Ipocentro
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C’è il viola acerbo delle infiorescenze, il candore della grotta, il
supplizio
d’esser ora in un altro luogo,
e quell’allora ancora mi infrange
con la violenza delle sue tinte sgargianti,
e le sue memorie viscose, avviluppate, come fossero
parte viva dei nostri corpi!
Dite a Penelope d’aspettare!
non è tempo ch’io torni ancora, alle pendici ripide dei miei
organi!
Ma un languore antico rimbomba, fra la laringe e la lingua,
strozza la parola, non vedi?
la radura s’è affollata, abitata dai nostri simulacri,
dalle fantasie scoscese, dalle termiti banchettanti
non ricordo la forma della mia dimora,
ma la sua materia infuria e stride
ipocentro, nodoso, piretico, delle mie brame!
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