Bolle

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Bolle

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Genere: Racconti
Immagine in evidenza: Amy B. Atkinson, Bubbles, 1907 | Wikimedia Commons

La prima volta che ho assistito al suicidio di mia nonna avevo sette anni. Ricordo la sua mano stretta attorno al manico del coltello che usavamo per tagliare i pomodori e la pelle squarciata di netto, arricciata su se stessa. Ricordo lo spessore austero della carne e l’aspetto indisciplinato del sangue che prima zampilla e poi si sparge ovunque come una macchia di vino sulla tovaglia. Ognuna di queste immagini mi è rimasta dentro, insieme ai cartoni animati della domenica mattina, alle illustrazioni dei libri che mia madre mi leggeva la sera, ai tramonti sul terrazzo della casa al mare.
Il giorno seguente era stata mia nonna a prepararmi la colazione. Pane e nutella, e un bicchiere di latte con cacao. Ricordo la sua mano che pizzicava delicatamente la cannuccia con cui sparpagliava le bollicine marroni sulla superficie del latte. Ricordo le sue labbra sulla mia fronte, e che poi era uscita per fare la spesa. Quando avevo riposto il bicchiere nell’acquaio, accanto al coltello sporco di cioccolato, ne avevo trovato un altro più lungo incrostato di sangue. Nel pomeriggio mio nonno li avrebbe lavati insieme alle altre stoviglie.
Per molti anni ho rinunciato a capire: non ho mai fatto domande e nessuno mi ha dato le risposte di cui avrei avuto bisogno. C’erano porte, in quella casa, che semplicemente non andavano aperte. E anche se, in fin dei conti, non ne ero davvero consapevole, l’avevo intuito a mie spese, sulla soglia dello sgabuzzino delle scope, intorno ai sette anni.
Per quanto fatta di corridoi interdetti, la mia infanzia è stata felice. Normale, azzarderei. Quale famiglia non semina qua e là piccoli segreti in bella vista? La verità, a pensarci bene, è sempre stata al suo posto, anche quando non ero in grado di vederla. La cecità selettiva dell’infanzia mi aveva concesso di vivere in un mondo apparentemente completo, privo di vuoti di senso, ma purtroppo era un tipo di completezza che nessun adulto può permettersi di conservare.
La verità è che mia nonna si suicidava con una frequenza preoccupante nella stessa casa dove ho passato la maggior parte della mia vita di bambina felice. E non sto parlando di semplici tentativi di suicidio, perché ci è sempre riuscita. Lamette, coltelli, punteruoli insanguinati mi transitavano davanti come presenze sfocate e discrete. Cinture, cinghie o corde annodate penzolavano tra le grucce. La fondina di una pistola, un ammasso di asciugamani sotto il forno a gas, un paio di barattoli di sonnifero vuoti in bagno. Piccoli sbalzi di elettricità, il motore acceso in garage, una finestra aperta sulla strada in pieno inverno. E poi lei, lei che nella mia testa era il soggetto di una proposizione di cui conoscevo l’oggetto, mentre il verbo rimaneva sempre nascosto, oscurato. Mia nonna si suicidava.
Credo che la mia infanzia sia finita quando ho compreso questa sottigliezza semantica. Avevo diciassette anni e il mondo da allora non è più stato completo. Mi accorsi che c’erano tanti buchi nella trama della mia realtà. Mia nonna si suicidava regolarmente verso sera, eppure ogni mattina la vedevo prendere il suo caffè accanto a me, in cucina. Composta e appuntita, un gomitolo spinoso di linee di contorno, la pelle intatta come un continente primordiale ancora inesplorato: sapevo che era morta, ma vedevo che era viva. Fino a quel momento, per diciassette anni la realtà era stata per me illogica, eppure coerente: completa.
A vent’anni me ne andai di casa. Sentivo che dovevo muovermi, cambiare prospettiva, e così, per qualche tempo, la parte perforata del mio mondo era finita in un punto in cui non potevo vederla. Ma il ricordo non se ne andava: mi rimaneva in corpo, sempre più confuso e scomposto, e si rifletteva in ogni bolla di sapone, nella spuma del mare, nell’addensarsi dello zabaione sbattuto. Lasciai che passasse un anno e poi telefonai a mia nonna.
Affrontare il discorso non fu facile. Lei non era mai stata di molte parole, e quando parlava, era sempre in un’altra stanza. Con me comunicava a gesti: un buffetto sulla guancia, il tremolio inquieto delle sopracciglia folte, la mano che si chiude sulla maniglia. La sua bocca non rientrava in questo inventario; l’espressione dei suoi occhi, invece, era finita da qualche parte dove non riuscivo a trovarla.
Anche quel giorno, al telefono, ebbi l’impressione di origliare una confessione destinata a qualcun altro. Disse che si era suicidata per la prima volta a vent’anni. Era sposata da un anno e disoccupata da un mese. Disse che era depressa, e che aveva trovato un taglierino. Il giorno dopo era viva: la sua pelle sana e fresca, il nonno al suo fianco nel letto, il suo malessere intoccato come i suoi polsi.
Ci aveva riprovato la sera stessa, stavolta con un coltello. Aveva calcato la mano – voleva essere sicura – e il sangue era uscito a fiotti: a poco a poco, si era sentita scivolare via. Eppure, la mattina dopo era ancora lì, tra le lenzuola, con le vene al loro posto, intatte.
Era andato avanti per un anno, il logorio dell’immortalità. Un anno fatto di tentativi ciechi e ostinati, tutti sventati da un destino talmente enigmatico da fare paura, ma non abbastanza da fermarla. Poi era venuta la gravidanza e non aveva osato. Di punto in bianco aveva smesso, ma sapeva che quello era un vizio che non si perde. E infatti così era stato: aveva resistito fino al decimo compleanno di sua figlia. Poi era diventata più creativa, ma anche più incostante, mentre tutto il resto si era cristallizzato in un’abitudine quasi rassicurante: le ferite che non lasciavano segni – mentre la pelle invecchiava –, il nonno che dormiva con le spalle al muro, la sveglia alle sette e il caffè, che era pronto alle nove.
A questo punto del racconto si interruppe. Sapevo che c’erano domande che non potevo farle. Le parole di mia nonna erano gesti, il suo discorso un labirinto fatto di corridoi interdetti. Dietro alcuni angoli, ne ero sicura, nemmeno lei sapeva cosa ci fosse; altri, invece, andavano evitati per pudore. Le domandai come andavano le cose oggi.
Lei rise nel suo modo spigoloso. Mi chiese se davvero mi interessava saperlo. La sua vita interiore, da quando aveva vent’anni, non era cambiata. Quella non era la domanda giusta, ma io non sapevo come proseguire. O forse sì, invece, lo sapevo, ma non volevo farlo.
«Oggi si campa, se è quello che mi stai chiedendo» ammise svogliatamente. Poi si pentì dei suoi modi bruschi e aggiunse che dormiva ancora nel vecchio letto matrimoniale e beveva il suo caffè tiepido ogni mattina. Cercava di tenersi occupata – giardinaggio, libri, uncinetto – e aveva smesso di suicidarsi.
A quel punto era chiaro quale fosse la domanda da fare, ma esitavo. Era proprio per evitare quella domanda che a sette anni avevo smesso di cercarla e avevo deciso di accontentarmi della sua voce. Ma non potevo più rimandare: mi affacciai sullo sgabuzzino e glielo chiesi.
«Perché?»
«Perché cosa?»
Rimasi sull’uscio della mia domanda, con il terrore di fare un altro passo e di vederle, quelle bolle, di fissarle troppo a lungo e poi caderci dentro. Lei, invece, non aspettava altro: la sua voce si raddrizzò e imboccò decisa un corridoio che doveva conoscere bene.
Mentre cercavo di raggiungerla, mi ritrovai nella vecchia sala da pranzo della mia infanzia. Lei non c’era, ma sentivo la sua voce, sempre attutita, come sommersa, in un’altra stanza, o forse in un altro ricordo. E poi c’ero io: una macchia color indaco che si specchia, senza lineamenti, sulla superficie di una bolla di sapone. Un tocco, uno scoppio, e non c’ero più.
Mi rivelò che quasi ogni sera, per oltre cinquant’anni, prima di stendersi a letto mio nonno le aveva intrecciato i capelli. E quando non aveva potuto fare altrimenti, aveva raccolto il suo cadavere e lo aveva preparato per la notte.
Nelle altre stanze della mia infanzia era con mio nonno che la sentivo parlare. Lui, che dopo pranzo lavava i piatti prima di tornare al lavoro. Lui, che quando la incrociava negli angoli ciechi della casa la fissava con uno sguardo indecifrabile.
Quando mio nonno se n’era andato, quando era stato il suo turno di fare i conti con la morte, mia nonna aveva scoperto che per lui era diverso: il suo era un addio definitivo. Le era sembrata un’ingiustizia. Come mai a un uomo così pieno di amore non era stata concessa nemmeno una delle tante seconde possibilità che invece erano piovute addosso a lei, lei che era stata sempre così piena di disprezzo? Si era impiccata, senza aspettare il funerale, ma la mattina successiva lei era viva, mentre lui era ancora morto. Se aveva imparato a convivere con le storture della sua vita – e della sua morte –, a questo, invece, non poteva abituarsi. Si era abituata ad accettare l’assenza di ogni via di fuga, a riconoscere nel proprio corpo una prigione, a odiare se stessa per costringersi a vivere, ma non si sarebbe mai potuta abituare alla morte di mio nonno. Come mai avrebbe saputo trovare spiegazione all’amore che lui, giorno dopo giorno, offesa dopo offesa, aveva continuato a riversare su di lei.
Aveva smesso di suicidarsi. Nel momento in cui meno lo avrebbe voluto si era costretta a sopravvivere. Lo sentivo, il disgusto con cui lo ammetteva: le parole le uscivano secche come schiaffi. Ma quelli non erano che gesti scomposti volti a nascondere qualcos’altro: aveva paura.
L’ascoltai sorseggiare il suo caffè e poi rinchiudersi in un silenzio protratto. Sapevo cosa chiederle – la sua paura mi turbava e affascinava insieme – ma sapevo anche che quel silenzio stavolta non era un invito. Al contrario, mi stava implorando di tacere, di soprassedere, di chiudermi la porta alle spalle. Ma era troppo tardi: avevo già intravisto cosa c’era oltre.
Prima di riagganciare, mia nonna si schiarì la voce e per la prima volta notai come ogni suono che passava attraverso il ricevitore fosse accompagnato da un’eco di cose lontane, isolate e remote. Bolle di sapone.
«Ho imparato a farmi la treccia da sola» mi disse, scandendo le parole come fendenti. E lo disse senza il benché minimo orgoglio.

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