Il Maestro e lo sciacquone
Il Maestro e lo sciacquone
I suoi colleghi lo chiamavano sarcasticamente il Maestro.
Non che si fosse diplomato alle Magistrali, sia ben chiaro, ma perché tale titolo di solito viene dato a chi ha dato lustro all’arte, al cinema e alla letteratura, come i Maestri De Chirico e Guttuso per la pittura, i Maestri Paolo Ferrari per la recitazione e Michelangelo Antonioni per la regia, i Maestri Ungaretti e Quasimodo per la poesia.
Sarcasticamente, dicevo, perché il Maestro, ben lungi dar dal lustro alla letteratura, l’aveva coperta di ignominia.
Per via di un romanzo che aveva scritto e, quel che è peggio, fatto pubblicare a pagamento (era diventato cioè un autore A Proprie Spese, un APS di quelli che Umberto Eco aveva abbondantemente preso per i fondelli ne Il pendolo di Foucault) da un editore senza scrupoli che aveva intascato i soldi e poi aveva mandato in tipografia il manoscritto così com’era, senza correzione di bozze e senza editing.
Il tragicomico e fantozziano risultato fu che venne stampato un libro pieno di strafalcioni grammaticali, punteggiatura gettata a casaccio e vi erano narrate vicende autobiografiche per le quali il Maestro si era riempito di ridicolo. Della serie: “Se fai delle figure di merda, non sarebbe proprio il caso né di raccontarle in giro né di metterle per iscritto”.
Fatto sta che il prezzolato relatore, nonostante i tripli salti mortali dialettici che aveva fatto per presentare l’opera in modo accattivante, non aveva potuto lasciarsi scappare qua e là giudizi che la qualificavano come in realtà era, ossia un mucchio di stronzate.
E il Maestro, sufficientemente tardo di comprendonio da confondere le critiche sferzanti con gli elogi sperticati, si era messo a sventolare tutto contento quelle critiche davanti a colleghi e conoscenti dicendo loro con un entusiasmo allo zenit: «Guardate come parla bene di me!»
In ogni caso, sia per umana compassione, sia per levarselo di torno – visto che, da quando gli erano state consegnate le copie del suo libro, il Maestro aveva iniziato a marcarli in modo quattro volte più asfissiante di quanto Claudio Gentile aveva fatto con Zico e Maradona ai Mondiali del 1982 – quasi tutti i suoi colleghi avevano comprato il libro col sommo onore di riceverlo direttamente dalle sue mani.
In una stagione di Un medico in famiglia, Kabir Bedi avrebbe commentato situazioni analoghe con uno sconsolato: “Che male ho fatto nelle mie vite precedenti per meritarmi tutto questo?”
Le reazioni dei colleghi più o meno obbligati all’acquisto furono varie nella forma ma accomunate dalla stessa mancanza di gradimento.
«Non ho mai speso venticinquemila lire così malvolentieri.»
«Sarà il capolavoro di comicità involontaria dell’anno.»
«Per lui la punteggiatura è come una manciata di parmigiano-reggiano sulla pasta: prende un po’ di punti e di virgole e li butta a caso nel testo.»
«Ma lo è o lo fa?»
Il tutto, naturalmente, accompagnato da irrefrenabili risate (in primis quando ci si accorse che, in un passo, anziché scrivere “le emorroidi” aveva scritto “le morroidi”) e dal vedersi affibbiare, come dicevasi sopra, il soprannome di “Maestro”, naturalmente con intento canzonatorio.
Come se non bastasse, dopo l’uscita del suo, ehm, capolavoro, il Maestro chiese e ottenne di tenere sul giornalino aziendale una rubrica di massime, più o meno di sua invenzione.
Due di esse toccarono il fondo dello squallore.
“Anche Babbo Natale accumula tutto l’anno, ma poi si svuota.”
Roba da farsi vedere, ma da uno bravo.
“Che cos’è un matrimonio fallito? Un singol.”
Sì, scritto proprio così, singol, anziché single: prova evidente di una conoscenza non propriamente oxoniana dell’albionica lingua.
Il che, del resto, faceva il paio col suo chiamare “Windor” il sistema operativo Windows. Un collega commentò ironicamente: «Forse ha fatto confusione con la dinastia dei Windsor.»
Il Maestro, dunque, era un disastro come scrittore ma lo era anche nella sua mansione di centralinista, anche se con i suoi conoscenti, esagerando un tantinello, si vantava di essere il numero 2 dell’azienda dove lavorava. Va beh, il vero numero 1, il direttore generale, era addirittura peggio di lui, con l’aggravante che era colui che prendeva le decisioni.
Non a caso, i dipendenti avevano soprannominato quest’ultimo dapprima “il Coglionazzo” e poi “l’Ispettore Clouseau”, nickname quanto mai adatto, sia perché, come il personaggio interpretato da Peter Sellers nella serie di film de La Pantera Rosa, gli si attagliava perfettamente la definizione di “cretino allo stato puro”, sia soprattutto perché, nonostante tutte le cazzate che facesse in qualità di d.g., riusciva sempre, come si suol dire, a cavarsela cadendo in piedi.
Ma torniamo al Maestro e al suo lavoro di centralinista.
Mansione frustrante, senza alcun dubbio, in quanto obbliga a essere gentili e disponibili, anche quando a telefonare sono degli emeriti stronzi e dei gran scassaminchia.
A sì stressante obbligo di cortesia il Maestro aveva opposto un suo personalissimo metodo antistress con effetto preventivo: quando suonava il telefono, esclamava: «E vaffanculo!», poi alzava la cornetta e rispondeva con tono di voce calmo e professionale.
Ciò lo portò, però, a rimediare a volte a figuracce mica da poco, quando cioè, invertendo l’ordine delle due mosse, alzava la cornetta, la accostava a un orecchio e diceva tutto incazzato: «E vaffanculo!».
Superfluo aggiungere che se l’era cavata riattaccando immediatamente la cornetta senza fare né il suo nome né quello dell’azienda dove lavorava.
Ma era nelle risposte che il Maestro faceva le sue più colossali figuracce.
Una mattina, ad esempio, telefonò la sorella di un suo collega e passò a lui la chiamata.
Un’ora dopo, a cercare quell’impiegato fu un’altra ragazza che si qualificò come la sua fidanzata.
Pur sapendo benissimo che a telefonare prima era stata la sorella, il Maestro disse alla fidanzata: «Ah, ma Lei non è la ragazza che l’ha cercato un’ora fa!»
Risultato: telefonata interrotta e micidiale cazziatone che quel poveraccio si prese quella sera dalla sua fidanzata, la qualesolo dopo 4 settimane, 12 scatole di cioccolatini e 24 mazzi di 12 rose rosse si convinse che quella volta a chiamarlo era stata sua sorella e non una ragazza con cui egli l’avrebbe tradita.
Strafalcioni grammaticali e punteggiatura sparpagliata a rampazzo a parte, il libro scritto dal Maestro non si era certo fatto notare per eleganza di stile.
Lo stesso si può dire per il suo modo di rispondere al telefono.
Basti citare il seguente episodio.
Drin! Drin! Drin!
Come al solito, alzò la cornetta dopo il proverbiale: «E vaffanculo!».
«Pronto? Vorrei parlare col signor ***.»
«Mi dispiace, signorina, l’ho appena visto andare in bagno.»
«Sa mica quando posso chiamarlo?»
«Quando avrà tirato lo sciacquone.»
Che finezza! Che eleganza di risposta!
A proposito di sciacquone…
Il Maestro presupponeva che quando i colleghi andavano in bagno tirassero lo sciacquone dopo essersi “liberati”. Ma quanto a lui…
Ogni tanto succedeva che quando un collega andava in bagno si accorgesse, sia olfattivamente che visivamente, che nella tazza del wc ci fosse ancora il residuo organico (liquido o solido che fosse) lasciatovi da chi l’aveva preceduto.
Finché i bagni dell’azienda erano dotati di più wc non c’era il modo di nutrire fondati sospetti su chi fosse lo sporcaccione che non tirava l’acqua.
Ma venne il giorno in cui l’azienda si trasferì in altri locali, nei quali per gli uomini c’era un bagno con un solo wc, e allora il colpevole venne subito smascherato.
Accadde in sostanza che ogni volta che qualcuno si recasse in bagno e dall’uscita dell’unico wc incontrasse il Maestro, trovasse poi nella tazza del wc un lago giallognolo o una marrone massa galleggiante.
La matematica, si sa, non è un’opinione e, se due più due fa sempre quattro, era evidente che era il Maestro a non tirare mai lo sciacquone.
Comprensibilmente indispettiti e stufi di anni e anni di sì sgradevoli spettacoli nel luogo più intimo che l’azienda poteva, molti colleghi redarguirono aspramente il Maestro, intimandogli di tirare l’acqua del cesso ogni volta che vi andava a scaricare i suoi residui organici.
Non ci fu niente da fare: in totale dispregio verso gli altri e verso la buona educazione, il Maestro continuò a non tirare lo sciacquone fino a quando non andò in pensione.