Di sabot e altre cose infernali
Di sabot e altre cose infernali
Non gli interessavano che le gambe, con i piedi e le caviglie.
Lo sguardo percorreva il mezzo metro che da terra andava insù e poi scartava tutto il resto, riducendo il mondo allo scalpiccio delle suole che gli si muovevano attorno e alle frasi smozzicate lasciate cadere sul selciato dal vociare della gente. Tanti gli passavano accanto svagati, picchiettando a passi comodi le chianche della piazza, stretti a braccetto col vicino. Le vecchie, soprattutto, con le zeppe De Fonseca della parafarmacia, ciondolavano assieme alle comari, mentre gli orli delle gonne lambivano gli stradari di vene bluastre disegnati sui polpacci. Spesso tenevano per mano i nipoti, che si attardavano a osservarlo. I bambini erano gli unici, insieme ai cani e altri esseri minuti, dei quali lui vedesse il volto. Certe nonne li strattonavano veloci, altre si fermavano giusto il tempo per tracciare un rapido segno della croce.
Il volto di Cristo era affiorato piano e, per tutto il giorno, il madonnaro aveva strofinato coi gessetti la pietra su cui era chino, mescolando il pigmento al sudore che gli gocciolava sulle dita. Le lastre porose diffondevano un calore misto a polvere, che si insinuava tra la palpebra e la sclera, foderando i suoi occhi di bruscoli puntuti. Quando sentiva un rigagnolo pigro sfuggire alle ciglia si rinfrescava con la pezza inumidita, per poi riprendere il disegno.
Da ore era genuflesso al cospetto di quella figura sacra, come stesse espiando una pena attraverso il martirio di ginocchia e polpastrelli. Questi danzavano veloci sui panneggi delle vesti, per diffondere meglio il colore e raccontare dove, per la piega del gomito o lo sporgere della spalla, la stoffa si faceva rigonfia o sgualcita.
Il Cristo era bello e aveva un’aria vagamente beffarda; chi si fermava a osservarlo ne era sedotto e si chiedeva cosa celasse il suo sguardo sornione. Anche le vecchie, dapprima sbrigative, presero a indugiare di fianco al madonnaro, cui giungeva l’odore di canfora e lacca Splend’Or soffiato dai ventagli che agitavano accalorate. Pochi centesimi rimbalzarono dai portamonete al pavimento, mentre il cielo si faceva più livido e una densa cappa d’afa schiacciava i tetti e la sua fatica di gesso.
Terminato il Redentore, si spostò sugli spazi sottostanti.
La porzione di piazza che aveva occupato era ampia e delimitata da una dozzina di lumini scarlatti, sui quali campeggiava — altrettante volte — un Padre Pio sbiadito e intento a sorvegliare il cantiere, dardeggiando con lo sguardo chiunque pensasse di attraversarlo. Col bianco il madonnaro abbozzava nubi increspate, campite inclinando il gessetto e sfregandolo piatto. Aggiunse punte di grigio e riflessi violacei, sfumati, con la mano impastata di colore, per modellare la coltre ai piedi del Cristo.
Intanto, curvo sul suo cielo, sentiva tuonare quello che lo sovrastava.
Nessuno ne aveva ancora visto il volto con chiarezza, ma solo i capelli castani ravvolti sulla nuca e il naso adunco, che proiettava il profilo verso il basso. Il paese ignorava la tonalità dei suoi occhi e la forma del sorriso, così come l’altezza o il timbro della voce. L’unica cosa evidente era il movimento febbrile delle dita, che svolazzavano sulle chianche mentre il tratto iniziava a seguire forme diverse.
Così, sagome di gambe tozze, grasse o affusolate spuntarono tra le spire delle nubi.
Certe le aveva ritratte assecondando le striature delle lastre, per intessere reticoli di scuri capillari. Su molte cosce la luce pareva inabissarsi in marcate conche d’ombra, mentre gli arti erano tappezzati di peluria nerastra, oppure oliati, come pezzi di pollo girati sullo spiedo.
Una ridda di corpi, celati per metà, si agitava in quel fosco turbinio e la gente li guatava insospettita.
Più d’uno si affiancò al madonnaro, che vide pantaloni corti o risvoltati per la calura, sopra scarpe tamburellanti d’impazienza. Attorno a lui vecchi ansanti puntellarono il peso su grandi ombrelli tenuti a mo’ di bastoni, e dita laccate di rosso gli apparvero sotto il naso.
Mise subito mano al gessetto vermiglio.
Le figure che brulicavano nel cielo babelico non avevano zampacce irsute, come quelle dei diavoli che le schernivano, ma calzature ortopediche oppure alla moda. Sempre più curvo, tracciava décolleté spuntate e sandali gioiello, dai quali sbucavano unghie smaltate su alluci paffuti. La galleria di sneaker, penzolanti dalle nubi, ricalcava gli scaffali di Foot Locker, con i loghi e le forme della gomma replicati fedelmente. Poi, col marrone disegnò mocassini e col blu sabot, sulle cui suole piantò talloni coriacei e farinosi come il pane di Altamura. In essi, alcuni degli astanti riconobbero, colpevolmente, i propri.
Il madonnaro stendeva il pigmento con foga e la folla, con la stessa postura, ispezionava prima i piedi di carne e poi quelli di gesso.
La gente guardava in tralice le scarpe dei vicini e questi, in un contagio d’improvviso pudore, le ritraevano, allungando gli orli dei calzoni. Il brusio, intanto, correva sul basolato insieme alle formiche e nel perimetro custodito dal frate di Pietrelcina planavano banconote spiegazzate. Le mani di molti scivolarono sulle tasche posteriori, per estrarre portafogli e contanti e, quando le proprie finanze non bastavano, guizzavano su quelle degli altri. «Poi te li rendo», sentiva dire lui dall’alto e più quelli si esprimevano così, più il suo tratto si faceva fatale.
Col volto che sfiorava i mattoni e la schiena ingobbita, lavorò il rosso col nero, spalancando crepe da cui esalavano vapori sulfurei e grovigli di fiamme, avviluppati come cappi ai malleoli esposti. Nella piazza l’afa pesante tagliava il respiro dei vivi, murando i dannati nell’inferno di polvere. Intanto, tutto si inumidiva di paura, sudore e pioggia imminente.
«Uh Gesù, ma che combini?» I vecchi si rivolsero al madonnaro toccandogli la spalla, i giovani intimandogli di smettere. Un bambino, riconoscendo la madre dal motivo floreale sul piede chiuso in una tagliola, scoppiò a piangere e quella si pentì per tutti gli antitaccheggio sfilati nei camerini di Zara.
«Pronto, dottore! Dobbiamo rivedere la dichiarazione dei redditi». Un uomo, coi calzini in filo di Scozia e la piega all’inglese, corse via urtando un ragazzo, che con la stessa fretta si precipitava a togliere l’auto dalle strisce pedonali. In breve tempo, si addensarono due lunghe colonne di gente contrita, l’una sul sagrato della chiesa, l’altra davanti al comando dei carabinieri, mentre certi portavano in strada l’erogatore di numeri del salumiere e tutti si affannavano a strappare bigliettini. Nella fila, i più solidali appuntavano l’atto di dolore sugli avambracci dei compagni, per aiutarli con le preghiere di espiazione che il parroco avrebbe assegnato. C’era anche, però, chi pianificava denunce e accuse, nella speranza di vedersi liberare dalle lingue di fuoco, per aver contribuito al mantenimento dell’ordine pubblico. «Maresciallo, voglio il massimo della pena. L’altra notte ho urtato il fanale dell’assessore e sono scappato», chiedeva qualcuno; «Padre, ho finto di non sentire il collega bloccato in ascensore, per non tornare tardi dall’ufficio», ammetteva un altro.
In mezzo alla calca due cugini si presero a schiaffi, poiché il maggiore, scorgendo le scarpe dell’altro intrappolate in un roveto, capì dov’era finito il libretto postale della nonna defunta.
Intanto, nel mezzo metro sotto gli occhi del madonnaro, continuavano a scalpitare zoccoli e ciabatte, mentre la gente ragliava che non fosse colpa propria e offriva in dono l’orologio portato al polso. A lui, però, non interessava e continuò a ritrarre, nel Giudizio Universale, le unghie ricurve e i sopratacchi lisi che gli si paravano davanti.
Al tintinnio di fedi e catenine gettate sulla pietra, il cielo rispose con un tuono catarroso.
«Cosa succede qui?» La voce del vescovo proruppe nella piazza. L’orlo della veste talare ondeggiava su calzature di vitello spazzolato e calze in seta, mentre lui puntava il dito sul selciato. «Questo è un posto rispettabile e tu lo stai profanando con minacce di terrore!», diceva, passando un fazzoletto sulla fronte madida. «Va’ via e lasciaci in pace», continuò, arrotolando le pesanti maniche fin sopra i gomiti, col respiro un po’ affannoso.
Il madonnaro si concentrò per un attimo sulle cinghie istoriate che gli brillavano davanti e poi, per la prima volta, sollevò lo sguardo. Anche lui, come il Cristo, era bello e beffardo e la folla si alzò in punta di piedi per scrutarlo meglio. Alle parole del vescovo rispose impugnando il gessetto nero e avvicinandolo alle suole pregiate, ma, nell’attimo in cui tracciò un cerchio attorno al prelato, dal cielo cadde la prima goccia di pioggia.
A quella ne seguirono altre, pesanti come sassi, che precipitando sul basolato rovente avvolsero tutti in una nebbia di pigmenti bagnati. Le figure ritratte diventarono fanghiglia e chi le aveva ispirate, nella confusione, vi passò sopra per disfarle. Il vescovo sollevò la veste scura appena sotto le ginocchia, rivelando gambette tremule e nervose con cui lesto si avviò verso il riparo della chiesa. Il paese lo seguì disperdendosi nei vicoli e guardandosi, ogni decina di passi, alle spalle.
Tutti, sotto le suole, portavano ingrommata la melma dei propri misfatti.
Il madonnaro, sorridendo, li guardò fuggire. Poi, raccolti i pochi gessi rimasti interi, si distese a pancia in giù sul dipinto, allargando le braccia e le gambe per fare scudo al poco che restava del suo creato.
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