Dalì
Dalì
Trigger Warning
Il testo contiene descrizioni forti di violenza estrema, mutilazione del corpo, sfruttamento sessuale e degradazione umana. La lettura è fortemente sconsigliata alle persone sensibili a temi di abuso e violenza fisica.
Mia madre si chiama Gemma, da tre anni vive sul divano. È la figlia di una pisciavinnola di Salerno, che aveva la pelle delle mani secca e l’odore di pesce che trasudava da ogni angolo.
Gemma e nonna Tina non erano buone a niente.
Mamma si era presa la vita della nonna quando aveva diciassette anni, per pochi minuti di sesso flaccido a cui si era piegata per la prima e, secondo me, unica volta; e per un beffardo gioco, io avevo fatto lo stesso.
Il mio nome è Celeste, come ha deciso nonna.
Morta nonna Tina, Gemma ha venduto tutto, ha pianto e urlato per tre mesi. Mentre quella casa doveva ancora scoprirsi dimora di una persona in meno, lei si è seduta e ha iniziato a mangiare senza mai smettere.
Da quando si trova lì, sul divano, il mondo là fuori sembra essere svanito. Sono sei i passi che la separano dalla porta e, con quei piedi enormi, potrebbe ridurli anche a cinque.
Non è solo grassa, è informe e avvicinarmi a lei mi disgusta, evito di sedermici accanto per paura di una sorta di osmosi degenerativa. Puzza tutto in questa casa.
Riesce appena a lavarsi con la spugna, ignora tutte le parti che non riesce a raggiungere. Nelle pieghe di tutto quel grasso, alla sua morte, troveranno intere colonie di batteri e muffa.
Fanculo, non è stata il dolore a piegarla. Lei non sa essere nulla di diverso da qualcosa a cui piace abbuffarsi.
Si era tenuta i peli sotto le ascelle, sulle gambe e sull’inguine, per una precisa scelta estetica. Quei peli, così come il cibo e la televisione, le tenevano compagnia. Per Gemma non c’era nulla di strano e nemmeno per Nicola. Lui ha il viso scarno di chi non se la passa molto bene, il suo corpo è divorato dal lavoro, ma conserva una forza nervosa e violenta, parla a voce troppo alta e ride con la bocca aperta.
Ha un’attrazione feticista verso le donne come mia madre.
Due volte a settimana Nicola si sdraiava su di lei. Il sesso per lui era solo uno sfogo fisico e una perversione. Era un tipo da tette grosse, come mi ripeteva mentre strizzava quelle di Gemma e gliene faceva rimbalzare una da una mano all’altra, divertito. Sollevava la tetta destra e infilava la testa e la lingua lì sotto, dove io sapevo che né la spugna, né il sapone arrivavano, ma non credo che a lui importasse. Puliva tutto quel grasso con la lingua, partendo dai piedi e salendo verso odori acidi e peli, fino ad arrivare a quelle due grosse montagne che per lui erano un parco giochi.
A lei non importava ci fosse Nicola, o che il suo sudore le scivolasse addosso, continuava a guardare in televisione l’Eredità, a cercare di indovinare la parola chiave collegata ai cinque indizi e a scrollare i reel su TikTok.
Gemma è troppo stupida per fare qualcosa di diverso.
«Nennè, portami l’olio» era la prima cosa che mi diceva Nicola appena varcava la porta di casa. Posava l’enorme vassoio con pizzette, arancini, frittelle di alghe.
«Nennè, tu la fai ancora quella cosa lì?» mi ha chiesto così, all’improvviso.
«Vieni a sederti accanto a me, dobbiamo parlare. La rosticceria la devo chiudere e tra poco restiamo tutti senza soldi», indicò il cartoccio con cui era entrato e i cinquanta euro che aveva lasciato sopra. «Da’ una fetta di pizza a tua madre».
Nicola non parlava, ordinava, ti entrava nella testa con uno sguardo e sapevi esattamente cosa fare e il modo in cui lui voleva venisse fatto.
«Io tra poco questi soldi non ve li posso lasciare più e se tu non vuoi iniziare ad aprire le cosce, qui morite di fame».
«Nicò, Celeste le cosce le deve tenere chiuse» mormorò mia madre, per una volta più disgraziata che colpevole.
Lui la schiaffeggiò con tanta violenza da farle volare all’insù i capelli sudici.
«Ha solo diciassette anni».
Gemma lo disse come se avesse frugato nella memoria e la mia età arrivasse dal nulla. Come se non avessi mai avuto tredici anni, da sola in un supermercato a cinque chilometri da casa per riempire il carrello, o quando di anni ne avevo quindici e avvertiva quello stronzo del piano di sotto che le occorrevano biscotti e latte. Lui mi aspettava in pigiama, infilava le sue dita nelle mie mutandine e il resto non lo ricordo nemmeno più.
Questa volta Nicola le sferrò un pugno nel collo, un gancio tirato con il gomito alzato. Gemma si fermò, stringendo nella mano destra il telecomando. La voce non volle sapere di uscirle dalla gola e poté solo massaggiare la zona colpita.
Poi, come se volesse sentire di valere qualcosa dopo quegli schiaffi, e poiché la violenza predatoria di Nicola finiva solo quando lei creava un piccolo spazio in cui rifugiarsi , disse contraendo la bocca: «Ho visto in televisione che ci sono tanti fessi che pagano».
Gemma sorrise in modo grottesco, quella era la sua rivincita: «E poi lei già lo ha fatto con l’amica sua. Come si chiama? Assunta?».
Quella stronza aveva ascoltato ogni singola parola che le avevo detto, mentre io credevo stesse dormendo con la bocca aperta e la bava che le colava sul mento, rincoglionita dall’ultima ghigliottina che non era stata capace di risolvere.
La luce impietosa della televisione, sempre accesa*, sempre* ad alto volume, sempre sintonizzata su qualche canale.
«Ho messo un suo video su OnlyFans, mentre mi stava leccando, l’ho registrata di nascosto. La storia di quella ragazza di Napoli , mi ha ispirata. Ci sono dei fessi che pagano per vedere questo video, che ormai ha circa 50.000 visualizzazioni su un gruppo Telegram. La stronza è socialmente morta» ammisi con euforia.
Nicola mi ascoltava incuriosito, mentre con la mano mi invitava a proseguire, lui non sapeva niente, tranne come girare una pizza in un forno. Ci si abitua presto a considerare uomini come lui: figli stupidi a cui perdonare tutto, dal primo pompino che ti chiedono al primo schiaffo che ti danno.
«Su questa piattaforma si guadagna bene».
«Potrebbe farlo lei?» chiese, indicandola e senza attendere una risposta.
Invece io risposi: «Pagherebbero per vedere Gemma fare certe cose».
E come se la vita che aveva condotto negli ultimi tre anni le stesse arrivando addosso soltanto adesso, in un colpo solo, si è limitata ad annuire. Quella sera stessa, OnlyFans è diventato il metro del valore di Gemma. Abbiamo iniziato a guadagnare prima piccole somme, poi importi sempre più elevati.
Nicola ha mostrato il suo corpo, nascondendole il volto dietro occhiali con una montatura rettangolare che non le donavano per niente. L’eccesso di grasso e di sebo rendevano la pelle lucida come porcellana. Sotto le luci ring-light sembrava quasi bella.
I nostri utenti impazzivano per le ascelle e per quell’inguine a cui sembrava impossibile accedere, causa l’enorme quantità di peli pubici. Nicola, con la sua maschera di Dalì – non è mai stato un tipo originale – si era prestato a ogni tipo di gioco e, munito di rasoio, aveva reso glabra ogni zona di quel corpo. Lo aveva fatto con attenzione, leccando il sangue dei piccoli tagli tra gli applausi digitali della chat. Gemma era il centro del nostro mondo. La sedavamo col GHB per trasformarla in un oggetto mansueto, facendola regredire da uno stato umano a qualcosa di più animale e primitivo.
Le persone grasse, sporche, maleodoranti sono come miele per i pervertiti.
Ci chiedevano di vedere Gemma nuda, di vedere il suo pube depilato o di farla mangiare per due ore ininterrottamente. Abbiamo fatto una diretta stream mentre le rasavamo i capelli.
Nicola ha estratto le forbici dalla tasca, ha agguantato i suoi capelli e li ha tagliati con furia, sulle note di Barbara Pravi: Voilà. Le punte metalliche le hanno scorticato fronte e nuca e in quella pioggia di ciocche, mi è sembrato che il viso le stesse risucchiando gli occhi.
Un utente, AleXX, offrì 400 euro perché scarnificassimo l’interno coscia di Gemma con un bisturi e incidessimo il suo nome. Nicola lo fece, impugnò lo strumento prima spavaldo, con le labbra rilassate e gli occhi inespressivi, poi quando il sangue inondò il divano e l’interno coscia, si sfilò la felpa che indossava per tamponarlo. Quando tolsi la felpa da quella coscia fu come se avessi infilato le mani in due guanti caldi. L’incisione era precisa.
«Deve bere l’urina di Dalì» mi aveva scritto AleXX in chat.
«Aiutami, Celeste» l’oggetto disse solo questo.
Questo è pazzo, un folle pensai, senza fare nulla. Dalì la stava già usando come un vaso da notte, le aveva bagnato il volto, i capelli e quel pezzo di pizza che aveva in mano.
Lei continuò a mangiare, trovando conforto in ogni deglutizione, per un millesimo di secondo inarcò la schiena quasi a volersi sollevare da quel divano, poi sorrise e sorrise ancora.
Sempre più sporca, sempre più obesa, sempre più esposta. Nicola aveva smesso di giocare con lei: « mi fa schifo vederla così» mi aveva detto non pentito.
Ma Gemma non era la regina felice e tranquilla che pensavamo, non lo era più.
I suoi occhi erano allo stesso tempo vacui e pieni di odio primordiale. Era impossibile potesse avere entrambe quelle espressioni, eppure fu un attimo, non la vidi, ma la percepii. Mentre Nicola si avvicinava per l’ennesima mutilazione richiesta dal nostro più generoso abbonato, lei estrasse una forchetta nascosta tra le pieghe della coscia e gliela conficcò nel basso ventre con la forza di una balena che si ribella all’arpione. La usò come se fosse uno spiedino di legno da barbecue, quella balena da animale mansueto si era trasformata in uno strumento di conversione e di salvezza per Nicola, ripartorito dal suo stesso sangue.
Spensi la telecamera. Il pubblico aveva avuto il suo climax.
Li lasciai lì, nel punto esatto in cui l’immaginazione si era rovesciata sul presente divorandolo. Presi l’ultima frittella di alghe dal cartoccio di Nicola, che si stava dissanguando sul ventre di quello che era stato il suo oggetto di piacere. Lei mi tese la mano grassa, tremante e sporca, “è mia” le sentii dire mentre mi chiudevo alle spalle la porta. Non provai alcuna pietà. Mentre lei restava immobile sul divano, come il giorno precedente e quello prima ancora, io avevo tutta la vita da vivere un’altra volta, grazie a lei.
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