Photoautomat
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Ho attraversato di nuovo quel ponte maledetto. La linea che separa l’uomo dalla bestia. Per inerzia e per sentirmi più solo, tra volti sconosciuti e anime allo sbando. Le luci della notte mi hanno stregato ed eccomi qui, dall’altro lato. Il lato selvaggio. I balocchi sono come al solito esposti in modo discreto ma efficace. Il terreno è ancora caldo. I segni della reiterata perversione non sono ancora stati spazzati via dalla notte scorsa. Trovo riparo in un macello. Rotoli fumanti di carne sintetica ciondolano fieri in primo piano. Ad un tratto lei. Rapida come un serpente balza in pole position, sgusciando attraverso la mia opaca presenza. Un’insidiosa anima dell’Unterwelt, con la risposta pronta e la lista degli ingredienti prestampata. Il macellaio sta al gioco, ben protetto da cervelli di ordine superiore. Osservo la scena compassato, cercando di cogliere la trama principale per non farmi fregare.
«Per lei signore? Oggi le perle sono a ore», mi dice il macellaio.
Maledetto. Il solito calembour senza soluzione.
Rischio per non rischiare: «Per me, il medesimo.»
Senza repliche, china i baffetti per mettersi all’opera. Puntuale lei si rivolge a me: «Da dove vieni?»
Non è lì per caso. Forse mi segue da ore, o forse se ne sta semplicemente in agguato tra i rottami di qualche binario dismesso della circolare, in attesa di una preda. Mi giro e la fisso dritta nei suoi occhi caleidoscopici. L’adrenalina le cola dalle orecchie. Il trucco sbiadito mal cela i raggi di rughe che le avvolgono lo sguardo.
«Vengo da… In che senso?» Rispondo imbarazzato.
Accenna un sorriso sarcastico, svelando incisivi non conformi agli originali.
«Da dove vieni! Stanotte. Ieri. Qui. Là. Ora».
Il tono graffiante della voce attutisce con dolcezza il peso di quella sfacciataggine.
«Non saprei. Sto facendo una passeggiata da queste parti», le dico. Le ho servito la mia debolezza sopra un vassoio di cristallo. Nel frattempo, altri figuranti si mettono a pascolare all’interno del locale. Lugubri elementi senza scopo, inseriti dal sistema per creare volume e sedare la tensione.
«Io vengo dal Palazzo. Sono entrata stamattina e solo ora sono stata di nuovo partorita.»
«Fantastico! Il Palazzo è sempre affascinante e…».
«Sì sì sì sì la corrente elettrica ancor mi scorre nelle vene».
Mi si è avvicinata senza che me ne accorgessi. Tattiche ipnotiche delle più sofisticate. Ed è appena uscita dal Palazzo! Mi sento ancora più vulnerabile. Quel balordo del macellaio interviene involontariamente in mia difesa.
«Quale salsa? Quella che s’alza senza sale?»
Lei gli strappa il manufatto dalle mani, senza staccare quelle irresistibili fossette dal mio campo visivo.
«Allora buona serata, buon ritorno e buon risveglio».
Non faccio in tempo a replicare, che già è rotolata fuori da quella bettola di terza generazione. Osservo la sua figura intera immergersi nella notte. Un ammasso di capelli e abiti scoordinati camuffano le sue movenze invertebrate. Prima di scomparire nel buio si volta, lanciandomi un ultimo sguardo dal profumo d’invito attraverso la vetrina. Una parte di me la seguirebbe nella sua tana senza alcun indugio. Pago l’essere spregevole dietro al bancone e m’incammino deciso nella direzione opposta, fino al punto in cui i binari si interrompono e i lampioni tacciono.
Nel Palazzo non sono mai stato. Non mi fido delle storie che sento in giro. Da quando l’emendamento Ventinove ha vietato ogni forma di solitudine pubblica e privata, quel luogo è stato convertito nell’unico centro egoterapeutico della città. Ci si può passare un’intera giornata, da soli. Ci vogliono denari e audacia. La selezione all’ingresso è crudele. La punizione per chi viene scartato è memorabile: una settimana di simbiosi indotta, incatenati a un altro essere di natura umana o meccanica. I condannati passano il tempo a convincersi a vicenda a non suicidarsi, perché poi è impegnativo tirarsi dietro una carcassa per tutto quel tempo. Si dice che ogni tanto compaia il Ministro in persona a presidiare l’ingresso, e allora la fila si sfoltisce da sé per la paura. Chi c’è stato, però, ne esce rigenerato. La prima volta è per sempre recita la pubblicità sui tabelloni luminosi. Anche di loro non mi fido. Gira voce che nell’oscurità di quel posto ti riparino le sinapsi responsabili del desiderio di intimità col proprio io. Qualunque sia la verità, voglio vederla coi miei occhi. Raggiungo il limbo di quel luogo enigmatico. È una notte bollente, la luna fa prurito. Nessuno fiata. Tutti si studiano, guardandosi con invidia e sospetto. «Si aspetta di esser valutati nell’aspetto», ripete come un mantra un’ombra incappucciata con gli occhi inchiodati alla ghiaia. E così aspettiamo. Le grida degli scartati sono lancinanti e mettono a tacere la fila, rispettosa di quell’atto coraggioso ma mossa da un segreto piacere interno: uno in meno, un posto in più per noi. All’ingresso non trovo né il Ministro, né organismi viventi, ammesso che il Ministro lo sia, ma statue in grafene, programmate per aprire un varco ai più fortunati e sbarrare l’accesso ai dannati. Come sempre, è un algoritmo a stabilire la casualità del mondo. Il verdetto mi è clemente. Con maniere rudi mi trascinano all’interno, mi spogliano e mi attaccano un rilevatore di frequenze al petto. «A fini statistici», mi dice un burocrate dall’alto del suo sgabello. Poi mi allunga un paio di occhiali al plasma. «Nel caso ti sentissi troppo solo,» aggiunge con sarcasmo. Una porta secondaria mi conduce al centro della scena. Finalmente sono solo. Mi ritrovo all’interno di un ambiente indefinito, dove tutto è spento. In quel luogo dall’atmosfera intangibile avverto disagio nell’udire il mio stesso respiro per la prima volta. D’istinto infilo gli occhiali, per scaricare quell’imbarazzante sensazione. Contengono immagini di convivialità felice e artificiosa. Li getto in pasto all’oscurità e mi tranquillizzo. Penso al passato e al futuro mentre mi contorco e sudo tossine acide. Respiro dopo respiro convergo verso un presente inedito. Il silenzio assoluto mi abbraccia con forza e dal centro del petto una bolla di calore inizia a propagarsi verso le terminazioni periferiche. In un ambiente così neutro le emozioni si polarizzano e l’astinenza da socialità picchia subito forte nel cervello. Arranco, il battito del cuore accelera, mi dà fastidio, vorrei strapparmelo via. Perdo i sensi. Mi risveglio più sereno. Il tempo ha perso valore, l’ho piegato alla mia volontà. Mi sento invincibile e sono pronto a portare il mio messaggio là fuori. Mi precipito all’uscita, affidandomi all’istinto.
Il burocrate mi strappa via il rilevatore e mi spalanca le porte del mondo.
Ho fame. No, non è fame. È una sensazione simile. È l’istinto incontrollabile di essere circondato da altri organismi. Di abbracciarli, di toccarli, stringerli a me, di raccontare loro la mia esperienza e respirare a pieni polmoni le loro storie. Corro per le strade sopraffatto da quell’energia impura, parlando agli sconosciuti, rincorrendoli, cercando di stabilire reciproci contatti. Tutto inutile. Sembrano allergici alla mia presenza. Fingono di non vedermi. Notando il mio disagio, un mio simile mi ferma nei pressi di un Photoautomat. «Dimenarsi è inutile», mi dice, «ti hanno dimenticato. Hanno fatto lo stesso con me. Nel Palazzo ti alterano le frequenze, qualsiasi esse siano. Le tue volontà passate vengono riconvertite in bisogni futuri».
«Non capisco».
«Quel che volevi ora ce l’hai. Quel che ora vuoi, non puoi più riaverlo».
Mi faccio più vicino per accarezzare meglio quel concetto.
«In altre parole», continua, vedendomi perplesso, «ci hanno riprogrammati all’oblio. Non è poi così grave. Ti ci abituerai. E ti consiglio di farti una foto, di tanto in tanto. Così, per ricordarti che esisti». Mi guardo attorno, invidiando le interazioni della strada. Affascinato dai loro intrecci, avverto il peso della condanna a una vita insonorizzata. Poi guardo lui, che non c’è più, e forse non c’è mai stato. Sono felice? Non ho una risposta, ma con quella certezza dovrò imparare a convivere il prima possibile. Entro nella cabina, e scatto la prima istantanea della mia invisibilità.
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