E. S. (Esiste)
E. S. (Esiste)
Accelero il passo poco prima di casa sua, di solito inizio a correre appena imbocco la curva, superato il cancello sgangherato e l’effluvio dei fiori a bordo strada dell’abitazione accanto.
A volte lo vedevo zappare, un impasto di terra e sudore in quel fazzoletto dove coltivava patate e svetta un banano che sembra una palma della Liguria; stretto dentro la canottiera azzurra e i pantaloni tenuti su dalla cinghia consumata. Altre volte parlava con qualcuno che non conosco, persone che forse vivono a due passi da me, proprio come lui. Aveva una voce altisonante come qui se ne sentono alcune, viziate dai mestieri della campagna e dai dolori che per andare avanti non si raccontano, sono tuoni accomodati in gola.
Mi stavo legando le scarpe da ginnastica, quando ho saputo. Non mi ha colto di sorpresa, pare ci avesse già provato l’anno scorso, l’avevano cercato coi cani su per la montagna e in mezzo ai boschi per una notte intera, era steso da qualche parte mezzo congelato. Mi sono chiesta come doveva essere stato pensare di avercela fatta e poi essere scoperti a un passo dalla fine, riportati a quella vita che non si voleva più.
Esco in strada e metto un piede dietro l’altro, sento che non ho energia ma insisto, nello sforzo mi percepisco viva e nella fatica potente. La ripetizione di un gesto, penso, è cruciale nel sentirsi liberi oppure in gabbia per sempre.
Chissà da quanto tempo le giornate tutte uguali gli avevano fatto smettere di provare l’una o l’altra cosa, di provare tutto, lasciando intatti appena l’abbozzo di un sorriso e le parole di circostanza per quelli che incontrava. Ricordo che guidava il pulmino giallo della scuola quando ero piccola e che aveva lavorato come cantoniere in Comune per un po’, poi si era licenziato. Aveva assistito la madre malata da solo, gli era morto un fratello in un incidente d’auto ed era rimasto segnato da un amore finito. La mano che aveva tratto i dadi non era stata generosa con lui e, d’altra parte, E. non aveva ribaltato il tavolo del suo destino al momento opportuno per pigrizia, forse, o per un senso di inadeguatezza.
Passo accanto alla casa, due lenzuola bianche ondeggiano sul muro giallo scrostato proprio sopra la sua vecchia Renault 5 di fine anni Ottanta parcheggiata in cortile, le finestre sono chiuse. Penso che più si invecchia, più i luoghi che abitiamo dovrebbero rimpicciolircisi intorno fino a diventare una stanza sola, un minuscolo spazio caldo che contenga tutto il poco che ancora ci serve.
Non indugio oltre, il silenzio è una lama e io fantastico su dove possa averlo fatto. Avrà sofferto? Avrà avuto paura? Avrà lasciato un biglietto a qualcuno? Le domande scandiscono i miei passi. Adesso me lo immagino, la sera prima, sprofondato su una vecchia poltrona a guardare una partita in tv, in penombra, coi resti della cena ancora sul tavolo e un Kaonashi seduto lì accanto che aspetta di dargli la mano.
Il modo in cui portiamo il corpo nella vita parla di noi. Occupiamo uno spazio che testimonia la nostra presenza fatta di carne e spirito dentro le giornate, le settimane, i mesi e gli anni.
Io lo vedevo, E., con il bastone in mano a scuotere i rami del castagno nel prato antistante la via. Con forza batteva la pianta e uno scroscio di ricci cadeva ai suoi piedi, così lui si fermava, poggiava la mano su un fianco, con l’altra asciugava la fronte, la schiena ricurva. Se intercettava il mio sguardo a volte accennava un saluto. Allora mi chiedevo cosa ci avrebbe fatto con tutta quella materia bruna, l’avrebbe sminuzzata e lasciata a decomporsi o l’avrebbe usata come filo spinato per scoraggiare topi e lumache dall’invadere l’orto? Chissà se guardando i rami dal basso aveva già deciso di morire.
Sto per tornare a casa, sono gli ultimi metri, ho il fiato accelerato e sento l’aria fresca sul collo madido. Tiro dritto ma poi torno indietro, raccolgo un mazzolino di fiori di colza e mi avvicino al suo cancello per poggiarli sulla maniglia, cerco un piccolo foro, una fenditura. Resto immobile e il mio sguardo si apre sulla selva che oltrepassa la soglia, incurante della scomparsa di E. come le rose sulla scala di pietra color verderame, che perdono i petali e li lasciano andare senza fare rumore. L’aria odora di pioggia, i fiori appassiranno in un gemito. Faccio per infilarli nella cassetta delle lettere lasciando fuori le capocchie gialle, ed ecco che la vedo. Una scritta nera a pennarello proprio al centro, che riporta:
E.S.
{Esiste}
La scoperta mi paralizza, non riesco a staccarmi da ciò che leggo, non riesco a crederci. Mi guardo le spalle, forse qualcuno è dietro di me oppure mi fissa dalla finestra, d’istinto mi viene da suonare la campana che sta sopra al cesto arrugginito attaccato al pilastro. Chissà che E. non arrivi ad aprirmi, chissà che non sia vero che si è appeso a un gancio dentro il garage.
Il giallo dei fiori che ho scelto racconta di una speranza che si è spenta, chissà qual era la sua. Qui si è uccisa un bel po’ di gente, e proprio di recente ho letto uno studio sul legame tra la vita nelle valli alpine e montane e l’alto tasso di suicidi. Avvicino il viso alle grate e sento l’urgenza di urlargli che poteva scappare, andare dove c’è la vita che brulica nelle strade, l’odore del cibo cinese che esce dai ristoranti e i cinema che la sera si riempiono; che la città non è mai così lontana come pensi e che per esistere devi muoverti da dove sei nato.
Una goccia mi cade sul viso e poi subito un’altra, sta scoppiando il temporale ma io resto, il glicine a fianco ora trema sotto il diluvio. A breve il giardino di E. si trasformerà in un burbero spazio selvatico, ci passerò accanto e credo che non riuscirò a vedere più niente di ciò che c’è dietro. I muri, la macchina, i fili per stendere: tutto dissolto. Chiudo gli occhi e reclino il collo all’indietro, porto una mano alla gola e la stringo per un secondo, mentre l’acqua m’inonda il viso.
«Ci sono solitudini morte/dentro i sogni,/oscuri ripostigli che si nascondono/nell’aria…/e tutto quello che cade è un vuoto,/unghie, foglie, ombre che cadono/come se piovessero.»
Sento il fiato freddo di Kaonashi dentro la bocca, prendo un respiro e corro verso casa.