A te, che siete
A te, che siete
Oggi i fiori si sono trattenuti dal ridere, nell’aria c’era qualcosa che stava per starnutire, vero?, hai chiesto al cielo. Mi sono fermato. Ti ho dovuto guardare negli occhi e trovarci quell’odore di terra e stelo che annusi quando sta per piovere per capire che solo così eri capace di parlare della primavera, come uno starnuto. Guardavi un punto dietro di me, come ad ascoltare qualcuno. Non c’era nessuno.
Ti sono rimasto accanto, perché la tua voce mi era sembrata uno spreco per il corpo e mi era venuto da pensare che se solo avessi trovato un modo gentile per slacciarti i piedi, le mani, le gambe, allora forse avresti finalmente parlato senza prendere fiato. Ma chissà quante volte dovevi averlo creduto possibile, così tanto che per un dispetto affettuoso mi sono promesso che avrei provato a riallacciarti la voce alla pelle.
Vorrei sapere cosa Dio ti ha sussurrato, un giorno, che deve essere stato di sicuro di giugno, quando svegliandoti l’hai sentito fiatarti sul collo e ti sei girato senza vederlo, quando hai corso lungo il corridoio sentendo una voce rabbrividirti dietro il collo e dirti di fare qualcosa, di dire qualcosa.
Quando ti chiedo da dove vengono i fiori che si trattengono dal ridere mi dici che sei un ladro, perché c’è qualcuno prima di te, dietro di te, che dice sempre la frase perfetta a bassa voce e tu lì ad ascoltare, anche quando ti tappi le orecchie.
Qualcosa stava per starnutire nell’aria, te l’ho letto in faccia quando sei andato in bagno e non sei tornato. Ho bussato alla porta e tu trattenevi il fiato mentre cadevi a gocce sul pavimento per cercare col coltello da dove venissero quelle metafore di troppo, in quale parte nascosta del corpo si fossero prese la briga di suggerirti quei complimenti sul mondo. Entrando, non ho potuto far altro che guardarti. Sembravi in controluce – se avessi spostato lo sguardo ti avrei spedito nella metà buia in cui ti vedo ma non ci sei. Allora sono rimasto zitto perché ti rendessi conto che non c’era nessuno a parlare nel tuo braccio se non un rumore di ferro sull’osso. Si nascondono tutte, sotto la mia lingua, hai detto e poi, ho paura.
Siamo andati a dormire quella sera e ti ho stretto al petto. Mi dormivi addosso come uno scarabocchio, com’eri figlio, strappato alla notte e al giorno. Nella tua bocca era domenica di un libro lasciato a metà pagina da un padre che ronfa. Pensai che non avevo mai visto un corpo cacciarsi così a fondo e che tutto, me compreso, doveva esserti un rumore di troppo. Feci una promessa a me stesso: ti avrei stretto dove finisco, dove non sono più mio, per capire dove sei nascosto quando dormi un sogno che ti parla anche quando sei sveglio.
Anni dopo – nello stesso letto, che ormai era il nostro – ti sei rizzato come attizzato da una scossa e hai detto devo cambiare i chiodi al cielo, dammi un cacciavite e svito tutte le stelle, una ad una, prima che facciano ruggine, non lo voglio vedere un cielo tutto grigio per colpa mia, perché dicono che sarà colpa mia, mi gridano che è colpa mia. Era il giorno prima dell’autunno, e il vento freddo doveva aver svegliato le mamme indaffarate che avevi dentro il cranio.
Pensai che era uno di quei giorni in cui sarei stato un mago.
Uscii di casa e tornai quattro ore dopo posando sul comodino un mazzo di lucciole. Ti dissi che quelle stronze delle stelle non erano facili da svitare, allora le avevo dovuto scalpellare via. Sorridendo mi dicesti con la tua voce, che era mille voci, grazie per aver salvato il mondo. Tornasti a dormire, abbozzando un abbraccio scomposto con cui mi invitavi accanto. Allora era vero, che ogni tanto riuscivo a riallacciarti la voce al corpo. Non mi arrabbiai con te, come non feci mai. Perché, se ti fossi sentito, avresti capito che il mondo parlato da te era più bello di questo.
Il mattino dopo starnutii per il freddo e mi dicesti che con tutto quel chiasso di sicuro avevo ucciso una foglia da un albero.
Ti amo, dissi.
Sono tutte d’accordo, fu la tua risposta. Ti amiamo anche noi, e scoppiasti a ridere.
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