Quindici minuti

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Quindici minuti

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Genere: Racconti
Immagine in evidenza: The fifth blot of the Rorschach inkblot test | Wikimedia Commons

Negli ultimi mesi aveva iniziato a prendere appunti. Li disponeva su colonne: una per il gesto, l’altra per la sua conseguenza.
Tenere al telefono un amico finché quello non perdeva l’autobus. Autobus che poi era finito al telegiornale, a seguito di un incidente. Chiedere a una collega di cambiare turno e scoprire che in quell’ora un carico si era staccato da una gru, finendo sul marciapiede dove lei fumava sempre. Lasciare la porta dell’ascensore aperta e venire a sapere del vicino di casa anziano morto di infarto sulle scale.
All’inizio gli sembravano solo coincidenze. Poi, messe una accanto all’altra, cominciavano a somigliare a uno spartito.
Quella sera era in coda alla cassa del supermercato, nel cestino aveva una bottiglia di latte e un pacco di biscotti. Davanti a lui una signora che rovistava nel portafoglio, dietro un uomo con il carrello pieno. Più indietro ancora, un ragazzo con il telefono in mano e il collo teso verso le casse veloci, che a quell’ora erano chiuse.
Si voltò verso l’uomo col carrello.
«Vuole passare avanti lei?» chiese.
L’altro lo guardò, poi guardò il latte e i biscotti. «Sicuro?»
«Sì, sì, vada pure.»
L’uomo ringraziò e spinse il carrello avanti.
Intanto la coda si allungava. Tutti ogni tanto guardavano la cassiera, poi il telefono, poi di nuovo verso la cassa. La signora davanti a lui trovò finalmente le monete che cercava. Quando finì di pagare e si spostò, toccò all’uomo con il carrello pieno. Iniziò a posizionare tutto sul nastro cercando di fare in fretta. C’erano arance, banane, detersivi, una vaschetta di petti di pollo, quattro yogurt, una confezione grande di carta igienica. Il ragazzo col telefono sbuffò e appoggiò il suo cestino davanti ai piedi, per terra.
«Se hai fretta, passa anche tu» disse. «Io non ho da fare.»
Il ragazzo esitò un secondo, poi spinse in avanti il cestino con un piede. «Grazie» disse.
A quel punto si ritrovò terzo invece che primo. Davanti aveva il carrello che non finiva mai e il ragazzo. Guardò l’ora sul telefono. Aveva spostato il mondo, il suo e quello degli altri, di quasi un quarto d’ora.
Tirò fuori il taccuino dalla tasca. Sotto la data scrisse in stampatello: coda alla cassa, ho fatto passare davanti a me due persone.
Richiuse il taccuino e lo strinse in mano finché non arrivò il suo turno.
Alla cassa pagò, infilò lo scontrino in tasca e uscì nel parcheggio. C’erano poche macchine. Restò un momento fermo con le chiavi in mano, a immaginare dove fossero, in quel punto preciso del tempo, l’uomo col carrello pieno e il ragazzo col telefono.
L’uomo forse era già al semaforo di via Mazzini, quello vicino alla rotatoria dove le macchine arrivavano sempre troppo veloci. Il ragazzo invece poteva essere al telefono anche adesso, con la testa bassa, un piede giù dal marciapiede prima che sia scattato il verde.
Lui non si mosse.
Contò fino a trenta. Poi fino a sessanta. Guardò passare una donna col passeggino, una coppia di pensionati che discutevano del figlio sempre assente. Solo dopo mise il latte e i biscotti sul sedile del passeggero, salì in macchina e chiuse la portiera. Appoggiò le mani sul volante e aspettò che il respiro tornasse normale. Si era appena reso conto che stava trattenendo il fiato.
Una volta pensava che il male fosse qualcosa di eclatante e rumoroso. Poi aveva capito che no, il male poteva avere modi più modesti, quasi gentili. Che anche lasciare passare avanti qualcuno alla cassa poteva bastare a far crollare una vita.
Accese il motore soltanto quando il display dell’orologio segnò le 19:46.
A casa mise il latte in frigo e lasciò i biscotti sul tavolo. Si tolse le scarpe senza slacciarle e andò dritto al cassetto della credenza. Ripose il taccuino sopra dei ritagli di giornale piegati in quattro, una busta di plastica con dentro vecchi scontrini, due fogli stampati con gli orari degli autobus che passavano in zona, e una fotografia senza cornice. Prese quest’ultima in mano. Si vedeva una donna davanti a un forno, con la testa piegata di lato e una mano davanti agli occhi, per schermarsi dal sole. Sorrideva rivolta a qualcosa che stava oltre l’obiettivo. Forse a lui. Sul retro, in basso, c’era una data scritta a penna.
Rimise la foto al suo posto e prese di nuovo il taccuino.
La prima nota vera era di tre anni prima, scritta su tutta la larghezza della pagina. Non aveva ancora inventato le colonne. Sembrava scritto di fretta, come chi ha urgenza di annotare qualcosa che ha paura gli scappi via dalla mente.

Le avevo chiesto di scendere a prendere il pane perché io ero in ritardo. Ha detto torno in due minuti, ma alle 18:12 il furgone è passato con il rosso.

Ci aveva pensato e ripensato per settimane. Se fosse uscito lui, se non avesse chiesto niente, se per una volta avessero cenato senza pane. Se avesse ricordato di comprare il pane il giorno prima. Se le avesse detto lascia stare. Se le avesse detto aspetta che vengo con te.
I morti lasciano ai vivi soprattutto questo, pensava. Il rimorso e i rimpianti. L’ossessione di smontare e rimontare pezzi del passato, alla ricerca di una vite allentata che li convinca che non è stata colpa loro, e che non avrebbero potuto fare di più.
All’inizio di questo gioco malato gli serviva una colpa che avesse una forma. Poi la forma era diventata un metodo, il “metodo malattia”.
Accese il portatile e aprì il sito di notizie locali, poi il traffico, poi il gruppo Facebook del quartiere.
Alle 21:08 non c’era nulla.
Alle 21:41 comparve un tamponamento sulla tangenziale, ma senza feriti.
Alle 22:17 un blackout in un intero quartiere, dietro la stazione.

Non tutto si vedeva subito, a volte l’effetto di un gesto poteva arrivare il giorno dopo. A volte non succedeva nulla. Oppure, così si diceva tra sé e sé, era successo qualcosa non abbastanza grosso per finire su un giornale.
Non pensava di governare il mondo, ma era sicuro che il mondo, ogni tanto, si lasciasse spostare di qualche minuto. E pochi minuti, a volte, segnavano la differenza tra l’essere in prossimità dell’esplosione di una bombola a gas e il passare lì davanti quando il disastro era stato già sistemato.
Andò a letto vestito, con il taccuino aperto sopra il petto.
La mattina dopo, la notizia era riportata in piccolo sul sito delle notizie locali.

Uomo coinvolto in un incidente all’altezza di via Mazzini. Cinquantadue anni. Morto sul colpo. Inutile l’intervento dei soccorsi. Lo scontro è avvenuto intorno alle 19:44.

Restò a guardare l’orario per un po’. 19:44. Poi aprì il taccuino.
Alla data della sera prima, nella colonna dell’effetto, scrisse: uomo morto in un incidente in via Mazzini.
Con la penna ancora sospesa in aria pensò all’uomo col carrello pieno. A quella spesa troppo grande per un uomo solo. Sotto la riga appena scritta aggiunse altre due parole.

Mi dispiace.

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