricchiolò, e l’argano che la ancorava al cielo cominciò a spostarsi avanti e indietro: la giostra si stava muovendo.
Wendy saltò per appigliarsi al corrimano, ma centrò col ginocchio la scaletta in legno, e vide le stelle. Si aggrappò a un gradino, cercando di rimanere in piedi mentre puntava con lo sguardo al timone di poppa. Gattonò frenetica per non perdere ancora l’equilibrio, nervosa come un topolino che fugge da un naufragio, con Uncino che la seguiva con ostentata lentezza.
«Uncino, questo è barare!»
«Questo cosa, di grazia?»
Furfante, ecco qual era il suo asso nella manica! Ma se la nave continuava a rollare a quel modo, presto avrebbe fatto il giro della morte. Quel filibustiere era di carne e ossa come lei: come poteva pensare di rimanere con quei begli scarpini incollato al pavimento?
«Wendy! Wendy Darling!»
Una voce urlò il suo nome da terra, prima di venir travolta dai fischi dei manigoldi di Uncino. La fata di Neverland si faceva strada a spintoni, tenendo per mano una donna dalla pelle ambrata, la lunga treccia a penzoloni sulla spalla: Giglio Tigrato. E quella fischiò alto al cielo, e due, cinque, dieci altri uomini e donne le fecero eco, abbandonando le tende sonnolente per far canizza con quei gaglioffi: i gitani erano con lei.
«Non è solo in Peter quella luce che cerchi!»
La nave ondeggiava ormai con tal forza che anche solo il pensiero di staccare le mani dal legno del timone era follia.
Uncino s’avvicinò, letale: s’appese a una corda e si dondolò quanto bastava per tirarle una scudisciata sul dorso della mano. Wendy mollò la presa con la sinistra, e, pur d’aggrapparsi, d’istinto mollò anche lo stocco, che le scivolò alle spalle: era disarmata.
«Allora, Darling, t’arrendi?»
Avrebbe dovuto, era questa la cosa logica da fare. Anzi, prima d’ogni altra cosa, avrebbe dovuto rimanere nel suo salottino, e scordarsi Neverland con i suoi pericoli e le sue seduzioni, perché una come lei era destinata a una vita tranquilla. Una vita che tanto valeva esser già morti.
Quella notte di quattro anni fa aveva dato un calcio alla prudenza, al decoro, a tutte quelle sciocchezze, e in cambio Peter le aveva mostrato come brillano luminose le stelle in cielo se solo si lascia che l’oscurità rimanga tale – e lui, lui era fatto della stessa sostanza, un’ultima scintilla di misteriosa bellezza che si era dissolta alla fredda luce della ragione.
«Credi, Wendy! Credi nella magia!»
Quando la Jolly Roger si inclinò di nuovo, pronta a tirarla giù con sé in picchiata, Wendy chiuse gli occhi, e infine lasciò andare la presa – lasciò andare ogni pensiero di far la cosa giusta, perché la decisione migliore che aveva mai preso era stata buttarsi a capofitto in uno sbaglio.
Sperò che un briciolo di quella luce le fosse rimasto nel petto; che, se qualcuno avesse mai pensato a Wendy Darling, si sarebbe ricordato di quell’ultimo istante di glorioso coraggio in cui aveva aperto le mani e s’era lasciata cadere per osare saltare più in alto della sua immaginazione.
Sentì il retrogusto dello zucchero pizzicarle il fondo del palato, e tutto un formicolio correrle addosso come pioggia, come un miliardo di piccole gocce di pura elettricità, e quando aprì gli occhi sotto di lei non c’erano più né pirati né gitani a rumoreggiare: c’era il mare. Il mare profondo e infinito, le onde che urlavano sotto i suoi piedi, e il sole brillava alto, ma lei quasi poteva toccarlo perché Wendy stava volando.
«Ora sì che sei pronta a salpare, Darling!»
Uncino era lì, sotto di lei, sul ponte di poppa, estasiato da quel miracolo: il suo completo da damerino era come nuovo – gli scarpini lucidi, i ricci neri e folti, i baffi puntuti come spilli. Era di nuovo giovane. Era il re di tutti i pirati.
Le fece un inchino e allineò i piedi, nella sua miglior posa da combattente.
Wendy scese in picchiata, e andò incontro al suo avversario.
Quando Peter si svegliò, senza trovar Wendy al suo fianco, temette il peggio. La chiamò, invano, finché non sentì bussare alla finestra – ma erano al quinto piano.
E poi la vide. E per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise.
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