Quando il genere non imprigiona più
Quando il genere non imprigiona più
Lo sguardo prismatico di Clarice Lispector sul femminile
Tra le penne più interessanti della letteratura brasiliana del Novecento si annovera Clarice Lispector (1920-1977), maestra dell’esistenzialismo viscerale e della frammentarietà.
Nacque in Ucraina in una famiglia russa ebraica, ma già all’età di due anni fuggì nel Pernambuco, regione nordorientale del Brasile, a causa dei terribili pogrom antiebraici durante la Guerra Civile. Non percepì mai un forte legame con la sua terra natale, tanto che in un’intervista raccontò: “Su quella terra non ho letteralmente mai messo piede: mi hanno portata in braccio”, a sottolineare la distanza emotiva dall’Est Europa; il tema delle sue origini in effetti non ha trovato mai posto nella sua opera. Quando aveva nove anni sua madre morì prematuramente: ciò indusse il padre a spostarsi da Recife a Rio de Janeiro, dando luogo a un ulteriore sradicamento.
La passione per la scrittura scaturì dalla lettura de Il lupo della steppa di Hesse, intrapresa durante gli studi universitari di legge: nello stesso periodo iniziò infatti a redigere articoli di giornale e a lavorare al suo primo romanzo, Vicino al cuore selvaggio, pubblicato a ventitré anni nel 1943. Nel frattempo anche il padre di Lispector morì, quando lei era solo ventenne, lasciandola orfana: questa caratteristica biografica la accomuna all’eroina del suo esordio, che viene ritratta nella propria infanzia ed è poi seguita fino al suo matrimonio e al tradimento del marito.
Nel 1944 si sposò con un diplomatico brasiliano e cominciò a seguirlo nei suoi viaggi in Europa e negli Stati Uniti, evitando ancora una volta di stanziarsi definitivamente entro dei confini. Forse ciò contribuì a renderla un’autrice irrequieta, sempre in cerca di un proprio spazio e di un’identità. Solo quindici anni dopo, quando si separò dal marito, tornò stabilmente in Brasile con i figli: si dedicò allora con rinnovata costanza ai romanzi, oltre che alla letteratura per l’infanzia, e tradusse molto dall’inglese e dal francese. Nel 1977 fu ricoverata e morì improvvisamente a causa di un cancro all’utero.
Questa vita in perenne movimento ben si sposa con il contenuto dei suoi testi, avventurandosi nei quali si rischia di perdere di vista ogni punto fermo e di imbattersi in più d’una contraddizione. Ci si immerge in un flusso di coscienza intimista, in cui la voce narrante disorienta e lo stile si avvicina a quello di una poesia, per evocatività e lirismo, talvolta per ermetismo. Una solitaria auto-riflessione attraversa i brandelli della trama, che di per sé è in realtà asciuttissima, irrilevante rispetto al nucleo filosofico che si espande, tentacolare, senza soluzione di continuità. “Ciò che dico deve essere letto rapidamente come quando si guarda”1: i pensieri sembrano essere registrati in presa diretta, nella loro spontaneità.
Ma ciò che più colpisce è la difficoltà di decifrare passo per passo l’impianto concettuale che si va a comporre, e nemmeno è immediato comprendere il nesso tra i pensieri, identificabile solo in seguito a una riflessione più attenta. In una delle sue opere più tarde, Acqua Viva, Lispector scrive: “Questo testo che ti do non è fatto per essere guardato da vicino: acquista la sua segreta rotondità dapprima invisibile quando viene visto da un aereo in volo ad alta quota”. Dunque è necessario concedersi del tempo, durante la lettura, e attendere con pazienza di scoprire quale direzione verrà imboccata. Qualsiasi intento didascalico viene abolito in favore della messa in scena del processo di creazione di senso che avviene interiormente: non c’è certezza definitiva rispetto alla questione esistenziale, solo fugaci barlumi d’intuizione illuminano ragionamenti nebulosi. Quando si conclude la lettura si ha l’impressione di aver interiorizzato qualcosa a livello profondo, tuttavia mettere insieme le parole per spiegare che cosa questo sia è meno semplice del previsto.
Lispector, pur non essendo mai stata militante, è stata accostata da molti alla letteratura femminista, che si occupa di far emergere le disuguaglianze di genere e manifestare dissenso verso le strutture patriarcali. L’autrice carioca ha spesso rappresentato delle protagoniste desiderose di liberarsi da vincoli e anche, a volte, dalla figura maschile che in precedenza consideravano un riferimento. Invero, spesso la narrativa femminista si costruisce sul racconto di un’esperienza vissuta e non sempre l’intento sovversivo viene dichiarato o addirittura messo in pratica consciamente. Sorgono spontanei degli interrogativi a proposito di quanto la definizione possa essere realmente esplicativa, poiché incasellare in base alla denuncia sociale può rivelarsi subdolo. In primo luogo, ci si può chiedere cosa significhi rappresentare l’esperienza femminile e quanto sia grande il rischio di cadere in stereotipizzazioni. Altro interrogativo riguarda l’intenzionalità: i testi che si occupano di parità senza dichiarati obiettivi politici potrebbero dirsi comunque femministi?
Azélie Fayolle, studiosa francese e autrice del saggio Scrivere femminista edito nel 2024 da Nero Editions, propone di definire tutta la letteratura composta da donne come femminista, volente o nolente. Poiché ancora oggi in una posizione marginale rispetto al canone, le scrittrici si trovano infatti a elaborare uno stile e una lingua alternativi, costituendo di fatto una risposta al corpus letterario prodotto dagli uomini. Come ricorda invece Toni Marino2, studioso italiano, non sempre, ma spesso, la letteratura femminista va inquadrata all’interno della narrativa di denuncia. Le autrici si ritrovano a raccontare un vissuto, o a scrivere di sé tramite l’alter ego delle proprie personagge, per approfondire delle questioni sociali attraverso l’enfatizzazione delle caratteristiche femminili: questo può essere il caso di Lispector, la cui voce racconta in più passi il tema della maternità, che più ampiamente si ritrova anche come facoltà creatrice, ma che sul piano biologico tocca esclusivamente il sesso femminile. Inoltre, il dibattito attuale sulla letteratura femminista va sempre contestualizzato a una lunga storia di oppressione: si può infatti affermare che sia in corso una ricerca dell’identità che in passato è stata soppressa e nascosta. Elisabetta Rasy, giornalista e scrittrice, nella sua ricerca riguardo le specificità della scrittura delle donne identifica appunto una propensione al bildungsroman, dunque a un’evoluzione dei personaggi nel tempo. Scrive anche: “Gli spazi della creatività femminile sono i luoghi del chiuso, del privato, della domesticità”3, come già intuiva Virginia Woolf nel suo saggio Una stanza tutta per sé (1929). Nel corso del secolo scorso la situazione non è rimasta immutata ma ha faticato a disancorarsi da luoghi separati dal mondo esterno. Aggiunge poi come la cultura femminile si concentri “sui fantasmi, gli atti mancati, le dimenticanze, della più evidente e sicura di sé cultura maschile”. Certo le narrazioni di Lispector si svolgono di rado in ambienti pubblici, anzi quasi sempre si collocano nelle stanze dell’interiorità e permettono di assistere a un notevole approfondimento psicologico, in spazi domestici che appaiono più confortevoli per la ricerca della propria essenza.
Sembra quindi corretto assumere che la narrativa che si occupa dell’esperienza delle donne si possa interpretare come femminista. È bene però tenere presente la limitatezza di questa definizione, che potrebbe stare stretta a una grossa fetta di letteratura incentrata sul genere.
Per sciogliere alcuni degli interrogativi posti sopra in merito alla letteratura femminista, restringendo il campo allo sguardo di Lispector, è possibile chiamare in causa le posizioni di diverse studiose. Anzitutto Hélène Cixous, nota scrittrice e saggista femminista francese di origine algerina, ridefinì il concetto di scrittura femminile proprio a partire dalla lettura dell’autrice brasiliana. La scoprì nel 1975 quando quest’ultima era ancora poco nota in Francia, sebbene fosse già stata tradotta; contribuì quindi a farla conoscere in Europa e negli Stati Uniti. Fu talmente travolta dalla sua opera da ritenerla uno spartiacque tra epoche letterarie, che denominò A.C. (Antes de Clarice, Prima di Clarice) e D.C. (Depois de Clarice, Dopo Clarice)4. Negli anni Settanta, poi, coniò il termine fallogocentrismo, dall’unione di fallocentrismo e logocentrismo, con cui descrisse il sistema culturale e linguistico in cui predomina l’esperienza maschile. La scrittura, secondo la sua prospettiva, offre la possibilità di alleviare tale disuguaglianza, divenendo strumento emancipatorio: raccontare la soggettività attraverso il corpo femminile permette di far fluire l’energia repressa e costituisce una forma pura di letteratura femminista, in opposizione ai modelli maschili. Quest’interpretazione appare chiaramente ispirata dalla lettura di Lispector, connessa incessantemente sia alla corporeità che all’interiorità delle sue protagoniste.
Tace Hedrick5, studiosa americana, interpreta invece la tendenza di Lispector a relazionarsi con la componente primordiale dell’umano come una sorta di essenzialismo femminile: con ciò intende che la parte connessa alla fecondità resiste alla socializzazione. Il corpo si configura come nodale per l’esistenzialismo della scrittrice, a differenza ad esempio di quello di Sartre che rifuggiva la materialità, in favore dell’intangibile.
Ci si ricollega qui alle parole di Elisabetta Rasy sul femminile: “è una cultura che non si affida solo alle parole, ma ad altri, complementari sistemi di comunicazione: l’espressione del corpo, il movimento, il gesto”. Ma questo legame inscindibile della donna con il corpo e la maternità si riferisce a un’epoca pre-riflessiva e non limita affatto l’espressione del genere. La fluidità del reale che Lispector rappresenta va a braccetto con una rappresentazione del femminile che non si riesce a inquadrare definitivamente e non si fossilizza: la continua creazione di senso e identità non permette di far combaciare la dimensione biologica, seppure importante, con una determinazione assoluta di ciò che significa essere donna. Acqua Viva, tra i suoi romanzi più acclamati, è un monologo interiore in cui ci si rivolge a un interlocutore che non sempre rimane esplicito, probabilmente un amante passato. Trasponendo su carta la propria (ri)nascita, distaccandosi da quella relazione che appartiene al passato, scrive: “Dentro a questo midollo ho la strana impressione di non appartenere al genere umano” arrivando addirittura a identificarsi con sostanza inumana o bestiale; e soprattutto: “inutile volermi classificare: semplicemente sfuggo via senza permetterlo, il genere non mi imprigiona più”. Se è vero quindi che la sensibilità femminile si ripresenta di frequente nelle pagine di Lispector, è difficile affermare che il suo pensiero si rivolga a un’espressione di genere ben precisata. In Vicino al cuore selvaggio, l’anelito di libertà della protagonista trova compimento nel percorso di allontanamento dal coniuge, figura maschile vissuta come presenza opprimente ed emotivamente distante; ma allo stesso tempo, si proietta ben oltre il binarismo di genere, immaginandosi come un essere indefinibile e indeterminato.
“C’era, in tutte loro [le donne], una qualità di materia prima, qualcosa che poteva anche definirsi ma che non si realizzava mai perché la sua essenza stessa era quella di «diventare»”6. Ecco che la facoltà creatrice femminile costituisce un punto di forza in relazione a una parte istintuale e primitiva dell’essere umano: l’identità che si dispiega al di là sembra invece del tutto libera da lacci, declinabile in infinite e ignote forme. Clarice Lispector è stata capace di evitare categorizzazioni semplicistiche, pur rimanendo per molti versi inquadrabile nelle forme espressive tipiche della letteratura femminista.
In definitiva, tra i punti fermi vi è la convinzione che siano poche le certezze cui appoggiarsi: ciononostante il proprio percorso esplorativo, compreso quello di scoperta della femminilità, è vissuto con — insensata — gioia: “è troppo crudele sapere che la vita è unica e che non abbiamo altra garanzia se non la fede nelle tenebre…perché è troppo crudele, allora rispondo con la purezza di un’allegria indomabile”7.
Lispector, C. (1977), Água viva; trad it. Acqua Viva, Milano, Adelphi, 2017. ↩︎
Marino, T. (2016), «Gender, Fiction e uso sociale della letteratura». https://ricerca.unistrapg.it/retrieve/e0ebe575-f5f0-5e21-e053-d805fe0ac172/gentes-2016-3-181.p.pdf ↩︎
Rasy, E. (1984), Le donne e la letteratura, Roma, Editori Riuniti. ↩︎
Ramshaw, S. (2003), «Nearing the ‘Wild Heart’: The Cixousian ‘Feminine’ and the Quest for Law’s Origin». https://doi.org/10.1080/13200968.2003.10854312 ↩︎
Hedrick, T. (1997), «Mother, Blessed Be You among Cockroaches: Essentialism, Fecundity, and Death in ↩︎
Lispector, C. (1943), Perto do coração selvagem; trad. it. Vicino al cuore selvaggio, Milano, Adelphi, 1987. ↩︎
Lispector, C. (1977), Água viva; trad it. Acqua Viva, Milano, Adelphi, 2017. ↩︎
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