Tre giorni

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Tre giorni

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Genere: Racconti
Immagine in evidenza: Luigi Mattioni, Centro Diaz, Piazza Armando Diaz, 7, Milan 1953-1957 | Domus


Riconoscimenti


Questo racconto è tratto dall’antologia realizzata da Margine Rivista in occasione della Festa del Lavoro del 2026 Lavorare Stanca.

Venerdì Domenica Lunedì

Venerdì
Non è il rumore che immaginavo. Pensavo ci sarebbe stato un comando, una voce più alta delle altre, qualcosa che separasse in modo netto il prima dal dopo. Invece è già tutto già accaduto, come quando ti accorgi di essere arrivato in fondo a un campo senza aver contato i passi.
C’è una cosa strana che succede quando si aspetta di morire: si comincia a ricordare male.
Non nel senso che i ricordi spariscono. È il contrario. Tornano tutti insieme, disordinati — il colore esatto di una giacca, l’odore del pane di tre anni fa, una parola detta di traverso in un mattino qualunque — e non si capisce perché proprio quello, perché adesso.
Sono fermo davanti a questi uomini che mi guardano e penso a mio padre. Non so perché penso a mio padre. Forse perché anche lui aveva le mani così — pesanti, inutili quando non lavoravano, come se le mani degli uomini della nostra famiglia non sapessero stare ferme senza diventare un problema.
Al lavór as magna, diceva. E aveva ragione. Ho lavorato tutta la vita e ho sempre mangiato.
È un pensiero buffo. Non avrei creduto di fare pensieri buffi in questo momento.
In questi mesi sui monti, ho letto dei libri. Gli altri mi prendevano in giro. Martino e i suoi libri. Come se leggere fosse una debolezza, come se capire le cose attraverso le parole degli altri fosse meno onesto che capirle con le mani.
Ma io ho sempre fatto tutte e due le cose. Le mani e le parole. Laura lo sapeva.
Laura.
Eccola. Sapevo che sarebbe arrivata. Arriva sempre quando provo a pensare ad altro — si intromette con quella sua pazienza ostinata, come se avesse tutto il tempo del mondo, come se il tempo fosse ancora una cosa che esiste in modo uguale per tutti e due.
L’ultima volta che l’ho vista aveva la pancia che spingeva contro il tavolo mentre sparecchiava. Rideva di questo — di dover tenersi a distanza dalle cose, di come il corpo diventi all’improvviso un problema logistico. Rideva piano, come rideva sempre, come se il ridere forte fosse uno spreco.
Poi sono arrivati i treni.
I treni hanno cominciato a passare in ottobre. Prima uno, poi due, poi una cadenza regolare, precisa come un orologio svizzero — e questa precisione era la cosa più inquietante, più di tutto il resto. Il caos fa paura, ma si capisce. La precisione no. La precisione vuol dire che qualcuno ha pianificato, ha costruito un sistema, ha pensato ai dettagli.
Noi li guardavamo dal bordo dei boschi e non parlavamo. C’era poco da dire. Bastava guardare e capire che quello che stava succedendo era una cosa che la storia avrebbe giudicato — e noi stavamo scegliendo da che parte stare.
L’ordigno non è stato un’idea. È stato un gesto, come tutti gli altri. Le mani hanno fatto quello che sapevano fare — legare, sistemare, misurare. La stessa attenzione di quando si prepara un campo.
Mi sto raccontando una storia comoda. La vera domanda è un’altra — perché proprio io? cosa cercavo su quei binari di notte che non potevo trovare nel cortile di casa con mia moglie e mio figlio? Forse c’è sempre una ragione sotto la ragione, un movente sotto il movente, e non finiamo mai davvero di conoscerci.
Ma c’è un punto in cui l’analisi diventa un lusso che non ci si può permettere. Un punto in cui bisogna fare e basta.
Primo ha tre anni. Corre nel cortile con quelle gambe che sembrano non appartenere ancora al suo corpo — troppo veloci per la testa che ci sta sopra, sempre un passo avanti rispetto all’equilibrio. Cade. Si rialza. Non piange quasi mai, il che mi preoccupa più del pianto — non so da dove viene questa sua durezza silenziosa.
E poi c’è l’altra. La piccola senza nome. Laura era sicura — una femmina, lo diceva con quella certezza tranquilla con cui diceva le cose che sapeva davvero.
Non sono io che sto morendo. È solo una versione di me che finisce qui.
Il resto — Primo, la piccola, Laura con la sua pazienza ostinata e le sue mani che girano le mie cercando quello che non so di avere — il resto va avanti. Va avanti in una patria giusta. Per questo vale qualcosa. Per questo si sceglie.
Il comandante dice qualcosa. Non ascolto le parole. Guardo sopra le sue spalle il cielo di febbraio. Un cielo normale.
L’ultima cosa a cui penso non è una cosa grande.
È il tavolo della cucina. La luce fioca. Laura che sparecchia e ride piano di quella pancia contro il bordo, e io che la guardo senza sapere ancora che mi ricorderò proprio di questo momento, qui, adesso, con le mani che non sanno più cosa fare.
Poi il cielo.
Poi niente.

Domenica
Un architetto non smette mai di misurare. È la prima cosa che mi ha insegnato il professor Cattaneo al Politecnico, settembre del sessantacinque. Misurerete tutto, aveva detto. Le stanze, le distanze, le persone. Io l’avevo preso come una promessa.
Adesso misuro questo soffitto. Tre metri e quaranta, forse qualcosa in più — la casa al mare l’ho costruita io, dovrei saperlo, ma questa misura non la ricordo. Adesso che la vita mi abita a fatica.
Il letto è largo. Più largo del necessario per uno solo.
Adelina è qui accanto. Non dorme. Lo so dal respiro.
Ho iniziato a lavorare a quindici anni in un ferramenta di via Galliera — bulloni, viti, pezzi che impari a conoscere con le dita. Il titolare si chiamava Benassi. Non sorrideva mai. Mi teneva perché ero preciso.
La sera studiavo. Non sempre. Ma rimandare non è rinunciare. Io lo sapevo. Mi sono diplomato alle serali a vent’anni, in una classe di uomini — operai, commessi, qualcuno che aveva fatto la guerra e cercava di ricominciare. Non ci stringevamo la mano. Ci guardavamo, e bastava.
Milano è arrivata dopo. Ho trovato lavoro in una fabbrica nella zona di Sesto. Di giorno dormivo. Di notte lavoravo. Eravamo in tanti. Non vedevo Milano — conoscevo la strada per la fabbrica e quella per il dormitorio, e per anni mi è bastato così, perché bastare era l’unica cosa che sapevo chiedere.
L’incidente è successo in quella fabbrica, un martedì di novembre. Eravamo in due — io e Carnelli. Stavamo spostando un carico. Una manovra normale. Carnelli era sul muletto, io ero a lato, le mani sul carico. Il gancio si è staccato. Queste cose non avvisano.
Ho ottantadue anni. Non ho mai raccontato il dopo. Alcune cose non guariscono. Si portano, e basta. Come le mani di mio padre.
Quello che ricordo, dopo, è la strada. Uscito dalla fabbrica, le gambe andavano da sole nel freddo di novembre. Un solo pensiero: o mi fermo qui o vado avanti per sempre.
Il giorno dopo mi sono iscritto all’Università.
Non per coraggio. Per paura. Ci ho costruito sopra. Ho continuato a lavorare di notte in fabbrica per cinque anni, fino alla laurea. Conoscevo la strada per il Politecnico e quella per la fabbrica, e mi bastava.
Ho chiamato lo studio col mio cognome. Solo il cognome. Senza il nome. Studio Montanari. Adelina mi aveva chiesto perché. Le avevo detto che suonava meglio, che era più professionale.
Non le avevo detto la verità. In quello studio c’era anche lui. Ogni progetto firmato Montanari era firmato anche da un uomo che non aveva mai visto un palazzo costruito da suo figlio.
All’inizio c’erano stati incarichi piccoli, ristrutturazioni, un capannone industriale a Sesto che non ho mai amato ma che mi ha pagato l’affitto per due anni. Lavori piccoli. Compromessi.
Poi ho imparato a chiedere.
Quando è arrivata la commissione per via Moscova non ho dormito. Non per l’ansia. Era qualcosa di diverso. Sette piani. Un intero isolato. Facciata in cotto. Finestre alte. La luce a Milano è poca. Bisogna prenderla tutta. Ho pensato più alle finestre che a qualsiasi altra cosa. Le finestre sono la prima decisione di un edificio. Decidono come il mondo entra dentro.
Il palazzo è ancora lì. Lo so senza vederlo, lo sento come si sente una parte del corpo.
Quando è stato finito sono andato a vederlo con Adelina e Gianni. Gianni aveva tre anni e arrivava al mio ginocchio. Il palazzo di papà, aveva detto, indicandolo con un dito come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se tutti i padri lasciassero qualcosa di visibile, di solido, di sette piani.
Non tutti i padri possono. Mio padre ha lasciato qualcosa anche lui. Non lo sapeva, probabilmente. Non si sa, mentre si fa, cosa resterà. Si lavora, si sceglie, si costruisce. E quello che rimane non è quasi mai quello che si pensava.
Io ho lasciato un palazzo. Lui ha lasciato un paese in cui anche io posso costruire palazzi.
Non so quale dei due sia il lavoro più grande.
Adelina si muove. Non parla. Si avvicina di qualche centimetro. Visto che era per la vita? Vorrei dirglielo. Adesso la frase ha un peso diverso, suona come un confine.

Scelgo di tacere.
Il soffitto è tre metri e quaranta.
Il letto è largo
Adelina è vicina

Chiudo gli occhi.

Lunedì
Da che altezza è idoneo guardare una città?
Sono al ventiseiesimo piano. Questo edificio è mio — o meglio, l’ho fatto costruire, che non è la stessa cosa, anche se per anni ho creduto di sì. Mi sono tenuto l’attico, la piscina, il bosco pensile, la veranda che entra nel soggiorno. Un soggiorno affacciato sulla vita di Milano. Quando mi sono trasferito qui ho scoperto che al ventiseiesimo piano è impossibile sentire la vita. Sono così distante che a volte mi chiedo se sono ancora vivo.
Stamattina mi sono svegliato circondato da estranei. Non so i loro nomi.
Ho guardato le mie mani. Sono grandi. Come quelle di mio padre, che teneva la matita in un modo preciso. Io non l’ho mai imparato, perché non ho mai avuto pazienza per imparare le cose che richiedevano tempo.
Mio padre ha sacrificato la sua giovinezza, accontentandosi delle briciole, e gli bastava — quella parola, bastava, me la ripeteva come se fosse una virtù e io non capivo. La vita dov’era, gli chiedevo. La giovinezza dove era finita? Lui sorrideva con calma e diceva che la vita era iniziata dopo, con mia madre, con noi figli, con il palazzo. Come se rinunciare fosse la stessa cosa che costruire.
Io invece ho vissuto. Ho veramente vissuto.
Mi fermo su questa frase. La sento strana in bocca, come quando si dice una parola troppe volte e perde il significato. Ho vissuto. Ho vissuto davvero. Cinque anni di nebbia, feste che non finiscono, gente che dorme nel mio appartamento e non conosce il mio nome — o forse lo conosce e a me non importa. È questo che intendevo? È questa la vita che non volevo perdere mentre mio padre studiava di notte?
Mia sorella è in Toscana, pubblica libri che quasi nessuno legge ed è felice in un modo che non riesco a spiegarmi. Mio fratello è in America, studia il bosone X in uno studio freddo dove è l’ultimo arrivato, ed è felice in un modo che non riesco a spiegarmi. Li guardavo da lontano e pensavo: poveri. Hanno rinunciato a tutto. Non hanno capito niente.
Li guardavo da lontano e pensavo: poveri. Hanno rinunciato a tutto. Non hanno capito niente. Ci ho messo anni a smettere di crederci. Adesso, da quassù, con il tempo che si è fatto stretto, la cosa mi sembra diversa — che forse la rinuncia e la scelta si somigliano molto, viste da lontano, e che io non ho mai avuto la pazienza di avvicinarmi abbastanza per distinguerle. La felicità non si eredita. Non si acquista. Si costruisce.
Io ho ereditato lo studio Montanari — tre sedi, progetti in tutta Europa, il nome di mio padre sopra la porta — e ho fatto quello che so fare: ho lasciato che i grandi si occupassero degli affari, ho quotato tutto in borsa, ho aspettato che i soldi arrivassero. I soldi sono arrivati. Poi sono andati via. Poi è arrivato il CDA.
Tre mesi fa mi hanno espulso dalla mia stessa azienda, tenendosi il nome. Hanno cacciato l’unico Montanari rimasto — quello che non aveva mai lavorato davvero ma aveva creduto che ereditare fosse la stessa cosa che costruire.
Mio padre era contrario alla quotazione. Una volta quotato, non è più tuo. Non sarà mai più tuo. Lo diceva con la voce calma con la quale diceva le cose che sapeva davvero. Io non avevo tempo per capire. Non ho mai avuto tempo per capire le cose che richiedevano di stare fermi.
È davvero strano quello a cui riusciamo a pensare mentre tutto ci scivola via dalle mani. Dal mio cornicione dorato penso a Luce. Penso a Luce che vive con Vittorio. Penso a Vittorio che torna a casa, stringe suo figlio, tocca la pancia sempre più gonfia di Luce e poi cena. Niente feste, niente droghe, niente cornicioni. Una villa, un cane.
Luce. Sette anni insieme, poi un giorno non l’ho più vista. Non c’è stato un momento preciso — è successo lentamente, poi tutto insieme, come le cose che non riesci a vedere mentre accadono. Una mattina non era più lì e io non avevo nemmeno la certezza di quando fosse andata via.
Vittorio ha iniziato come tirocinante. L’ho licenziato perché non lo sopportavo — non ricordo nemmeno perché, un giorno non lo sopportavo più e l’ho chiamato nell’ufficio e gli ho detto che non c’era più posto per lui. Mio padre l’ha riassunto il giorno dopo, scusandosi, e lo ha trattato come il figlio che io non sarei mai stato. Vittorio — così lo chiamava mio padre, con quella familiarità che non aveva mai avuto con me — era preciso, puntuale, capiva le cose senza che gliele spiegassero due volte.
Adesso Vittorio ha il suo studio. Ha cominciato dal basso, ha imparato il mestiere, ha aspettato il momento giusto. Ha fatto quello che avrebbe fatto mio nonno, quello che ha fatto mio padre. Ha capito la lezione che io non ho mai voluto sentire.
Vive nella sua villa di design con Luce. Hanno un figlio e la seconda in arrivo.
C’è un’espressione che conosco bene. L’ho vista tutta la vita sul viso di mia madre — a metà tra delusione e schifo. La prima volta avevo sedici anni. Poi quando mi hanno cacciato dal liceo. Poi per l’auto distrutta di Lorenzo. Poi per Vittorio. Ogni volta mia madre faceva quel gesto — un cenno verso di me, come a dire: eccolo, questo è mio figlio, fate vobis.
Mi guardo allo specchio e ho i suoi lineamenti. Dei tre fratelli sono quello che le somiglia di più, fisicamente. Altro discorso è la tempra.
Quella stessa espressione, adesso, ce l’ho io. Me la vedo nello specchio ogni mattina. Non è delusione per qualcosa che poteva andare diversamente, è la consapevolezza chirurgica che le cose sono andate esattamente come dovevano andare. Che non c’è stato nessun momento in cui il destino ha tradito, solo momenti in cui io ho scelto la strada più larga, quella senza fatica, quella che scendeva invece di salire.
Le mani degli uomini della nostra famiglia non sanno stare ferme senza diventare un problema. Le mie sono ferme da sempre. Non hanno mai saputo cosa fare con tutta quella grandezza.
La nebbia stamattina è alta. Sono oltre le nuvole. Milano da quassù è silenziosa, ordinata, bella come una cosa vista da troppo lontano per essere vera.
Mio nonno ha scelto da che parte stare nella storia. Mio padre ha costruito qualcosa che resta. Io ho ereditato entrambe le cose e non ho saputo tenerne nemmeno una.
Da che altezza è idoneo guardare una città?
Poi niente.

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