Il solco

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Il solco

— Lettura lampo

Genere: Racconti
Immagine in evidenza: Foto di Francesca Sala.

Preme con lo strumento. Fa una pausa. Poi ricomincia.
«Non scendo troppo», dice. «Resto qui sopra.»
Ha una mascherina azzurra. Quando sospira, il tessuto si muove appena.
«Tanto lo sai. Se non pulisci bene prima, mettere in ordine non serve.»
Guardo il soffitto.
Non mi sono mai interessate molto le case pulite. Mi piace una certa quantità di disordine. Le cose lasciate dove cadono. Una sedia coperta di vestiti che smette di essere una sedia. I piatti nel lavandino. Una volta avevo letto che la polvere è la prova che una stanza è stata vissuta ‘‘Ci protegge dal diventare tutti dei perfetti contabili.’’ Non ricordo chi l’avesse scritto.
A casa tua ho rotto un posacenere.
Era sul letto. L’ho colpito con il gomito facendo una cosa stupida. È caduto sul pavimento e si è spezzato. Cenere dappertutto. Mozziconi tra le lenzuola.
Tu l’hai guardato.
«Sono fiero di te.»
«Ti ho appena rotto il posacenere.»
«Appunto.»
Era un oggetto che avevi comprato in un mercato a Torino. Ceramica smaltata. La forma di un pacchetto di Marlboro.
Stavi sistemando dei cavi dietro l’impianto stereo. Hai detto che andava bene così. Che quando una persona attraversa un posto dovrebbe lasciarci qualcosa.
Io ci sono rimasta male lo stesso. Mi sembrava un bell’oggetto.
Lo strumento scivola sotto la gengiva.
Sento un dolore netto. Qualcosa di caldo in bocca.
Lei si ferma.
«Tutto bene?»
La guardo.
«Secondo te?»
Sorride appena e torna al lavoro.
La gengiva pulsa. Ho la sensazione che stia andando più in profondità di quanto aveva promesso. Mi sudano le mani.
«Non scavare troppo», dico.
Non risponde.
La luce sopra la poltrona è molto forte.
Mi viene in mente il foglio che ho letto in sala d’attesa. Parlava della placca sottogengivale. Del fatto che si accumula dove non la vedi. Che all’inizio non succede niente. Poi sanguinamento, infiammazione, perdita di osso.
Le cose importanti spesso si consumano fuori vista.
«Fumi?» chiede.
Annuisco.
Scrive qualcosa.
In realtà ho quasi smesso.
O almeno molto più di prima.
Da quando non fumo più con te.
Un pomeriggio d’agosto eri sdraiato sul divano. Le persiane abbassate a metà. Strisce di luce sul tuo viso.
Dormivi.
O forse facevi finta.
Avevo una mano nei tuoi capelli.
Ogni volta che respiravi, la polvere sospesa nell’aria cambiava posizione.
Quando penso a te non ricordo quasi mai le cose grandi.
Ricordo un pacchetto di cartine con una rosa disegnata sopra.
Un libro lasciato aperto sul pavimento.
Più finestre di YouTube avviate insieme, per creare una specie di musica che aveva senso solo per noi.
Un preservativo dimenticato accanto al lavandino.
«Ancora un minuto», dice lei. «Poi abbiamo finito.»
L’aspiratore risucchia saliva e sangue.
«La gente si lava i denti male. Sempre di fretta. Troppa forza, troppo poco tempo.»
Continuo ad ascoltarla.
Per un mese volevo vederti.
Quello dopo no.
Poi mi mancavi.
Poi mi dava fastidio perfino il suono dei tuoi messaggi.
Poi pensavo che avremmo potuto prendere un caffè.
Poi che volevo entrare nel tuo letto.
Poi sparire.
Quel giorno volevo solo mandarti un video.
Quando ti avevo ripreso mentre dormivi sul divano.
Nient’altro.
Invece me ne sono andata.
Non ho più risposto.
Dopo tre chiamate hai smesso anche tu.
Il video è ancora nel telefono. Ogni tanto lo guardo.
«Finito.»
Appoggia gli strumenti sul vassoio.
Ha un’aria stanca.
«Ti ho fatto male, ma adesso è pulito.»
Mi porge un foglio.
Lo firmo senza leggerlo.
«Alla fine quanto sei andata sotto?»
Si sfila i guanti.
«Più del previsto.»
«Pensavo dovessi restare in superficie.»
«Anch’io.»
Si alza.
«Ma sotto c’era un disastro. Se non scendevo, il dente lo perdevi.»
Mi metto la giacca.
La bocca sa di ferro.
Eppure, passando la lingua sui denti, sento una superficie liscia che non ricordavo più.
Fuori, prima di andarmene, guardo ancora una volta il referto.
Il nome della procedura è scritto in grassetto.
Levigatura radicolare.
Lo leggo due volte.
Poi esco.

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