Le scarpe!

Le scarpe!
Margine sostiene la causa palestinese.
La scelta di pubblicare un testo di un autore palestinese nasce dall’esigenza di promuovere e valorizzare testimonianze culturali che superino la dicotomia morale in cui è ingabbiata la popolazione palestinese, dipinta come vittima o come carnefice a seconda del momento storico o del riferimento ideologico di turno. Per contribuire attivamente alla causa palestinese, Margine sostiene la raccolta fondi S.O.S. GAZA promossa da Mutuo Soccorso Milano, a cui è possibile donare attraverso i pulsanti presenti su questa pagina o direttamente sul sito di GoFundMe. Oltre ai fondamentali aiuti umanitari, attivamente ostacolati dal governo israeliano e dalle forze di occupazione sioniste, è fondamentale disinnescare le cornici narrative dentro cui i media occidentali collocano i palestinesi, e permettere la riabilitazione della loro identità nazionale. Il vero riconoscimento della Palestina non passa solo attraverso le istituzioni politiche, ma anche attraverso la diffusione della cultura e dell’arte popolare.
Forse questo è solo uno scherzo intelligente. Ma è diventato una storia. Una storia di tutti.
Nessuno sapeva perché Nizar insistesse così tanto per andare a Ramallah1. La situazione non era affatto incoraggiante: checkpoint militari, umiliazioni, il faticoso cammino tra le colline e barriere di fango2. Tuttavia, Nizar, con la testardaggine tipica degli operai, insisteva. C’era una questione da risolvere a Ramallah: doveva andarci. «Sopporterò la strada, ci siamo abituati. È diventata la normalità ormai. Gli israeliani non si sono resi conto che hanno trasformato in normalità ciò che prima era anormale nelle nostre vite. Cos’altro possiamo fare? Stare seduti ad aspettare la morte? Aspettare per cosa?».
Così salì in auto e partì. Doveva arrivare a Ramallah, in un modo o nell’altro.
Le auto procedevano tra le colline, un chilometro di strada asfaltata, un altro di sterrato. Nizar rivolse il suo sguardo verso le alture: le persone trovano sempre una via d’uscita. Le deviazioni hanno insegnato loro ad aggirare i checkpoint, a eludere le barriere, gli ordini, la fatica e la disperazione. Sono come colonie di formiche che scovano sempre un varco quando le loro case e i loro sentieri vengono calpestati. Sono creative nell’aggirare, adattarsi, continuare.
Scavano per giorni con le loro bocche e le loro piccole zampette. Trasportano granelli di terra e li lasciano rotolare via. Aprono un piccolo varco, sufficiente a proseguire il loro cammino, come se nulla fosse. Forse, dopo un solo minuto, una di loro distruggerà il piccolo passaggio, accidentalmente o di proposito. Allora la colonia di formiche si ferma: muovono le loro antenne per il dolore e la tristezza. Si accalcano, contemplando la scena, poi si affrettano e cominciano di nuovo a lavorare.
Sui sentieri polverosi le persone somigliano a piccoli mucchi neri che si muovono a zig-zag, si fermano, camminano, avanzano e arretrano. Nugoli di esseri umani che scavalcherebbero qualsiasi cosa pur di arrivare a destinazione. È come se stessero attraversando l’inferno di Dante, o magari la retta via3. Si accalcano, si arrampicano, saltano oltre le barriere di fango. Un’ora più tardi potrebbero arrivare giganteschi bulldozer a bloccare i nuovi sentieri con rocce, fango e barriere di cemento. I piccoli mucchi neri si fermano a contemplare. Si ripiegano su sé stessi, sulle proprie sofferenze, sul sudore e sulle lacrime. Eppure, trovano di nuovo la loro strada, la inventano, la scoprono. E così continuano nella loro eterna testardaggine.
Nizar procedeva come tutti gli altri, risalendo gli stretti sentieri delle formiche sulle colline. Imprecava, si arrabbiava, con i piedi pieni di vesciche, cadeva e si rialzava. Afferrò un anziano per la mano e insieme continuarono a salire. Doveva raggiungere Ramallah. Forse in quel momento aveva dimenticato perché volesse andarci. Non aveva più importanza. L’arrivo stesso era diventato l’obiettivo. La capacità di sfidare sé stesso, di mettersi alla prova: semplicemente arrivare, era di per sé una vittoria. E questo bastava.
Checkpoint. Fucili. Soldati. Controllo documenti. Attese. Insulti. Umiliazioni. Il tempo scorreva lento, caldo, polveroso. Tutto si mescolava con tutto. Ritirarsi o avanzare significava la stessa sofferenza. Dietro c’erano barriere e umiliazioni, e davanti, anche. Dunque, si andava avanti. Il dolore dell’arrivo e del successo contro il dolore della sconfitta: un’equazione semplice, chiara. Un intero popolo che si raduna, che avanza oltre ogni logica, per preservare la propria, di logica. Resistere o morire.
Immerso nella sua immaginazione, Nizar scalava un filo di speranza al ritmo cadenzato dai suoi piedi. Ogni collina era un ostacolo superato che alimentava la sua ostinazione. Rideva per sopravvivere e sembrava la persona più felice al mondo. In quel momento, in quella risata autentica, felice lo era davvero.
Non smetteva di spostarsi da un’auto all’altra, da una collina a una montagna, da un checkpoint all’altro. Avanzava, saliva, si arrampicava. La strada scorreva in salita, tortuosa e testarda come il destino. Sul sedile dell’auto, rilassato, per un attimo nulla gli occupava la mente.
Sei ore dall’alba non erano poi così tante. Sorridendo, pensò che alcuni impiegavano dieci ore per raggiungere il punto in cui lui era arrivato, per realizzare ciò che lui aveva realizzato. Si avvicinò all’ultimo checkpoint, davanti al campo di Qalandiya4. Gli restava solo un passo e avrebbe vinto la guerra!
Macchine, macchine, e ancora macchine. Una colonna che si estendeva sempre di più lungo l’asfalto. La sua auto rallentò, poi si fermò in coda alla fila. Aprì la portiera e scese per dare un’occhiata più da vicino. Fra le auto si muovevano colonie di formiche umane, su entrambi i lati della strada, pieni di polvere. Avanti e indietro, donne, bambini, giovani, anziani, venditori, studenti, asini, voci, urla, sussurri, preghiere. Una miscela incredibile di persone, fatica, dolore, sporcizia, perseveranza, polvere e vita.
Scese dall’auto e proseguì. Si unì alla folla che avanzava. Una macchina nera e lucida sfrecciò sollevando un vortice di polvere, lasciandosi alle spalle le occhiate e gli insulti della gente.
Il sole picchiava forte sulla testa, il sudore salato scendeva lungo il collo e bagnava gli occhi, eppure bisognava continuare.
Nizar camminava con passo deciso, mentre le sue orecchie raccoglievano frasi e frammenti:
«Non lasciano passare nessuno, solo chi ha un permesso dell’amministrazione civile.»
«Devo arrivare a Ramallah. Con o senza permesso, io non tornerò indietro.»
Si avvicinò al checkpoint fermandosi davanti ai blocchi di cemento dove se ne stavano appoggiati i soldati. Alcuni di loro non avevano più di 18 anni, non erano ancora spuntati loro i baffi. Di fronte a loro centinaia di uomini e donne aspettavano, speranzosi, cercando con tutte le loro forze di convincerli invano a lasciarli passare: suppliche, lacrime, età, malattia, appunti universitari, niente di tutto ciò funzionava. Vietato significa vietato.
La folla cresceva e con essa la tensione. Uno degli addetti alla frontiera lanciò una bomba a gas che esplose con un tuono soffocato dalla massa. Tutti iniziarono a correre, tossire, piangere, svenire… tutto inutilmente. Vietato significa vietato.
La folla riprese a strisciare. Nizar si fece avanti. Si fermò davanti ai blocchi di cemento, poi si diresse deciso verso lo stretto corridoio.
«Ehi, tu! Dove vai? Fermo!»
«Voglio passare.»
«Hai un permesso?»
«No, non ce l’ho.»
«Allora torna indietro. È vietato.»
«Ma, “signore”, io devo passare. Vengo da lontano, ho un incarico urgente da sbrigare.»
«Non mi importa. È vietato. Torna indietro o sparo.»
«Perché sparare? Come vedi sono disarmato.»
«Ho detto che è vietato.»
Nizar esitò. Girò la testa e i suoi occhi dalle ciglia impolverate scrutarono la folla. Poi tornò dal soldato per un altro tentativo:
«Per favore, tieni la mia carta d’identità fino al mio ritorno. Eccola.»
«Non la voglio. È vietato passare. Sono stato chiaro.»
«Fratello, perché vietato? Cosa vuoi da me? Devo arrivare a Ramallah.»
Il soldato rivolse il suo sguardo oltre la testa dell’uomo senza prestare attenzione, poi tornò e guardò Nizar dritto in volto. Era un’occasione per divertirsi, per fargli uno scherzo. Il soldato chiese a Nizar il suo documento d’identità. Lo guardò, poi alzò gli occhi di nuovo.
«Ascolta, ti lascerò passare se togli il cappello che hai in testa.»
Nizar guardò attentamente il soldato. Poi si tolse il cappello e lo gettò lontano.
«Ora posso passare?»
Il soldato scoppiò a ridere guardando il cappello cadere e scomparire tra le fila delle persone.
«Non abbiamo ancora finito. Ci sono ancora altre condizioni, se vuoi passare.»
Nizar sentiva di essere riuscito a superare la barriera iniziale del no categorico. Così iniziò a negoziare girando attorno al soldato:
«Cosa vuoi ancora?»
«Devi toglierti le scarpe e lasciarle a me. Le riprenderai al tuo ritorno.»
Nizar fissò il volto del soldato. Stava scherzando o diceva sul serio?
« Non se ne parla! Come farò a camminare con questo caldo, con tutti quei vetri e quella sporcizia?»
«Va bene, non vuoi? Allora torna da dove sei venuto.»
Nizar chinò la testa. Si voltò leggermente, scrutando la folla, ammassata nel bagliore del sole e della polvere. Per un solo istante, pensò di riprendere parte alla marcia del dolore e della sfida.
«Va bene, accetto.» disse con decisione.
Si piegò, si tolse le scarpe, si alzò e le mise su un blocco di cemento, sotto lo sguardo attonito del soldato, senza aspettare il suo permesso.
«Ehi, fermati! Le condizioni non sono ancora finite.»
Nizar rimase immobile, con i piedi saldi sulla polvere calda che il sole continuava a bruciare.
«Prima che tu vada, voglio che mi porti una tazza di tè.»
Nizar fissò il soldato per un attimo. Si guardò i piedi. Gocce di sudore gli colavano lungo i solchi del viso, indugiando un po’ all’estremità del mento, prima di cadere e sparire fra la polvere calda.
Camminò lentamente, poi scomparve. Tornò dopo cinque minuti con una bella tazza di tè. La porse al soldato che iniziò a sorseggiarla, mentre rideva e ammiccava ai compagni.
Nizar lasciò il checkpoint. Alla fine, era passato. È andato a Ramallah. L’importante era passare.
(Qui la storia potrebbe concludersi secondo la sua logica, ma – come al solito – un palestinese qualunque ha insistito perché la storia continuasse con un altro finale).
Dopo quattro ore, Nizar fece ritorno. Prima di arrivare al checkpoint si tolse le scarpe nuove e le mise in un sacchetto di plastica. L’accordo era che sarebbe dovuto tornare a piedi nudi.
Avanzò verso il checkpoint, verso il soldato.
«Eccomi, sono tornato. Dove sono le mie scarpe?»
Il soldato scoppiò a ridere e indicò con la mano le scarpe poggiate accanto al blocco di cemento.
Nizar si avvicinò alle scarpe. Infilò il piede destro e si sentì bagnato da un liquido caldo. Sobbalzò, fece un passo indietro e si tolse la scarpa. Guardò il soldato, al quale si erano uniti altri quattro e tutti iniziarono a ridere.
Nizar capovolse la scarpa e ne fuoriuscì un rivolo giallo torbido. La scrollò più volte. Provò ad asciugarla con alcuni fogli di giornale sparsi, pieni di foto e notizie di leader e summit. Si alzò con calma, infilò i piedi nelle scarpe e riprese a camminare attraversando il checkpoint. Fece tre passi. All’improvviso si fermò, si voltò e tornò indietro. Si avvicinò ai blocchi di cemento.
«Che cosa vuoi?» gli chiese il soldato mentre rideva sorpreso.
Nizar si fermò senza dire nulla. Guardò le macchine, le persone. Si tolse le scarpe e le posò sul blocco di cemento. Guardò fermamente il soldato negli occhi:
«Voglio dirti solo un’ultima cosa. Finché voi ci piscerete nelle scarpe e noi vi pisceremo nel tè, non ci sarà mai pace tra noi. Hai capito?»
Nizar, scalzo, si voltò velocemente e si tuffò tra la folla.
Beit Sahur, maggio 2003
Storie palestinesi da Beit Sahur / Palestina
Città palestinese della Cisgiordania, capitale de facto e sede amministrativa dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). [NdT] ↩︎
I checkpoint militari israeliani servono ufficialmente per motivi di sicurezza, ma nella pratica limitano la libertà di movimento dei palestinesi tra città e villaggi, interrompendo la continuità territoriale e frammentando la loro vita quotidiana e sociale. [NdT] ↩︎
Il riferimento è alla Divina Commedia di Dante Alighieri, in particolare all’Inferno, dove il poeta descrive il viaggio tra le anime dannate, spesso raffigurate come folle indistinte che si muovono in luoghi ostili. L’accenno alla “retta via” richiama invece l’incipit dell’opera (“Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita”). [NdT] ↩︎
Campo profughi situato a nord di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. [NdT] ↩︎











