Il tempo delle ombre
Il tempo delle ombre
All’alba del loro primo risveglio da ombre, gli uomini pensarono di essere morti. Si erano ritrovati senza forma. Cercando il proprio riflesso avevano trovato una figura nera senza lineamenti, con un contorno accennato dove prima erano gli occhi e il naso. Scoprirono di avere ancora fame: fecero colazione fagocitando il cibo col proprio buio. Parlando, scoprirono di avere una voce senza tono; gli era stata strappata anche l’ultima cosa che potesse renderli riconoscibili. Fallendo nel trovarsi addosso una traccia di sé, la cercarono negli altri. Così venne lo scompiglio di ogni legame: coniugi incapaci di riconoscere l’ombra con cui avevano condiviso il letto, fratelli diffidenti l’uno dell’ombra dell’altro, genitori nell’affannosa ricerca dei figli tra plotoni di piccole ombre in fuga.
Dopo i legami, vennero meno i ruoli. Stretto un tacito assenso con la moglie-ombra, il contadino decise di mettersi ad arare; in fondo, quello era ancora il suo compito. Quando gli cadde lo sguardo sulle mani nere e informi, sotto la luce del tardo mattino, le trovò prive di calli – senza calli non c’era motivo di arare. Non c’era quindi ragione che fosse un contadino. I viandanti si sostituirono agli imperatori, sapendo dimostrare meglio di loro – privi dell’apparenza del potere – di essere regnanti; i servi, scoperto di essere liberi dal giogo della fame, si sciolsero le catene; qualcuno fece fortuna vendendo la merce di altri; qualcun altro andò cercando tra i sacerdoti il motivo della sparizione della forma, ma al loro posto trovò solo ombre come altre.
La psicosi andò esaurendosi nel tardo pomeriggio. Le ombre serrarono le botteghe, abbandonarono le corti e si riversarono nelle strade. S’erano accorti che la forma aveva portato via con sé i propri bisogni. Non c’era più motivo di cercare ricchezze. Il mondo gli sembrava solo un elaboratissimo sistema per spartirsi il diritto a sopravvivere, una cosa di cui loro non avevano più necessità: un’ombra vive finché c’è luce a proiettarla. Senza ricchezza, poi, venne meno anche il divertimento del potere. Non trovarono alcun piacere nel giocare al nobile o all’imperatore.
Si ritrovarono quindi ad affollare le strade, vaghi, indistinti, e si fissarono l’un l’altro nella speranza di riscoprire le macerie del mondo che era stato, di rispolverare negli sguardi altrui le ambizioni, le sofferenze e il peso delle cose. Non trovarono che i contorni d’una miriade di occhi, e niente a definirli. Ombre spalla a spalla con altre ombre; chissà che non ci fosse qualche coniuge o fratello spalla a spalla con l’altro, senza lo stendardo dei lineamenti o il segnale della voce ad avvisare della propria presenza. Giunta la sera, si resero conto di non essere nulla. Sul ciglio della notte, capirono di poter essere qualsiasi cosa. Sul finire del tempo delle ombre, si accorsero di essere sé stessi più di quanto non fossero mai stati.
Il mattino successivo venne a lavare via il nero e a restituire agli uomini la loro forma. Per prima cosa arrivò la consapevolezza che il mondo apparisse ancora lo stesso. In fondo, le percezioni di un’ombra non erano dissimili da quelle di un uomo. Poi tornò l’immagine allo specchio dei lineamenti, dei pori della pelle, del colore delle iridi e della capigliatura, oltre all’oppressione di essere rivelati. I coniugi si risvegliarono uno accanto all’altro e scoprirono di non potersi più nascondere dal proprio legame; così anche i fratelli e i genitori, che da ombre si erano lentamente scrollati di dosso la responsabilità dei figli. Scoprirono infine che il mondo sembrava aver ignorato il loro giorno da ombre. Gli schiavi, giunti in serata su rive lontane, si svegliarono sul loro giaciglio nella magione dei padroni; gli imperatori scoprirono di aver ancora la corona in testa; i bottegai urlarono di gioia quando si accorsero di avere ancora tutta la merce in magazzino, anche se qualcun altro l’aveva venduta durante il giorno precedente. Il tempo delle ombre assumeva la consistenza del delirio collettivo. Nessuno ne faceva menzione, ma per tutti iniziava la fervente attesa di una nuova, futura liberazione. Il contadino ritrovò i calli sulle mani. Memore d’essere stato un’ombra, pensò che in fondo non ci fosse ragione per continuare a essere un contadino. Nonostante la realizzazione, imbracciò la vanga e si diresse verso il campo. Vangava e vangava e vangava – ogni volta che la testa di ferro si scontrava con la terra dura, si chiedeva perché vangasse. Si diede la sbrigativa risposta che così doveva essere, perché tutti si aspettavano che vangasse: avendo una forma non poteva venire meno alle aspettative. Sua moglie, che aveva amato un’altra ombra, si chiese perché continuasse a stare al fianco di suo marito. Si diede la stessa risposta. Così i servi rimasero servi, i padroni rimasero padroni, i clienti clienti e i bottegai bottegai; i viandanti continuarono a vagabondare e gli imperatori a regnare. Continuarono a vivere come non fossero mai state ombre, perché si incatenavano l’un l’altro: le aspettative di una forma a determinare il ruolo dell’altra, e le aspettative di quest’ultima a determinare il ruolo di un’altra ancora. Comportarsi come ombre avrebbe significato rivelarsi alle altre forme più di quanto non fossero disposti a fare. Si erano accorti, però – chi lucidamente e chi meno – che la forma li confinava in una struttura di cui erano loro stessi i mattoni, i parapetti, le travi; che un uomo può essere ombra anche avendo una forma, ma che smette di esserlo nel momento in cui viene osservato.
Giunta nuovamente l’alba delle ombre, si ricordarono di poter essere qualsiasi cosa che potesse essere contenuta entro i limiti della propria figura; ricordarono, poi, che quando si ha la possibilità di essere qualsiasi cosa si sceglie inevitabilmente di essere sé stessi. Si gettarono nel mondo e lo trovarono libero: un rifugio dove nulla è ostile, un teatro fraterno per ogni desiderio, ogni fuga, ogni amore improvvisato. Scoprirono che nella propria voce senza tono c’era più tono che mai: stava nel loro personalissimo modo di far seguire una parola all’altra, nella particolarità del loro vocabolario, nell’espressione dei concetti che, da forme, s’erano fatti cura di tenere per sé. L’alba era venuta e gli aveva strappato di dosso ogni obbligo e ogni costrizione. Non gli rimaneva che vivere: un’ombra non ha doveri se non venire proiettata.
Ancora oggi, arrivata la giusta alba, il mondo viene popolato dalle ombre. Qualcuno lo chiama semplicemente “il tempo delle ombre”, come da tradizione; qualcun altro, “la liberazione”; altri ancora, “il giorno più luminoso”. Gli studiosi hanno preso a definirlo come la morte di qualcosa; se gli si chiede di cosa, dicono che si tratta dell’osservatore strutturato; se gli si chiede cos’è, rispondono che si tratta di ognuno di noi e che il suo ruolo è mantenere lo stato delle cose. Ai più non interessa e si limitano a godere del giorno in cui essere è un diritto e la forma, con il suo peso, non si mette di mezzo. Il tempo delle ombre è la celebrazione del vero e dell’impermanente. È un giorno da vivere con la consapevolezza della sua fine. I rapporti germogliano e appassiscono, le esperienze vengono condivise e tenute segrete. Anche se due uomini si fossero incontrati da ombre più di una volta, non lo saprebbero mai; probabilmente sarebbero stati una volta amanti e quella dopo nemesi. Ogni volta che un uomo diviene ombra ne diviene una diversa, covata durante i propri giorni da forma. In un certo senso, anche le ombre ne hanno una. La si può scoprire solo interagendo. È dettata dalle pulsioni e dai desideri, dalle azioni e dai legami, dal modo di infilare una parola dietro l’altra e dal senso delle proprie discussioni – è la sintesi del loro unico giorno di vita.
Le ombre solcano i mari, si ubriacano, rovesciano il mondo, si amano, si uccidono, parlano di ciò di cui non hanno mai potuto parlare, regnano finché è divertente farlo, architettano il domani e discutono di ieri; all’alba del giorno seguente, si svegliano nei propri letti con la propria forma di sempre. Si ripromettono di essere un po’ più ombre, anche nel mondo delle forme; ma si abituano troppo in fretta a quello che gli è dato da vivere. Il significato di essere stati ombre svanisce dopo una manciata di albe. La promessa fatta al mattino perde di senso, e ricomincia l’attesa.