Pomo d'Adamo

Lorenzo Viola Prose Libere trauma corpo relazioni umane
Immagine in evidenza per Pomo d'Adamo

Pomo d'Adamo

— Lettura lampo

Genere: Prose Libere
Immagine in evidenza: Edward Hopper, People in the sun, 1963

Slacci il mio fiocco di nome, ecco sotto il mio involucro di corpo.
Dici che ho un volto stupendo ma che le mie parole lo prendono a botte.
Perdonami, ma ho solo occhi per guardarti toccare, ho solo occhi che non sanno muoversi dalle
loro labbra di carne mentre il tuo dito mi convince che quel che dico non vale il suo suono.
Convulsione di me sulle lenzuola: dici che il bianco non si addice al colore delle mie gote.
La tua mano si allunga per strapparmi di dosso la voglia di essere un uomo, per questo ti chiedo perdono, per questo abbaio come un cane contro il cancello della notte.
Fin dove mi calpesti?, sussurro mentre la tua mano chiede scusa alla nocca per essersi scontrata contro lo stipite dello zigomo prima di sfondare il pomello della mia bocca.
Se ho un’anima, devo averla ingoiata.
Sorrido per il tuo odio, quello di tuo padre, quello di tuo nonno, mentre mi sputi in gola tutta l’impotenza d’essere uomo: tutto di te è un pelo sopra il labbro con cui ti vesti di collera.
Slacci il mio fiocco di nome per volermi madre, perché è amore di donna dare al tuo silenzio una voce.

Il tuo cuore non posso levartelo. Fa male, ma tutto si sopporta. Non ho parole né bocca perché tu possa perdonarti. Non ho abbastanza mani per abbracciarti. Il tuo cuore non posso levartelo. Fa male, ma tutto si sopporta.


Cammino, da qualche parte. Non conto quanti respiri ho, sono troppo vivo per pensarci. Eppure, tu insisti che uno ne hai tu. Che ce ne devi avere uno per forza. Mi fermi, con l’affanno di chi li conta. Sembri una cosa morta, così accigliato. Sguardo cupo, insistente. Non so che dire, perciò mento. Un respiro credo di averlo perso, dico, a casa tua. Tempo fa.
Te ne vai, senza guardare. Avrei potuto abbracciarti, ma non l’ho fatto. Me ne vado, con tutti i miei respiri. Per la prima volta mi sento in colpa ad essere vivo. Bello, a tuo discapito. Dura poco, un attimo di disattenzione mi riporta in linea con i miei respiri. Rimane solo la sensazione di essere stato ucciso sotto i tuoi occhi. Forse è per questo che mi stringo il braccio.
Un vuoto di pelle, un involucro vuoto – io?
Ho bisogno di gridare mentre apro il portone: ancora una volta, ancora di più oggi, sono convinto che tu abbia desiderato uccidermi. Distruggermi, scompormi, succhiarmi via dal mondo. Forse una carezza in meno ti avrebbe reso assassino, forse una carezza in più ti ha salvato.


Il tuo sguardo è cupo e insistente e ha il suono di bicchieri caduti a terra, raccolti ancora a pezzi, sulla mensola della labbra. Il tuo pomo d’Adamo è nelle mani.
Mentre metto a posto i bicchieri sul piano della credenza, prendo in prestito i tuoi occhi per un momento: [la farfalla che si è posata sulla finestra è semplice e deperibile. Vorrei incrinarla tra le dita, lasciarla oscillare in aria, fissare i riflessi d’ala dal pavimento. Non fare niente per un po’, pur potendo. Poi la ricucirei, aspettandomi mi sia amica per averle dato morte e vita. Tutta la mia rabbia aspetta il momento in cui proverà ad andarsene, a zampettare verso la finestra. Quanta adrenalina, semplice adrenalina, sapendo di poterle levare ogni privilegio d’essere mia].

La caffetteria mi fischia di prenderla – ci sono di nuovo, con i miei occhi. Chiudo il rubinetto e mi asciugo le mani. Mi asciugo, devo asciugarmi. Il mio cuore non posso lavarlo.
Fa male, ma tutto si sopporta.

Ti potrebbe interessare anche: permalink

Uno stato d'animo

Uno stato d'animo