Danzo precipitando
Danzo precipitando
Su questi testi
Le poesie sono tratte dalla raccolta Danzo precipitando. Inciampi orfici e meridiani, Controluna (2025)
Danzo precipitando è il titolo, ispirato a un verso di Marina Cvetaeva, di una silloge in cui la parola prova a farsi carico del carattere magmatico di questo vissuto, ma anche e soprattutto del fallimento di ogni pretesa di ascrivere allo stesso un senso filosoficamente compiuto che ambisca a superare la sua unica possibile declinazione: il particolare, il finito, lo scarto, l’erlebnis.
Si intrecciano e si rincorrono, seguendo un ordine che non è tematico ma cronologico, biografico, nodi gordiani legati all’estraneità di ciò che dovrebbe essere più prossimo e rassicurante, all’amore come spasimo dell’anima e del corpo, come perdita e resurrezione, al Sud come miraggio di un impossibile ritorno all’origine, al tempo come cadenza inafferrabile che lega le attese di un pronome inospitale indifferentemente agli anni, alle stagioni o agli istanti, alla scintilla di attimi di pienezza improvvisi che si annidano negli spazi interstiziali del quotidiano – un baluginio che diventa oasi di salvezza quando abbandona ogni ostinazione della mente per farsi sguardo e respiro. Si tratta di una parola agognata e rincorsa come unico approdo salvifico per il dolore legato alla perdita di persone amate, ma anche come traccia del naufragio definitivo della possibilità di consegnare alla logica disgiuntiva del pensiero filosofico l’eccedenza di senso che attraversa l’esistenza, che ne decreta le cadute, non meno dell’incontenibile, indomito e sacro slancio erotico.
In fondo di questo si tratta: epifanie, movenze telluriche, peregrinazioni dello sguardo e della memoria che anche quando hanno un oggetto, un accenno di messa a fuoco, registrano uno scarto, un altrove, un tempo solo sfiorato che lo sguardo riesce appena a intercettare, rimanendo sospeso. Se queste poesie hanno un tema focale, un epicentro, questo è forse la stessa parola poetica, la sua ritrosia, il suo concedersi e sottrarsi insieme, il suo offrirsi come approdo necessario, ma mai definitivo e consolatorio.
Le tre poesie che seguono non hanno un titolo: per agevolare la navigazione dell’utente, in corsivo venogno contrassegnati come titoli i primi versi di ciascun componimento.
# Io cerco la grazia e il fuoco permalink
Io cerco la grazia e il fuoco
i resti di una verità
giambica e verticale.
Sono il lembo che non collima
un ronzio di mosche intrappolate
un pronome inospitale.
Io sono quello che cerco:
l’impermanente eterno
la primavera che si disfa nell’estate
l’autunno nell’inverno
l’eccedenza e il bordo
lo straripare indomito
- urgente
della parola
e la traccia sottile
- ineffabile
del segno
la bellezza di chi sa ascoltare
e la piega amara delle labbra
che sa dischiudersi in sorrisi
dimentichi di ogni senso e ogni sua assenza.
Io cerco quello che sono
e insieme quello che non sono:
il fragore dell’intelligenza
e il pudore con cui si tace
il talento che ama nascondersi
e quello che risplende nudo
- feroce
l’intemperanza e il silenzio
l’ortodossia che fa mea culpa
l’incedere lento
e la folgorazione improvvisa
l’apeiron nelle increspature del corpo
l’inciampo nel buonsenso
le mani di mia madre
la figlia nelle sue mani.
Io cerco l’amore che annotta e brucia
fragile come il vetro
saldo come un pino loricato
l’amore leale come un dolore
una risata
una spiga di grano.
Di notte, sono (io) il buio
che inghiotte
il fare e la sua giostra
all’alba, sono la bugia
di promesse salvifiche
e odorose.
Cerco gli abissi
la frescura indulgente della controra
gli sconclusionati amori.
Con lo sguardo cerco il cielo
ma di più amo la terra,
rorida e sacra.
Io cerco il bene con la minuscola
che non si vanta e non si lamenta
che non addita il suo contrario.
Io cerco il graffio nella tela
l’innocenza nell’errore
la caduta nella vittoria.
Io cerco le superfici
ruvide scavate stanche.
Dell’albero amo l’ombra.
Io cerco la fame negli occhi
nell’anima
nella tua bocca.
# Mondo – lo chiamano permalink
Mondo – lo chiamano
questa ipostasi irregolare
queste schegge taglienti
questo troppo di mandorle amare.
Una formica schiva la suola
di una scarpa americana
nel centro del Pantheon.
E mentre si compie il giorno
di destini arcani
della bellezza misuro il tormento
la distanza tra il bagliore
e il difetto di attenzione.
Della crudeltà, le colossali forme
e le pulviscolari:
guerra – fame - male banale.
Con quale metro avanzo?
Umanissimo mondo,
straripante e beffardo mondo
dentro il tuo azzurro inverno
tacciono le cicale.
La fame del poeta nutre
i suoi versi postumi.
La storia mi passa accanto.
Il gelo degli avi mi ingoia.
Ma ancora non so morire.
Nell’impotenza del dolore
un rigurgito di rabbia
si fa respiro.
In questo troppo di sangue
in questo troppo di niente
io - respiro ancora.
Un imprevisto eccede
squarcia la rete
dell’indulgenza.
Un grammo di idiozia in più
di indifferenza in più
di prepotenza in più
scombina i piani.
A rompere l’inerzia è sempre un’inezia
un’ape, un nulla.
La proverbiale goccia
che buca e rovescia le sorti.
E se di hegeliani ottimismi
io diffido,
nutrirò le api
di parole nuove.
# Scompare permalink
Scompare
dal palmo delle mani
evapora come pioggia millenaria
l’odore tuo
che più non trattengo.
Così - senza più dolore
trovo cave le mie mani
e assente
come un settembre disatteso
il canto.
Come eretica bellezza
quest’aria non so respirarla.
Eppure crepita,
divampa.