rosavuoto
rosavuoto
Su questo testo
Le poesie che vi proponiamo in lettura sono estratti dalla raccolta poetica rosavuoto di Massimo Grimaldi. Per leggere altri testi della raccolta, in continuo aggiornamento, si rimanda a questo documento condiviso dall’autore.
# Grigiocopie permalink
Guasto
toccandole,
le sfiguro.
Lingue di labbra,
non sanno parlarle,
le deglutiscono.
Si replicano
a getti, a fiocchi,
fiumano nelle cabine
dei piroscafi equatoriali.
Approdano
nelle paludi costiere,
vi si lasciano
macerare.
Il pianeta si deforma
di nuovi sferoidi,
sbalza scogliere
di grigiocontinenti.
Le mie grigiocarezze
le scarnificano
in pietraie.
# Omino permalink
Morbida
automobile
di noi crudi.
Si fionda,
Milano nel lunotto
si scioglie in un’orzata.
Sul sedile posteriore
modello un omino
di sfoglia di creta.
Arti a tracolla,
sia feticcio
per i martoriati.
Pastella di cuore,
sia bestia
per i fortunati.
Omino,
paffuto
granuloma.
Vuoi proprio
piacermi
di baci.
Milano
gravita,
portaerei.
Deflagra
sul parabrezza,
inglobandoci.
Sul sedile l’omino
si lascia modellare
dallo stupore.
Lo insacco
di pelle
trascolorata.
Lo innesto
di oleandri
propulsi dalle scapole.
È figlio crudo,
meravigliato
delle proprie aplasie.
Più lo deformo
e lui grato
più mi assomiglia.
# Dentoni permalink
Ero stato
cadavere
di farfalle.
Mi portavano
in braccio
per espormi
i dentoni.
Mi tenevano la mano,
ero il loro scarabocchio
di essere umano.
A fiocchi
mi arrivavano
sofficemente
le gambe.
Rimanevo
non desiderato,
derattizzato.
# Cimarosa permalink
Montagna leccornia
di mammelle di quarzo.
Noi siamo ghiotti
risalendo il pianoro.
Ghiaia morbida,
i nostri passi la sbrecciano.
Conficcata nella roccia
la pedaliera del tritacarne.
Sospendendomi nel vuoto
la premo a ritmo scemo.
Gli altri scalatori
sottovociano il pedale,
per esserne dolcemente tritati.
Bituminosi tra le pietre,
sedimentandovisi.
Sentiero delle sottovoci,
piovendo a mezz’aria
i campi trasudano neri.
Mi conduco alla casa orrenda
venendovi sospinto nella gola
della sua camera da letto.
Crocifissa in aria, pedalando i piedi
la vegliarda si scoppia le dita.
Venga pure il suo martello
a piantarmi le vene
di sangue copioso.
Il male da evirare
sono il male io.
Scalatori
nutrivano speranze,
oramai sono breccia,
morbidi camminandoci sopra.
Senza concederci clemenza,
ma soltanto la necessità del martirio,
la nostra speranza
Cimarosa
ci inghiotti.
# Parata permalink
Semplificato dalla gravità
che ti depone caritatevole
nel sorriso, quasi confetto.
Ti svegliamo
e vi troverai altri,
quasi arrotondati.
Cominciamo ad arrivare
e sfilandoti davanti
ti sogniamo.
Transatlantici d’ossigeno,
siamo la parata evanescente
che si libra, tuo oscuro futuro.
Sull’acqua costiera,
sulle schiume di bagnanti, sbucciati,
liquidamente lapidati, attraversati da gemme,
si ingigantiscono le nostre pareti d’arrivo.
Antigravitazionali, incediamo in minaccia.
Siamo il formidabile, a milioni.
Nella parata invochiamo la vertigine della tua altezza.
Ti lasciamo allungare fuori da questo pianeta
in una lamina di cirrostrati.
Non cedere, devi esaudire
il nostro mistero,
devi eiacularlo.
Trascorrerai anni d’automa.
Sarà sempre meno probabile
che tu venga ancora sognato,
che qualcosa ancora ti accada.
Spiacevole nella gravità,
vi verrai deposto.
# Irrora permalink
dai molti morti
ritornato mio padre
a guardarlo in cucina
fluttuare carne gassosa
e mia madre per allontanarcene
stridula le braccia taglienti
per respingerci dall’averlo
anche se dubbioso
fluttua ma era morto
Irrora nella casa
Che lui sia forte
Indubbio arde
Carolino
innestato dalle ciliegie
vive grazioso in se stesso
la sua testa senza i nostri baci
ricade impagliata nella torta
e mia madre per allontanarcene
fluttua toracica
senza gambe
gridando l’angoscia
di non farcelo volere
ti prendo il viso
morto tra le mani
guardami papà gelido
estroflettere la gamba
arco tubolare parabolico
spaghetto interminabile
che sorvola Fajãzinha
per depositarsi carne azzurra
nel fondo dove ti avrò voluto
Irrori nella casa
Che tu sia forte
Indubbio ardi
Carolino
# pieta permalink
smunto, piangendone
le palpebre trasparenti
perché la coperta, disperandosene
gli tracimava dalle gambe
nell’effluvio di coperta malata
che sgorgava dal letto
gli umanoidi, arrivano in continuazione
ramificandosi capricciosi, a volermi ferire
nell’arboretum del mio vergognatene
del maiale, da cui vorrei uscirne
ma quale sia la mia colpa
di essere il maiale
durante i suoi piedi, da malato
la pancia ingigantendolo, di gommapiuma
ho provato per lui pieta
come lui fosse esistito
soltanto per freddarsi
abbandonandomi
mi infilo le mani
una nel polso dell’altra
formandone un avambraccio unico
il budello colloso di cui mi abbraccio
neanche avendo la dignità di soffrirne
come possono soffrire gli altri umanoidi
e questa mia scialba, desolandomi
ma quale sia la mia colpa
se volevo la magnificazione
ma sopravvivo smaialandomi
# rosavuoto permalink
dolorosa vuoto
quando il vento
trascinava
abissi d’acqua
nell’inverno buio
degli squillatopi
in cui vennero a svegliarmi
per farmelo vedere morire
il suo rosa impallidire
papàpietà